L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti (A stomaco vuoto) 8ª

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                                                                 Paris toujours Paris

Carmilla, cappuccetto roso dal gusto della menzogna, telefonava a Walt due volte every single day (altrimenti si angoscia) raccontandogli a minuzie la favola che la situava per ipotesi strutturalmente plausibile a Ombrìa, ad accudire la madre (non ci vediamo mai è mia madre). Walt dal canto suo, per sua natura e nonostante la disposizione all’angoscia che lo acchiappava sì, spesso, ma non scortata da qualche sorta di sospetto o gelosia, tra un giorno, un, mese e un, anno denotava a mente il numerale uno e non la sua connotazione temporale; in egual modo, era il numeratore ad ancorarlo al tempo musicale, non il denominatore, tre anziché quarti; egli toccava così le corde in cinque, in due, in sei e ciò che c’era sotto la linea di frazione era punto che la sua mente chissà come, se per grazia o per culo, calcolava da sé; così, per Walt ogni intervallo tra un anno, un mese, un’ora e il dopo, o il prima, era sempre l’uno di una serie binaria dove lo zero, l’assenza o il mistero, era immaginato, la sua quantificazione uno, non dava luogo a equazioni di dubbi. A Giada, custode e garante di quell’inganno, vedessi alle volte, due settimane dopo il suo trafugato svolo da Berlino a Parigi, Carmilla scrisse allora una lettera a tema; nello svolgimento, ricco in gallicismi parziali o integrali, si noti che Carmilla di sé scrive me, seconda singolare; l’io assente od offuscato lo scrive Chichi che nel detto suona sciscì…

Jade chérie,

MOPI (mopì mopì moché è un treno, che cosa nasconda la sigla bah beh bih buh boh; osservare che nei calderoni dei regimi, a diversi gradi di temperatura autoritaria, bolle la pozione omeopatica delle sigle, Dia, Cia, Ceka, Nsa, Gestapo, Usss, Sisde, MI6) 13:50 Gare de Montparnasse et, bien à la mode de Queneau voilà, 14:01, Chichi à Meudon. Lucette Almansor, vedova Céline Destouches, 25 Route des Gardes, giardino, aiuola, loquacke pappagallo portinaro, sopravvissuto lui a Céline me non saprei, antica lei, miraggio tra una finestra e l’altra del pianterreno, ma fuori non guarda mai. Giardino salvatico, gatto domestico, non può essere Bébert, sarà morto da quanto il gatto da guerra; immaginarsi; questo qui di gatto è una fantasia genetica, un cappuccetto di rosso malpelo, occhi bicolori, zampe da meteco; dopo avere seppellito in affanno le proprie cacche, occhiata, una frazione, sufficiente a far capire che il mio di me spiare, entrava villano e improvvido nella sua sfera alimentare, vitale, sa bene lui perché, vade retro satàn vade retro satàn, guardarsi dal continuare a guardare. Se, specie tra le più critiche in natura, i gatti ci vedano noi come utili cacciatori di scatolette o ingombri erronei situati da un dio inconcludente sul creato felino, è tormentata questione. Provato a richiamare l’attenzione di Lucette, il campanello se funziona sì o no non si sa…

Della vita l’orrore

qual’è, parcheggiare a ore

su un binario defunto, 

avido contrappunto,

meteore e cronache

tu tumb diastole monache. 

Ah bè oh oh Lucette che appare dans un coin lumineux tutélaire al braccio di una giovane caraibica, bella bella bella…

 – Céline vous savez mon époux fut

Un grand médecin de toute façon,

Quand il en eût tiré tout son pus,

De la vie il n’en restait qu’un son,

Boule creuse et essoufflée,

Vous voyez ça demoiselle,

Ça reste le bal mûr,

La musique bien sûr,

La danse voilà des hirondelles

Moi je veux la danser

Jusqu’à en crever,

C’est ce que Céline acheva,

Mourir est essentiel fatras – 

… Son desta o m’allùcino, o i vecchi, braccino corto col fiato, stile Anapurna per arrivare in cima, nessun dubbio sul precipitare ma nessuno motivo di gridarlo ai sedici venti; me mi pare davvero di avere sentito dire queste rime, dimmi tu…

 – La mort est un son,

À chacun son canon,

Moi dance, et plaisance

Lyrique, beau rigodon,

Mou trémail le silence. – *

Salut à la France. I paeselli a Parigi d’intorno poverelli hanno un aria che allude e strazia, Meudon, èramo tutti casette e casette, èramo onesti e ferrovia, e tute blu ora non più; una foresta e adesso lottizzazioni beverly hills paloma; Meudon, Le chat Jean Gabin, visto con Walt, un talequale; Meudon, bianco carbonato di calcio, di cosità perduta se c’è stata, belle arti e imbianchini; Meudon, filet, cimitière, moi qui tombe sur la tombe célinienne, granito, 1894-1961; Meudon, centro indistinto che sente ancora di benzine, vino e renault – qui non lontana gl’aveva l’officina des pétrolettes – Meudon, brasserie Ra be lais eh beh, hmma sarà una porta temporale, porta del cielo, passi e ti trovi ma nella sua impropria Cina, blasslì lablé, uno cinese bambino giò gioca su un tavolino, cartella, quaderni, compitino; via, cammina sinist cammina sinist, hop stazione; treno Meudon Montparnasse 16:01. Se levasse le scarpe, Chichi nun potrebbe rimetterle.

Di colpo, filando a Parigi, associazione… Jade ricorderai Arturo, quel che se presentava accussì – sono Arturo il gemello duro di Michelino che cé l’hà pic-cino – prime dolci porcate marine, ondine, cabine avec ceci, sabbia saliva e sudore poi, traslitterando dalla memoria la filosofia sud sud-est di arturo – la vita è ‘na briosce, è ‘na tuffata ‘e pesce e tutto ca finisce – qualcosa… associazione completata.

Nel pomeriggio in disfacimento, me scivolo, è quasi blu l’ora, al Père Lachaise. Fu seppellita ivi la signora Destouches, la mamma di Céline, ma forse mi sbaglio, mi perdo, ombre a sventole, refoli, brividi a dieci minuti dalla chiusura, cancelli, l’uscita, scappo via. Altra associazione… ci fu una volta a Fano una cena con la compagnia di una Traviata assi scompagnata; balordi affamati di gnocchi; tu non sai, eri in fuga col siluro, invito del tenore che era piuttosto piuttosto, più tosto che altro (Chichi agganciato in un bar) dopo la cena fuga in albergo, slurp, molto data da fare, proprio brava; gli abiti di lui di sguincio tra un’appercezione e l’altra oltre la sua pelle oltre le sue palle, abiti da tenore disposti in bell’ordine su una sedia, tutti anche i calzini, spoglie mortali; dopo mostrommi una foto il tenore, della vera traviata, damoiselle Duplessis Perrégaux di Dumas, 20 Avenue Rachel, 75018 cimitière de Montmartre. Curiosità; dissemi che andava a “trovarla” ogni volta che andasse (misterioso imperfetto) a Parigi; andare a trovare – dicesi così colà dove si scuote ciò che si muove – Molière, Morrison, Proust; cippi, lapidi, pietre, nomi, virtuale infinità, Padre Lasedia non tutti noti i resti tradotti in lingue di bronzo; clouées toutes à ses croix, à ses pierres, des langues d’une demi-teinte pornographique; silence épatant, tranchant du crématorium, absence sacrée de la parole, personne.** 

I luoghi sacri, sapere che cosa vuol dire sacro, sono luoghi totem. Ognuno si sceglie i morti che vuole, che desidera, non di necessità parenti ma tutti apparenti. Flashback, mio padre lì nel suo loculo buio geme e s’annoia; mia madre sai che non volle lasciarlo svolare per aria come da suo pendente volere. Litigio. Merde maman.

All’ora Chichi ti dirà di casa Candian, nell’ombra ormai avanzata della sera, me sola per un poco non accende le luci, in camera da letto viste per la prima volta le cose apparenti di me, quelle che ognuno dice pertinenze, involucri, la fila delle scarpe nell’ordine consueto, dal più alto al tacco più basso, inclusi stivali, come in casa di Walt a Berlino; il gilet nero, indossato dallo schienale della sedia numero due nella stanza da letto, peraltro desnuda di Diandian, televisore magnum escluso, nemmeno il gilet fosse stato studiato a rovescio, non per schiene ma per schienali; la mi’ mini dismessa, il collant nero con le gambe penzoloni dal sedile, sfiora il parquet, le punte hanno attirato un po’ di polvere dei saeculasaeculorum, reggiseno e il mi’ tanga-tinca floreali ohi ohi da lavare, abiti della passata, non più esistente me. Una bella frase pornografica, apparsa lampo al varcare il portone, 13 bvd. Ménilmontant, 13, s’è perduta tra il primo scalino e l’ultimo piano; al cielo, demoiselle Jade, il più vicino. Parigi è sempre Parigi. E ha un sotto e una sopra.

L’appartamento di Candidiàn è un antro torrido, oblitera la regola dei 19 gradi con termoconvettori ruffiani che soffiano un kazoo, due ottave sotto, si fa presto a dire bagna russa, lui, candiano serpente mattutino due ore per scaldarsi, brodo di doccia, moka formato orchestra tutta per lui. Centomille metriququ solo di librerie isolanti; anche giornali, e pacchetti di  remoti calendari a fogli mobili; tutto legato su o con lo spago o con fascette: ordine metodologico; domanda, ma quale il metodo quale; situiamolo l’appartamento, si trova giusto di fronte al Père Lachaise, métro 2 Philippe Auguste, piscina, super Charòn, bió le retoùr à là tèrre; ultimo piano stabile standard parigi rétro, persiane di ferro, ascensore no, mille gradini di legno suonati dai tacchi di me; tutto piuttosto Picpus, Saint Fiacre, Simenon et ton ton ton; l’edificio è alto e stretto tra un atelier di arte funeraria, grandi vetrate ed esposizione di cofani vuoti, alé hop hop hop, et là-bas dabbasso bistrot Le Purgatoire; appartamento doppia esposizione, di qua il cimitero, di là, diurna e notturna vue périéclatante, Eiffel, Défense, défendue, brillantes vagues des toits le soir, bruits bruts et éclairages per dare la sensazione di ville lumière; (domanda se vale il detto di Cèline, “Parigi tubo di scappamento senza scampo”, scritto dove, che sia in Morte a credito, ci starebbe, ma in francese come suonerebbe). Du côté de Père Lâché salone triplo, studio, scrivania imperiale. Du côté de mer des toits, cucina, arredamento non della linea più economica, anzi roba costosissima; Locandì non bolle un dado ma possiede un’immacolata concezione di coltelli, arnesi e taglieri e un tavolo da lavoro con persino due sedie per detto, profumo di limone e candeggina; du même côté le tre volte camere da letto, tutte tatami, difficile da rincalzare o rifare se non ginocchioni, o per stare ginocchioni; posizione necessaria, Candy è non del tutto, ma sì di pisello contemplativo, occorre molta pazienza e tempo, non chiede nulla, attende; dal letto per un paio d’ore vista tivù su (di) un porno; Chichi s’invoglia, lui ha vaghe reazioni, allora glou glou, iniziativa popolare, nostalgia di piselli estranei in calo; me scopro che piace questo specolino morbido frin frin frin flush e del resto Candiahmm arma segreta, è di lingua molto puntuta, molto ésprit de finesse. J’aime ça, je l’aime Jade. Quando è in casa Candì, da mille apparecchi nascosti dirige il suo giorno (di lavoro) con una qualche musica stracciacazzi, di quelle che tu le ameresti si sa, diecimila violini, ottanta trombini in sordina, ultimamente tal Chausson, sciassarlo, stracciacazzi, ùh uhlùla la chanson, non un filo melodica e la chiamano mélodie, stracciacazzi, firulì firulà di pifferi pif paf leccaciuffe che si spuntano la lingua nel tubo sans jamais jouir, senza venire mai. Poi tappeti, tappeti tappeti, a miriametriqù persia, turchia, kikkikilìm da risvegli, accanto al letto, pei piedi. Proibite scarpe in casa; all’ingresso una curiosa vaschetta con un marmorto di lysoformio, pucciare lì le suole; Candiostro solo piedi nudi, oh cielo, si disse la cappuccetta rossa all’arrivo nell’antro del lupo, ma concessile calzini, Candiansky piedi de bbronzo de Riasce, oh cielo, me innamorata. Ohibì Ohibè Ohibò, bobó. Si parla di libri con Candidus, del resto egli ha una casa editrice di qualche successo, “La langue du pornographe”. Dirò del nostro contento.

A Carmilla Giada replicò nel suo abituale inglese; sei righe con le quali si chiude l’episodio numero otto di questo racconto…

… be careful my sweet chichita. people who speak and impulsively state they are expressing or squeezing out their inner soul. who that caresses the gentle tissues of his deeper. and lower mind. that is strongly suspected to be schizophrenic. either. less or more he is a minstrel. a little untuned bell. not a bluebell. In that case, shoot at him as soon as possible before he sabotages every good taste in things. chichi l’important c’est la rose, con bien aimé***. your beloved giada

                                                                                                                 

                                                                                                         Fine dell’ottavo episodio

BARTURO 10

*Voi sapete il mio sposo Céline fu

gran medico in ogni maniera,

quando n’ebbe spremuto il suo pus più

della vita non restava che il suono,

vuota e crepata una bolla,

capite di certo signorina,

ciò che resta è il ballo maturo,

la musica questo è sicuro,

la danza ecco della rondinina

fino a finirmi voglio danzare,

è quello che concluse Céline,

è essenziale  frastorno il morire

La morte è un suono,

il suo canone a ciascuno,

me, danza e compiacenza

lirica, bel rigodone,

reticola molle il silenzio

**  tutte inchiodate al loro croci a loro pietre, lingue d’una tinta sfumata di pornografia, perentorio sbalordito silenzio del crematorio, assenza sacrata della parola, nessuno

*** oscuro gioco di parole e di pronunce tra quand, quando, e con, figa. Alla lettera, l’importante è la rosa, figa  beneamata

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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    Ci sono tutti, i grandi francesi, e tu con loro, Pasquale.

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