L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti (A stomaco vuoto) – 5

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                                                        Intermezzo

Cronologia

1972 – Walther Bruno di Hanna, Dessau (DDR), e Dante, Agrigento, nasce al 53 di Weinmeisterhornweg (veinmaister’ornvek) – 13593 Wilhelmstadt (Vill’elmsctat) West (vest)-Berlin. A parte quella del catechista, perplesso, nessuno gli farà  una diagnosi di probabile autismo. Per quanto lieve o contenuto

1980-1990 -  studi privati di chitarra e canto

1980 – nello stesso giorno di settembre a Ombrìa nascono Carmilla, da Ivonne ( senza ipsilon) e Walter (senza h) e Giada, di Benedetta e Alfonso Solidèa

1990-1994 – Walther studia a Stoccarda, alla HMDK, Accademia di musica e arti performative dopo essere stato respinto dalla medesima di Berlino 

1994-1998 – non ha talento di solista né attitudini per il gruppo da camera ma trova lavoro a Stoccarda come responsabile d’orchestra e manutentore al Wilhelma Theater – Neckartalstraße, 9 70376 Stuttgart

1998 – Walt torna a Berlino dove assume un incarico solitario, simile ma con un superiore impegno e guadagno, presso la Deutsche (doicce) Óper, via Bismarck n°35, 10627 Berlino. Vive nell’appartamento della famiglia con la madre fino al noto tracollo (cfr. 4). Poi da solo 

1998 – Carmilla e Giada superano l’esame di Maturità, da quell’estate Giada sparisce con chi sappiamo per due anni 

1999 – dicembre Giada abortisce all’ospedale Charité di Berlino, dove vive da un annetto. La disavventura è frutto dell’incontro con un’altra divisa, ex agente della Stasi, infiltrato, poi congedato, tale Rudolf Bormann, nessun apparentela col gerarca

2000 – Carmilla raggiunge Giada, richiamata da lei, a Berlino. 

Perché Berlino si domanderà il lettore… perché Carmilla, di una provincia centritalica molto Piero della Francesca, mirandolata, Renaissance e signoria e baldassarri cortegiani, è una giovane tuttavia vagolante tra uggia, permanenti e mediocre consapevolezza della storia intesa con la esse lunga e per quanto nota di un paese imbalsamato; nonostante poi, per alterni motivi e con differenti unguenti anche la Überalles le sembrerà una mummia logorroica, bum; e dopo ancora, di qua e di là per un Europa frigida, rigida e molle, a Carmilla parrà di snasare quasi dappertutto quel sentore di muffe che altrimenti fan la gioia del macellaro tra sue bresaole in crotto, antibiotiche. Dopo la fuga sottomarina di Giada col bel marinaro (cfr. 2), Carmilla per un po’ la perdette poi, sazia di siluri e alleggerita da zavorre premature fu Giada a riemergere, chiamandola da Berlino per rintracciare l’amicizia, legame dall’alto del quale è tuttavia noto essere laborioso deporsi da soli quanto è facile al contrario farlo da quello familiare; di questo Carmilla non ebbe contezza altrove che a Berlino, città che, al contrario di Giada, la trovò subito ostile senza che per lo vero fossero le pallide notizie sui fatti a influenzarla, scippi, rapine, stupri, violenza generica, tutti poco domestici a Ombrìa; im Berlin e nonostante la presenza rassicurante di turchi e latini, studenti e sfaccendati per esempio, a giravoltare per strade ignote tra mille persone con l’aria di chi sa ciò che vuole acchiappare e chi è stato acchiappato senza volerlo, non ebbe mai la sensazione che invece le derivava dalle stradine di Ombrìa, ossia di giovinezza giovinezza che si fugge tuttavia ma chi vuol essere lieto… Berlino insomma, saperne di più o di meno a Carmilla, che aveva afflati e sensibilità feline, non piaceva, né piacque né punto né poco; dai parchi rifuggiva come se l’erba spietata restituisse gemiti di moribondi, dicasi centinaia là sotto, erba di Dite che spuntava altro che; Non vengo al cimitero, replicava con metodo a Giada che, col caldo, la spronava a uscire e denudarsi al sole, libere poppe in libero Stato federale di Germania, in principio sotto i soli sguardi, poi all’occasione anche sotto tutti interi gli uomini; i quali ostentavano l’aria di chi non guarda e invece Giada assicurava che guardavano oh se guardavano e qualche volta oh, si poteva concludere qualche buon che bella bocca tocca e bevi bevi e tocca, anche lì on the spot o in qualche anfratto adatto al frucken-frifricken altrimenti chissà… il maschi ohiohi che appetiti gli frullano, se vedono le tartine prendono tutto il vassoio – mais la tactique attentiste ceda alla strategia  il suo ruolo di avanzare o ritirarsi sul terreno dei desideri altrui, farli propri e annichilirli… beato altroché il primo, l’uomo al di là che ne sarà immune, ché il desiderio è ma un inganno, biologia, gibigiana nel meno fastidioso dei casi, stante che il letterario è vocazione del fato, finché Àtropo altèra non ne accoppi il filo – a parte stavano certi slandroni palestrati o sotto sale, tutti ad adescarsi tra loro, con gli occhi i più delicati, i meno mano subito al timone e via di vento largo; ma per tutta la figherìa, per la costola col buco, occhiali opachi in entrata e uscita alla pietà, da medico biondo platino a’ nasuti olivastri piccinelli, bum. Per dire, in vista del loro appartamento, il dirimpettaio delle ragazze sappiamo doppiava le foranee d’ogni nuovo giorno, anche d’inverno, esponendosi ben in arnese e spiegato alla finestra, drizzando l’antenna e su e giù e dest-sinist con dovizia di sputazza e sentimenti, e alla via così fino all’eiezione che concludeva lo spettacolo, a volte con vigore prodigioso; il ragazzo mostrava un’età pari a quella delle ‘taliane ma dall’insieme di gesto e sguardo fisso sulle loro finestre, sì da non far loro perdere uno zampillo di quello spettacolo, pare si volesse esprimere in isgarbo a un genere non diletto, il femminino, Olà ragazze visto che non servite, questo a giudicare dai di lui shatush, di cui Carmilla era notamente edotta ma non sedotta; lei, Carmilla, uomo barbuto sempre piaciuto, oh i ricordi delle prime dolci maialate … ai conclavi di femmine nel salone della madre, ancora adesso che ha gli anni che ha, non pochi, l’unico uomo onnipresente era il manutentore, le parole si slanciano di là dal voluto e volentieri, manutentore, degli impianti tecnici; valvole, tubi, resistenze, colli d’anatra, salva vita su cui ogni tre per uno era necessario attardarsi; così un’occhiata, una scusa, uno scavallare di gambe o dopo o prima di un taglio e piega o in entrambi i casi, davano l’ando, tra le più ardite, a rigodoni per la porticina sul retro del salone e il chiasso senza sfondo dove il manutentore, detto Pelonéro, teneva lì parcheggiato il suo furgone alcova; nella dovuta oscurità e tra scansie di ricambi e tripolari a norma, ma sopra un materassino di confortevole spessore ello faceva planare le assatanate su onde di flush and blush; i report e le ciàcole erano alfine tutti spuma di sciampagna con la madre di Carmilla che percepiva qualche extra per mediare quegli incontri. Insomma arrotondava il mensile e in nero. In poco più di un battito di ciglia anche Carmilla passò per il furgone e in poco più di una notte e un giorno tra sabato e domenica si fece anzi convinta di essere dell’uomo il suo destino; non sapremmo dire il perché di tanta convinzione, rivelatasi in un bluff errata e, purtroppo lo vedremo, ripetute volte; non è raro tuttavia che le giovani inesperte riconoscano un lucore di cometa in capo all’angiolillo che con un sol chiodo le configge al cielo e sulla croce delle sue robuste cosce.

Del clima di débauche berlinese le erano giunte le peggiori farneticazioni, ma percepito sì e no, e non di necessità effettivo, pareva condensarsi in struts and frets and sounds and fury da DTS ( delirium tremens), soprattutto di donne, e senza che preludesse a ordalie d’inferno o sabba strìgidi aut sacrificali – dalle donne l’alcool lascerebbe sfuggire il doppio autentico, un rimescolio interno tale da deformare crudeli e tratti e portamento, roba da menadi ed erinni; a Carmilla inquieta tali nuovi rigodoni ricordavano un tondo del Giulio Romano visto in fotografia e siccome oramai si sentiva lei nel ruolo di Orfeo, sfuggiva muro muro nottetempo agli Spaziergänge (scpaziirghènghe) d’indemoniate ladies che sovente l’apostrofavano biascicando mecbeths ostici più persino del tedesco; fosse stata armata non avrebbe esitato a scacciare l’arma per sparare almeno per aria, poi al bisogno. Anche Giada per dir lo vero e con l’asprezza che il mondo intorno da sempre le spremeva, criticava quei vagolari in bando, locale dopo locale, suburbio per suburbio, Agitati, diceva, Da un battere senza levare e soprattutto da un ideale di esistenza artefatta ma senz’arte… di espressione senza forma e strutturata da una ragione critica, erano le meditazioni beffarde di Giada. Del suo barbuto salvatore di filosofia Carmilla invece rieditava talvolta la compiaciuta memoria, Umanità in batterie, le ronzava di lui alle orecchie il detto semi profetico circa quella a venire, E come batterie percosse più che suonate da pneumatici nulli da aborti atèrmine. Secondo la sensibile Carmilla urla differenti e sotterranei bombiti di sfracelli affioravano tra rutti e vomiti dagli asfalti, dai palazzi, benché affogati nei pozzi dell’olvìdo, dimenticatoi, colatoi, piombatoi, pisciatoi, cacatoi… E tutti allegri bisogna stare ché il nostro piangere fa male al re fa male al ricco e all’imperatore diventan tristi se noi piangiam… questo il ritornello che Carmilla attingeva dalla sua larvata memoria sicché, avendo preso atto che nulla la tratteneva a Ombrìa, tranne il Coiffeur pour dames della madre, cui se mai la legava un cordone di asciugacapelli non certo ombelicale ché nel suo immaginario babbàmma sempre era stato l’uno e bino babbo, da sé al cielo assuntosi, Carmilla era partita per raggiungere l’amica fuori della placenta nota. (Scrisse colà così come potette)…

Vorrei, oh non vorrai

(che si fermasse il cuore)

e non dormire mai…

nessun istante perdere 

di te…  sull’orlo tentenno

di quella fossa  profonda

temuta e ambita del sonno

e mi travolge  l’onda 

del silenzio, l’assenza

simulata dal respiro

svola via in apparenza.

Dormo anch’io come un ghiro.

Giada disapprovò la composizione ma per il resto (cioè per Giada) tutto ciò che Carmilla sentiva era frutto di immaginazione in fremito non di delirio.

                                            Ende des fünften Teils

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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