L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti (a stomaco vuoto) – 4

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                                                        4. Il bambino Walther Bruno

Avanti nel tempo rispetto al tuo, oh coraggioso lettore, e un po’ dopo il travagliato esito della sua maturità, III episodio e si noti l’ambiguità della definizione, Carmilla conobbe Walther Bruno. Il passato remoto indica bizzarramente un dovrà-accadere; e accadrà, ma l’orizzonte dell’incontro è lontano assai, mentre qui e adesso è necessario connotare questo personaggio dall’odore germanico, e accessorio al racconto penserà il lettore; ma per Carmilla al contrario, assai funzionale ingranaggio del suo avvenire. S’intende che noi già lo sappiamo per gli arcinoti privilegi di chi narra; è altrettanto noto tuttavia che il riserbo genera la tensione dell’attesa, in altalena tra un presente storico-fittizio e un futuro anteriore-predittivo. 

In un suo tempo concluso nel tempo, Walther, leggasi Valter, è un bambino, e riga dopo riga vedremo come si organizzerà in adulto. Non mostra particolari attitudini né evidenti incapacità; seduto nell’osservatorio del suo seggiolone, mai si agita o strepita per qualcosa, non piange, accoglie con calma i pasti, non gli piace nulla per principio, né lo rifiuta per lo stesso motivo; nell’istante in cui la madre gli offre la prima cucchiaiata della sua pappina, grigia o giallastra o verdolina, si sofferma ad osservarla, la pappa non la mamma, talvolta l’annusa, idem, poi di buon grado apre la bocca e l’inghiotte. La madre è soddisfatta di riuscire a crescerlo con tanta facilità. A giudicare dalle sue, rare, smorfiette mimiche, l’unica cosa che pare disturbarlo è che sul tavolino non sia identica a sé stessa sempre la composizione della natura morta con bicchiere, posate e piattino termico il cui doppio fondo Walther tuttavia ignora essere riempito d’acqua calda, così che il cibo non si raffreddi troppo; avendo acquisito l’uso delle mani, quando si presenti il caso descritto, il piccolino modifica come può a memoria la mise en place. D’altro canto, una cucchiaiata via l’altra, lo attrae l’immagine di un uccellino in volo con un filo rosso stretto nel becco sul fondo del piattino svuotato; e allora con le manine Walther lo trattiene, in competizione con la madre che vorrebbe sparecchiare; il gioco se lo è, dura poco, tanto si ripete. Ogni tanto la madre lascia vincere Walther che non parla fino a quattro anni, se vuole indica, ma ascolta, segue i discorsi dei genitori, degli adulti in genere e le mosse del gatto di casa che sua madre venera, e che gratifica Walther con segnali fruscianti di amicizia; chi conosca i gatti ne conosce le manifestazioni, non stiamo qui a farne l’elogio. Le giornate di Walther in questo periodo sono quanto di più monotono si possa immaginare; conquistata la stazione eretta e la possibilità di muoversi in casa, dopo il seggiolone, ecco che Walther utilizza molto del proprio tempo a trovare e tenere una posizione dalla quale avere sotto tiro la vita che gli si svolge intorno; sotto il tavolo del tinello per elezione, a sedere sul vasto tappeto dai disegni persiani e di nazionalità impropria, là dove peraltro possono distrarlo piccolissimi avanzi dei pasti non ancora sbarazzati dalla madre e qualche gioco che da solo ha installato lì sotto; tentare di forzarlo ad abbandonare la sua vedetta provoca per solito in lui la reazione del cane che, causa pioggia o altre intemperie, non voglia uscire. Non piange Walther, come non fosse cosa, bensì stringe i denti, punta i piedi e si aggrappa dove può, sempre in silenzio; Walther non si schioda. È logico che ciò darà nei genitori adito al dubbio di avere partorito uno di quegli esseri votati al silenzio, oppure, ma questa è nostra interpretazione, a una sorta di autismo pedagogico, che dia loro, ai soggetti cioè, il tempo di orientarsi, prendere per sé decisioni delle quali né loro stessi, né il circolo di affini intorno siano in grado di cogliere la necessità; un tempo di attesa, per usare un  termine musicale che spiega più di quanto indichi; Walther vive  reclinato nell’osservazione di eventi sul bordo dei quali sta affacciato, così come fa ai giardini sulla vasca dei pesci rossi ( Carassius auratus)  e grigi ( Carassius  carassius). 

Anni cinque, asilo. La partecipazione a quella comunità infantile sarà l’abituale, distante, tranquilla, circostante, solitaria; ostile, le maestre cominceranno a instillare nei parenti l’inquietudine che Walther sia disturbato, ma da quel dubbio li distoglie il fatto che gli piaccia di colpo andare al cinema cui quindi volentieri i genitori indulgono a portarlo, film adatti dice la madre, fantasie, fatti degli altri dice polemico il padre, meccanico di camion che con l’immaginario non ragiona. Non sappiamo se a quel tempo, come un richiamo imperativo, marchio o stigma, Walther sarà più attento al bisillabo del suo cognome, bru-no o al monosillabo tronco del soprannome, Walt (valt c.s.); tutti hanno preso a chiamarlo così, con quel poco o tanto di sguerguènza che l’adulto crede adatta ai cuccioli; di cammello raramente. Dai cinque anni tuttavia Walt parla, soltanto se ordinato ma parla; questo gli permette di frequentare la scuola, si impegna, utilizzando però sempre soltanto semitoni emotivi; prova interesse per il flauto e il canto di canzoncine elementari; esegue, parrebbe per prudenza piuttosto che per diligenza; pertanto non sbaglia spesso e se sbaglia accetta di correggersi, crediamo per lo stesso motivo per cui esegue; questo atteggiamento lo caratterizza ancora oggi che va per i cinquant’anni. A nove anni Walt conosce il tragitto dall’abitazione alla scuola e lo percorre senza voltarsi e con diligenza, benché al traffico non faccia alcun caso. I negozi, se presenti, possono attrarlo; non per le merci esposte, ma per i colori e per il tipo di oggetti; per esempio la bottega di un coltellinaio ferramenta, con la sua vetrina di rossi coltelli svizzeri e lame da cucina affilate tanto che potrebbero tagliare in due la luce. Attraversa le strade senza esitare Walt, impermeabile ai colpi di clacson, allo stridio di freni improvviso e pericoloso a un passo da lui; è raro che posi lo sguardo sul guidatore, ne ascolta le urla imbufalite, non sempre consapevole di significanti e significati salvo ebreo; non siamo in grado di dire come mai ricorra come insulto, perché di norma sarebbe un riconoscimento; Walt tuttavia, son petit air de Buster Keaton à part, porta lunghi i suoi indubitabili capelli d’oro, chiari come gl’occhi; la sua pelle è d’aurora e il naso a patata, assiro no di certo. Peraltro a nove anni Walt viene condotto dal prete per il dovuto catechismo; il prete è un tipo interessante, 45 anni a giudicare dalla foto che ci è stata mostrata, un Van Gogh con entrambe le orecchie a posto e che come uomo si dice abbia avuto un certo ascendente sulle pie donne dei mercatini natalizi e pasquali e sulle ragazze delle gite parrocchiali, le più interessate a sentirsi tra le mani esperte di un pastore piuttosto che di un goffo compagno di scuola, ma il dato appartiene al novero dei rumori sociali. Walt ascolta il prete dissertare dell’amore di dio che ha creato il cielo e la terra con un campionario completo di accessori e tutto gratis, basta adorarlo; e di Gesù spirito carnefatto a uso e consumo dei fedeli; egli ascolta come di consueto, interrogato, risponde con il familiare distacco di semiminime; Perplesso, sarà la definizione che il religioso darà del bambino, guardinga ma potremmo definirla clinica, perplesso. Perplesso dall’apparato della comunione, dal sapore friabile e dolciastro del corpuscristi che percepisce differente da certo prosciutto buonissimo che la madre, attenta risparmiatrice, compra a tranci da tagliare al bisogno, fetta dopo fetta. Ma l’atto di accipere l’ostia non gli darà il tempo di crearsi la fantasia di un prosciutto in croce. Del fatto Walt conserverà nel complesso una memoria approssimativa, spezzata in fotogrammi singoli, dettagli, primissimi piani; quello per la comunione sarà l’ultimo suo accesso da non visitatore a una chiesa e il secondo episodio sensibile di un’esistenza distratta agli eventi. Più grandino – è già alla scuola tecnica scelta dai genitori sicuri di essere nel giusto – Walt assisterà al funerale del padre, morto più che per il bene del figliolo, di fulminante infarto sotto uno dei grandi camion o LKW (Lastkraftwagen, dove gen si dice ghen) detto dei  TIR che ripara di mestiere; dall’enorme e grasso corpo di colui egli non saprà se sia trasformabile in ostia o prosciutto,  il crematorio stornerà qualsiasi ipotesi di una sua riduzione a principio o metafora commestibile. Walt, per spiegarci meglio, di tutto il treno funerario non sarà colpito in modo significativo, di preciso all’opposto di quanto sappiamo per Carmilla.

Inverno, neve, sette e quindici del mattino, Walt sta per doppiare la boa dei diciassette anni ed esce sempre con largo anticipo per andare a scuola; da mai conosce ansie da interrogazione, o da omissione, si rammenti che una sorta di programma interiore lo guida e lo guiderà sempre a un comportamento osservante dell’ordine e degli ordini scolastici, dagli studiate-da-ad-a, ai Du-sollst, geheißen a vanvera dal großem Drache*. Eh bon, poiché ha osservato da tempo che pioggia e neve gli bagnano le mani fuor dalle maniche del giaccone, Walt che non possiede guanti, decide un giorno di rimediare sperimentandone un paio, ma di lattice da cucina.  Molto presto la neve trasforma in un morsetto assassino la gomma. Walt si precipita nei gabinetti della scuola liberando a fatica le mani che infila sotto l’acqua calda corrente. Il fulmineo sbalzo termico gli provocherà per fortuna un tale dolore d’inferno da farlo desistere; una bidella gli dirà di levarsi il maglione, avvolgervi le mani e strofinare; niente necrosi dunque ma l’insorgere e il persistere fino a sera di un sentimento tra gli altri sconosciuto a Walt, la paura; da quel giorno per sempre, al primo freddo, guanti. Col tempo la perplessità di Walt diventerà atteggiamento ponderato, un sospendersi per così dire da ogni scelta appesa al dubbio. Ciò nonostante concluderà il ciclo di studi tecnici insieme con quelli musicali cui la madre lo ha spinto, in opposizione al padre che da vivo per l’arte e la musica in particolare aveva il sentimento di Tolstoj in Sonata a Kreutzer; Walt invece raggiungerà una qualche perizia sulla chitarra classica; lo incanta e ipnotizza il gioco delle sue dita sulle corde che compongono di là dalla musica i loro geroglifici. 

Un evento abortito e che però toccherà le corde del fastidio a Walt sarà l’obbligo di una preoccupata direzione scolastica di frequentare il gabinetto dello psicologo scolastico; lo chiamerà dottor Caligari, dal film omonimo. Dopo molti incontri muti o di faticati incitamenti e tranelli dello specialista per scollargli le labbra, finalmente alla domanda come mai Walt sembrasse sempre così ostile al dialogo egli replicherà con garbo, Non ho niente da dire… parlare con qualcuno che non conosco e di cui non voglio fare la conoscenza non mi dà né piacere né curiosità ma mi dica se lei per caso ha sempre piacere di parlare con questo o con quello o con me… la vita non le sembra una festa cui si è stati trascinati dal caso, concluderà con retorica interrogativa. Questa evidenza contraddittoria manderà in furia lo psicologo che si asterrà dal proseguire i colloqui, riferendo in apposito modulo la nullità di procedere con Walther.

Senz’altri accidenti  Walther perfezionerà la tecnica musicale, la madre vedova prenderà la china lenta della demenza precoce, così da rendersi necessaria un’assistenza continua, certo in parte coperta dalle provvidenze di Stato ma comunque tale da costringere Walt a impiegarsi. Troverà posto per caso come terzo commesso d’orchestra, – disporre e levare sedie, leggii e parti, preparare gli strumenti grandi, pianoforti, celeste e arpe – alla filarmonica della locale Accademia ( Stoccarda n.d.r.).  

Sarà più o meno dopo quatto anni di lavoro diligente e il trasferimento con lo stesso incarico a Berlino che la perplessità di Walther circa sé e il mondo di fuori troverà un modo improvviso di sterzare, senza mutare d’abito, dall’incontro con Carmilla. Rivelatosi all’occasione capace di erezioni sterpigne e dato da subito libero e sorpreso sfogo al desiderio e di lei e in apparenza del proprio, Se mi garantisci che lo avrai sempre così duro io ti sposo…  gli dirà Carmilla alle prime intimità nel chiuso blindato della macchinina di lui, una Passat verde ereditata dal padre. Lui ha quasi trent’anni, ormai suona benino la chitarra, lei venti e il machismo corrente direbbe che suona da virtuosa i flauti; nessuna intenzione di sposare nessuno, tuttavia un bel giorno Carmilla salirà con le sue valige all’appartamento di lui ormai liberato dalla madre ricoverata in un ospizio per cronici; morirà in anni recenti. Della casa, tranne i materassi del matrimoniale già appartenuto ai vecchi, Carmilla non insisterà con Walt che si cambi nulla, nessuno dei bibelots di famiglia, nessuno dei miserabili quadri di mostre mai visitate e di sviste più che vedute di anonimi autori; Walt sarà meticoloso nel non lasciare che l’esistenza di Carmilla lasci indizi lì dentro; lei, si adatterà alla cucina intesa tirolese e male in arnese, al frigorifero classe C, alla lavatrice invecchiata, alla mancanza di lavapiatti e ai gatti divenuti nel tempo tre, tutte femmine, Lia, Mia, Nila, dominatrici. Solo dall’armadio detto quattro stagioni potrà eliminare tutto l’armamentario di abbigliamento della madre di Walther e sostituirlo con il suo, succinto a pochi elementi e a un certo numero di capi, di intimo si dice nell’uso. Per un po’ quegli involucri seduttivi susciteranno l’eccitazione curiosa di Walt e, appunto la sua rigidità metallica. Ma ciò non durerà. Ci torneremo… ah, nella camera da letto, a terra, lungo un’intera parete, la collezione di scarpe di Carmilla.

* tu devi ordinati a vanvera dal gran Drago  F.Nietzsche, Zarathustra, I Le tre metamorfosi

                                                                                                          Fine del IV episodio

BARTURO 10

 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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  • Biuso

    È come se il tono del narrare si fosse completamente plasmato sulla natura di Walther. E quindi è un dire secco, descrittivo, distante, inquieto e inquietante. Che mi piace molto.

    • https://dascola.me Pasquale D’Ascola

      Ottimo, allora m’è riuscito. Non sai i no che mi dico no, no riscrivi. Questo racconto, che forse diverrà un romanzo breve, è molto impegnativo. Mantenere l’insieme, controllando che tutte le sue parti siano coerenti. Questo è il lavoro di composizione. Architettura. Grazie del riscontro caro mio

  • D’Ascola

    Do you mean what actually? Please do not fill this site with garbage anymore. Thanks

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