L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti (A stomaco vuoto) – 3a –

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                                                     3. Manzoniana

Come sa e si aspetta il lettore fedele, attento e smaliziato, ex abrupto riportiamo adesso il testo architettato da Carmilla sul tema scelto; ha un titolo, Manzoniana; ed eccolo qui…

Maria l’è proprio un veritiero impiastro, o ch’ell’è stupida o ch’ell’è steril’e scempia; o la non sa capire che pe’ingravidassi unn’è bastevole un marito oh oh oh; da un solo ciocco uh uh uh’ un si fa gran foco”, ciabavano al pozzo le comari in gara, schizzandosi d’acqua poco, e di parole tante d’un qualche vernacolo inventato da noi qui alla meno peggio; sghignazzando molto, e rincorrendosi loro e le loro luride facezie, sciamavano a frotte co’ le giarre in capo per tutto il villaggio, e specie intorno alla casa di Giuseppe il falegname, uomo di truciolato impiallacciato e onesto babbàleo, pio più de’ filàtteri suoi e perciò stesso inteso buono a nulla, e che esse spregiavano dunque nel migliore dei modi, cioè lodandolo quanto per lo stesso argomento lodavano l’invisibile occhio di “colui che noi,[omissis] saremmo costretti a chiamare l’innominato” (Pro.Sposi XIX, 187). Ora come mai si traduca ingravidarsi in aramaico o ebraico o arcaico non lo sapremmo dire, ma immaginiamo che ogni traduzione possibile svanirebbe nel gergo di una babele che ciò che nega afferma. Però non è che le comari fossero nel torto: il matrimonio di Maria col leggendario artigiano era stato come d’uso deciso dalla madre, Anna moglie di Gioacchino, chi non sa ‘chi era costui’, quando Maria era una cittìna di nemmen’ott’anni; ma, passa un giorno e passa l’altro, il falegname, che di anni ne aveva tanti e tanto sperperati in preghiere da non poter più contenere i prèmiti della sua prostata superstite, premeva per il matrimonio e, quando su Maria albeggiarono in ritardo i segni del femminile, ecco che l’uomo prese a rotarle addosso occhi di bragia più che a Caronte “su la trista riviera d’Acheronte” (Dicom III, 78). Quel ‘matrimonio s’ebbe da fare’. Sicché, come fu come non fu, in una notte di tempesta del tutto consapevole della metafora e del destino che in sé recava, allora, tra nubi scintillanti di rosso e viola e nero, a una Maria sposa undicenne e grave di paure, tra sconcerto e gran dolore scivolò via tra le gambe quel che di innocente i tempi e il luogo e le consuetudini le avevano permesso: alla sanfasòn, Giuseppe il falegname le aveva ormai alesato il più dotto tra’ condotti; così lo chiamava con un gioco di parole semplice quanto efficace, Maddalena, simpatica, sveglia e avventurosa; e poiché minore di età, era colei che attirava Maria in certi rudimentali ruzzi e, se quest’ultima apparteneva per voce comune alla moderna categoria delle carine, Maddalena era invece la bellezza senza dubbi, bella da morirle addosso come schiavi alla su’ croce (cfr. M.Yourcenar – Memorie di Adriano) o da impiccarsi, da sé e di molto volentieri con un laccio dei suoi calzari; questa la fantasia comune che nutriva l’appetito di maschi non pochi specie tra i pochi ricchi; per Maria, Maddalena alimentava non quel sentimento senza differenze che il paesano ha pel vicino finché costui non gli si metta di traverso e per qualche sciocchezza sterile, ma quell’amistà vera, quella compassione virile da doversi al vinto, prima, perché costui non è difficile da individuare in un gregge armato e poi, quando ormai egli ‘è un uomo morto’; per tempo dunque, Maddalena aveva illustrato all’incerta ingenuità di Maria, come quel condotto che gli uomini, maschi e femmine intendono adatto solo per due cose, farvi entrare e farne uscire pargoli profetici, potesse all’occorrenza risultare loco di spasso per sé e passo di gradevoli angiolilli. Anche angiolillo non sapremmo come potrebbe suonare, né in ebraico e nemmeno in nostratico alcuno, latino, greco o circasso, ché quei che Maddalena diceva angiolilli, per comodo di tutti han da immaginarsi circassi; noti cavalieri dai capelli fulvi e dalle corte lance ai corni delle testuggini romane, lindi e ordinati e non di rado con le lor donne al fianco, armate e impavide anco quelle in sella;belli impossibili, dagli occhi chiari e con le bocche da baciare” (Bello impossibile, Nannini 1986). Insomma intra a’ quei branchi di contadini grevi, di capri e pecore e pecorari dai monti selvaggi, forse “ignari di giustizia e di leggi”(Odiss. 9, 215), gli angiolilli al loro passaggio erano pel villaggio uno spettacolo di giro, come le carovane fossero o no persiane di mercanti persiani, le visitazioni di magi e incantatori di serpenti; e tra le donne, quelle più ardite e meno intente a contenere uteri prolassi e lampi ai circassi, ‘uno per una fa bene a ciascuna’ era la diceria volante e bisbigliata; con qualche precauzione per non mettere a giro pel villaggio citti glaucopidi e chiari. Dacché il falegname l’aveva conosciuta – e non si creda poco ché il falegname voleva moschilli da portarci avanti la bottega, ma dei suoi smagriti spermi, data la sua certa età, sospettava punto il ‘mifaffatica’ – Maria, bambina ormai votata all’interpretazione negativa degli squilli delle sue trombe e tube, regolari ogni mesata, Maria niente, pareva preclusa alla maternità, dunque sull’orlo del ripudio e della tossica curiosità del paese. “E lassala perde’ Giusè” – diceva il consiglio dei basilischi all’osteria – “per quanto amata (egiz. mry n.d.r.) la tua Maria l’è una vescia rotta”; Anna sua madre accendeva ceri, a chissà a chi e dove, mancandole madonne e templi all’occasione; infine egli, Giuseppe l’inappagato tuttavia, “non volendo esporla a infamia, si propose di lasciarla occultamente” (Matteo 1,19). Ma, ma, mma “per fortuna che c’è il Riccardo che da solo gioca a biliardo non è di grande compagnia ma è il più simpatico che ci sia” (Gaber-Simonetta 1969) e a Maria soccorse un angiolillo equestre, donna al vederlo così sbarbato a fondo, liscio, e sottile un filo di cajàl nell’occhi e sotto l’unghie nulla, né polvere, né fango, né segatura, né sangue a dirla tutta; non sudore di birra dalle membra snelle e ben formate da “nobil cavaliere” quale alla Zerlina dovette sembrare Don Giovanni e per Maria, farla breve, più che un essere vivente una piena di luna nel deserto. Egli, alla fonte dove lei sostava con le sue giarre da riempire, passò un giorno col suo morello pell’abbeverata e “per quei rai di grazia pieni” (Così fan tutte, 1/13) di Maria, il bellillo vide e non vide passare un’aspettativa, non dicibile né detta; sicché lui l’afferrò quel povero mistero e, dietro un folto di tamarìci dove talvolta ella sostava per un riposino, a riflettere, ignara tuttavia del significato esatto del verbo riflettere, o per le chiacchiere segrete con Maddalena lontane da occhi, orecchi e voci di seghe, martelli e pialle, Maria lei pure afferrò l’inquieto ignoto. Poi l’angiolillo “entrato da lei, io ti saluto – le aveva detto – o favorita”   e con la grazia davvero celestiale di una cometa o del sospiro di un bebè saziato, sfiuù sparì in una nube di nitriti, lance e polvere. Passò un giorno, passò un altro, poi passò tutto e non passò più niente; e fu il primo giorno della gravidanza sua. Maria, desolata e atterrita all’idea dei ferri mortali del marito, ma addestrata alla cautela e a dominare l’ansia dall’amica Maddalena e dalla nostalgia memore dell’angiolillo, prese ad attirare il falegname in faticosi trabocchetti; lui cascarci ci cascava volentieri e, stralunato per natura, la copriva più che con l’ombra sua, con tutta la sua pancia, anche tra i trucioli e le scorze di eucalipto, fino a stancarsi; fino a pensare d’avere sposato però una minaccia, una risorta Eva, cioè una traviata o poco men che tale, e fino a spaventarsi, sotto lo zucchetto, che quella ragazzina di focoso incognito nascondesse qualcosa… che cosa non indovinò; sapeva fare tavoli Giuseppe non i cassetti e però però però se ne compiacque di quell’andazzo e non poco ne profittò… Come andò a finire il resto della storia, non dico. La tradizione l’ha reso noto.

A margine del componimento la commissaria ministeriale, professoressa Ferro Adalberta da Mensogno, aveva scritto di suo pugno e d’un rosso carnivoro le parole che il lettore certo ricorda, fuori tema inopportuno pretenzioso bassamente canzonatorio offesa della comune sensibilità rivoltante pornografia; e altri commenti  ancora che riportiamo qui a seguire, ma come si permette questa ragazzina di scrivere manzoniana, sottolineato due volte, inzuppando il suo scritto di citazioni atte a screditare questa commissione d’esame, cinque sospensivi ed esclamativo, la Nannini che schifo, alcuni punti esclamativi, dimostrazione lampante d’ineducazione d’indifferenza rivoltante rivoltante, scrisse ripetendosi per la terza volta la commissaria, scena da lupanare a riga 22; indi sottolineato tre volte, sintomi tutti di proterva immaturità; una sentenza di cassazione. Ma fu allora che, per rendere efficace il passaggio di Carmilla a una sua consapevolezza di classe, si rese indispensabile la happy end di un’inaspettata quanto ottima prova orale, in tutte le materie, anche con la commissaria che pure aveva infarcito di trabocchetti pelosi quanto burocratici ogni domanda… la commissione si divise in due fazioni prima, poi in tre, infine ed è qui che tra maggioranze e minoranze intervenne la grazia del professore di filosofia, come agli dèi piacque Carmilla fu promossa;  col minimo dei voti ma entrò all’Università.

                                                          Fine del terzo episodio

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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  • Biuso

    Assai mi sono divertito, Pasquale, a leggere il tema della ragazza.
    Hai attinto ad alcune fonti e hai molto inventato ma io credo che la faccenda sia andata esattamente come Carmilla la narra.

    • D’Ascola

      In effetti Carmilla non era sicura fosse circasso l’angiolillo, però, come scrive lei, però però però. Se ti ha divertito sono contento assai, lo dirò a Carmilla, che adesso ha i suoi anni si capisce.

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