L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti (A stomaco vuoto) – 2 –

                                                                         xiao-guo-hui-_cutts_2015_03_27_32631-931x1024

                                               – 2 – Jack in the box

Let us introduce you to the main characters of the current story, alone by themselves…

Hmmm mi chiedi perché

mi chiedi che cos’è

ogni notte il rumorino

che ti desta, bahmmbolino…

tanto poi ti riaddormenti.

Ed io, o me chissà, gl’è

che ogni notte gratto

gratto ossa, golosa

di vedere in fondo cosa

la… la cosa che sta sotto…

Dobbiamo la scoperta di questo primo sussulto di riconoscimento poetico (self-awareness) al nostro talento di inquisitori; e al rivelarsi come fonte di Giada che, confessandoci l’ingegnoso tesoro di Carmilla, si svelò e risvegliò alla propria missione critica, nota già allora ma solo al suo fato… ci torneremo; It looks like a roast cooked without its kitchen-string… you’ll agree with me (sembra un arrosto non legato, ne converrai), fu l’assai calzante metafora con cui, letti  di Carmilla quei primi rudimentali versi, Giada, a quel tempo parlante solo inglese con lei, nella convinzione prima di metterla sui binari giusti e ricorrendo a Virginia Woolf, Words are full of echoes memories associations – osservò – but try with a sonnetl’esortò (le parole son piene di echi, memorie, associazioni, ma prova il sonetto); implicita la raccomandazione a vigilare sul ritmo e sulla corrispondenza tra suoni; o significanti; a non lasciarsi intrappolare dalla faciloneria del verso sciolto… ci torneremo.

Con l’età intanto, Carmilla e Giada presero insieme ad avere gusto per le scarpe, che fossero evocative per la prima, non d’obbligo il buon gusto, di rigore nere da battaglia per la seconda; e non meno per le scatole oh, oh le fresche di negozio e profumose di cartone e cuoio e di promesse, e che allo schiudersi rivelavano meraviglie come l’affusolato insieme di punte e tacchi, bassi ma tacchi, donato dalla madre a Carmilla al compleanno per la maggiore età, e che di lei fece, la consacrò secondo lei, donna perfetta. Il ricordo di quegli involucri per simulacri dell’appetito – badare che non stiamo a perderci nei meandri del feticismo – e perpetua promessa di un settimo più gradito giorno, continuò nel tempo ad accompagnarla e ad eccitarne talvolta le bartoline giovani; ah le scatole da scarpe, ah l’odor di colle, e di affrettarsi e di adoprarsi umano uhm; Proust, aveva cominciato già a leggiucchiarlo, in questo l’aiutò moltissimo e, Carmilla lo sentiva, certo l’avrebbe lodata il Maestro, per la trovata qui appresso, non la prima non l’ultima di altre molteplici venture, È possibile che la femmina sia nata… e tuttora cominci dalle scarpe… cioè con un artificio… prenderne nota; dettò a sé stessa. Ma, ma, ma, a dispetto della flessuosità, della statura e della complessione da ballerina (175 cm, seconda, coppa B) pare tuttavia che Carmilla lamentasse allora, e lamenti tuttora dei suoi piedi l’incerto, per non dire malaccorto sviluppo; piedi che al guardarseli nudi e crudi da piccina lei aveva preso subito in uggia e tanto che, da grandina, solo la distrazione dello smalto rosso sulle unghie sotto e sopra l’esca delle scarpe, era convinta potessero illeggiadrirli, farli sembrare adulti e stuzzicare chissà a scoprirli, atto che però, anche qui torneremo, le fu e le sarebbe stato sempre fonte di disagio, una paranoia se vogliamo dirla; al mare, tornando su un’immagine già nota al fedele lettore, sdraiata sulla battigia come d’abitudine, e adesso anche per rafforzare l’abbronzarsi nel luccichio dell’acqua, sempre sperava che, onda dopo onda, un’ondina arrivasse a scioglierle nell’acqua quei piedi e farne crescere di nuovi, stretti e lunghi, un bel trentanove, quasi come Giada (41), e senza quell’accenno di valgismo degli alluci che ne disturba ancora i giorni; disposta a soffrire come sirenetta ad ottenere quel prodigio, pur tuttavia no, Dai piedi si vede che non hai voluto crescere, sappiamo le dirà un esemplare umano da sella, di fascinoso ingombro, scarso tatto e molto esercitato nel far sentire altrui soggetto alla clinica del suo guardo scroto-scruto-e-interpreto; per solito, in caccia fuori dal dipartimento di filosofia con una grossa moto tra le gambe. Ma su di lui, eseguito un test sostanziale, Giada concluse che oh dear he has a huge penis indeed; osservazione che, mancante la prova sensibile, potremmo tradurre con, oh guarda ha un gran bagaglio culturale davvero, aprendo però con quel davvero, la scatola del dubbio sull’adeguatezza culturale stessa del bagaglio. I brufoli avevano smesso già da un pezzo di tormentare il bel viso di Carmilla quando, per avventura a maturità finita, in un bel mattino d’agosto Giada era filata via dalla stazione arroventata di Ombrìa con un ufficiale di marina, di lei dieci anni più grande ma valente sommergibilista, anche in treno; interrogata in merito più tardi la giovine rispose con una frase che tutti o quasi hanno nel cuore comandante. Non ci chieda il lettore quale. 

Carmilla apprese nel corso degli anni e per certe sue meditate fantasie, a trovare uomini, la maggioranza, divisi tra incantatori, involontari dongiovanni, paradossali creduloni, ingenui bahmmbolini dalla scorza infiammabile, o rodomonti, proni però alla noia della ripetizione; carogne assatanate qualcheduni; e le donne, uh quelle, saccenti pretenziose, ridicole preziose, tranne Giada fuggitiva, e semplici coglione, molte, per le quali, Amore non era medico, per dirla con Molière, Né mai sarà, sospirò la frase Carmilla, avviata allo scetticismo di un suo quaderno nero. E così a confermare la fabbrica di una sua certa vocazione, al compito della maturità, intesa esame-dim, Carmilla scelse l’argomento letterario – Giada in opposta scuola, il politico sociale – ma contr’il tema proposto, genere dite-le-mie-con-parole-vostre, andò all’attacco con questo suo… ci arriveremo presto… componimento in prosa, non poco singolare, straniato senza voler parere, pregio che Carmilla invece maturerà come abito a fatica, tale nondimeno da suscitare l’orrore, voilà il successo, della commissaria esterna, fuori tema, inopportuno, pretenzioso, bassamente canzonatorio, offesa della comune sensibilità, rivoltante pornografia. La promozione di Carmilla si stava scavando da sé un baratro con le proprie e con le mani di colei che – fantasticarsene lo chemisier, forse pervinca, chiuso alla gola da un nodo papillon e lo sfrigolio elettrico delle calze ad ogni accavallar di gambe – colei che da ogni fessura del proprio ufficio pubblico, come da un mal chiavato feretro esalava ma infeltrito odore di santità; fu provvidenziale la difesa a oltranza del membro interno, mai termine fu più perspicace nell’individuare la propria consistenza, il professore di filosofia. Molto noi-del-’68, uomo barbuto sempre piaciuto nella vulgata diffusa dalle ragazze, colui fu in quell’ultim’anno per Carmilla oggetto di devoto culto, distale ammirazione e prossimale generosità; Giada fu iscritta a ruolo di guardiana e nume degli incontri tra i due – albergo non era il caso, nemmeno a Marina d’Ombrìa, il paese è piccolo, vede lontano, la gente mormora, lui sposato a un’avvocata nota – incontri nel gabinetto di detersivi e stracci e scope, ah la bizzarra combinazione, al terzo piano, l’ultimo dell’ex palazzo Bellomìni, già degli estinti conti omonimi e adibito dallo Stato a scuola (1949). Erano incontri superficiali, atti a far perdere via via i residui della già compromessa illibatezza a Carmilla e, direbbe il Gadda, titillare la narcissìa al professore che, abbiamo appreso, in debito di ostentata maschilità con i colleghi del collegio docenti, con coloro per quello sfizio illecito si sentì alla pari finalmente. Giada era come si direbbe, donna di mondo e non si scomponeva né mai si scompose per alcunché… vedremo. 

Fatte queste debite premesse narrative e note queste vicende umane e rimandati agli sviluppi di questa narrazione certi particolari di non poca sostanza, ecco qui a seguire il tema offerto a Carmilla dal Ministero, allora della Pubblica, ma sempre pia Istruzione.

Tema: Essere angeli. Riletta con occhi d’oggi la nota riga del vangelo di (San, omissis n.d.r.) Luca, 26/28 “E l’angelo, entrato da lei, disse, ti saluto favorita dalla grazia” traetene gli opportuni spunti, motivi di riflessione personale e di meditazione sul presente.

Ne sapremo delle belle.

                                                                 

                                         Fine del secondo episodio

BARTURO 10

0
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?