L’ElzeMìro – Legumi, legàmi e litòti – (A stomaco vuoto) 11a


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                                                                      Fatti e fati

 

E cielo e terra si mostrò qual era

la terra ansante, livida, in sussulto

il cielo ingombro, tragico, disfatto

bianca bianca nel tacito tumulto

 

una casa apparì sparì d’un tratto

Giovanni Pascoli (1855-1912) ogni verso detta un inspira trattieni espira. Radiologia. Giada calò su Carmilla un tagliafuoco di pause, di un insieme di pause come in quella poesia e come sempre nel discorso dei poeti; non nel bi a ba di epilettici e isteriche; poesia di rima e misura, di ratio, di metro, non di ciochevuoldìre; come la musica costrutto di pause, ricostruito in enclavi di suoni intesi, spesso è vero, soltanto a occupare le orecchie eguali a truppe di turisti sudati fronte al muro non visto di un paesaggio ma al contrario, nei casi nobili non disarmati né di disarmanti banalità, a preoccupare ciò che oltre il timpano si move lassù quando il suono tocca imprevedibili corde e muore, senza consistenza su cui affannarsi, come a sera sull’acqua a riposo ciottoli piatti lanciati da una mano infantina; quando un’arte supera i propri mezzi di produzione e di ascolto, traversa il recinto del sacro e per quanto ci si voglia accanire a spiegarlo il discorso della musica non si sa di che e che dica ma è letale, bene ne scrisse Tolstoj; in egual modo risuonano, agl’occhi però sulla carta stampata, le parole di Omero e il greco non si conosce magari, eppure ci muove, la materia pervade, non diverso da una cicuta dai piedi fino al cuore, dove vien detto ci tocchi custodire i sentimenti, quando uno soltanto è il verosimile, quello della morte. Dunque Giada tacque, tacque e tacque, né rispose né propose, né e né e né. Tacque.

Well then, divergiamo. In ogni atto d’accumulo, vuoi di francobolli vuoi di quel che sia, dicono alcuni vi sia la memoria, plunf del distacco dai tenebrosi catabolìti intestinali che, per forza o piacere e bric-a-brac gassosi, caddero ai dì come dèi dall’intestino al vasino; v’è poi chi afferma che sostare a lungo in attesa e dopo indugiare sui vasi sciacquoni sia negli adulti retaggio di quei passati giorni; ma sono questi forse arzigogoli di amabili mitologie borghesi, sciocche fesserie desunte dalla carta igienica che è noto, non canta. Ordunque chi colleziona denaro (oh non l’è ma la chacchina di’ Bbelzebù) chi arraffa, accatasta, immagazzina, (si sa di coloro che conservano in appositi siti decicentimigliaia di scatole e di cartoni) e s’intende, magari sticchi, pacchi e minchie so that one can’t ever get satisfaction; chi affastella e impila chi rastrella carta e giornali parrebbe percepire che quelle son cose come d’autunno le foglie, dimenticate ancora prima d’esserci… like syllable of dolour… ssó… Candian, 18.260 foglietti salvati in dieci anni da altrettanti calendarietti a fogli mobili di grande formato, 13×18. Con la sua scrittura minuziosa su ogni foglietto Candian riassume da settimane una scena del Bucintoro impudico, libero adattamento dell’ omonimo abbozzo di Carmilla. E ogni foglietto spillato in visionaria sequenza (ovvero anche di disegnini) su un gran tableau, mourant, a farsi story-board d’un pornème prosaïque opérà-ballé-cinemà immaginato per centocinquanta (la gallina canta) tra attori e attoresse, tutti previsti con virulenta amatoria virtù (sottotitolo burlesque per lingue pornografiche), un soprano nel ruolo di Cléodore, un baritono nel ruolo del re barbaro Cafàrnao (sic) e un tenore, Poliedro (sic) giusto per triangolare la vicenda. Canterebbero gli attori, nell’idea e su musica di Candian (diploma di conservatorio a Rovignolo-Italy) doppiati da voci cantanti, canterebbero versi sventurati (carmilliani, revisione Candian). La vicenda secondo Candian si sarebbe dipanata dal segreto chiuso in lei di Cleodòra, baracconiero mostro d’anatomia dotato di corde vocali nascoste appena oltre le ghiandole del Bartolini e in grado di farle cantare la vulva, ovvero emettere arditi e famelici trilli, soffiati per incogniti dotti dalla trachea alle tube di Fallopio. Un’opera al nero, maniacale e diuturna che benevolente Carmilla osservava, e alle questioni di scrittura che Candian le proponeva, rispondeva ma come un telegrafista; aveva a cuore solo Giada e le spedì e le rimandò scampoli poetici pei quali nulla le fu restituito, non consenso, non plauso, non quella critica puntuta cui l’amica l’aveva avvezzata senza tentarla a desistere dalla scrittura, lasciandola anzi nel dubbio costante se la sua fosse tale o non piuttosto scrivitura del lavandino ambizioso in cui la sversava – si noti per cortesia il gioco tra verso e sversare – nada, anche delle due raccomandate che spedì l’unico riscontro fu una sigla sulla ricevuta di ritorno. Giada taceva a ufo e Carmilla piangeva; senza averne ragione, provava e riprovava ad agganciare Giada con una lenza la tenacia del quale allora non poteva indovinare…

11.11.12.12

Breve radiografia  dell’àlbatro.

Obbediente al richiamo del pilone,

Plana, frena, si posa; non airone

Però, sostanza del cielo (l’aratro

della  terra). Altra paura impossibile

È sgominare l’inaccessibile…

(vedi bene, delle diecimila cose

la natura non è, quella delle rose)…                                              

Mira, un quantum di sentimentalità

Perdura nella cisterna umanità;

Guarda, non è risibile. Stridono

Ma, gli sproni dei cancelli servono

A ricordare torride sciocchezze,

Avide, multiple, solide ebbrezze.

 

Ma Giada s’astenne e tacque, non rispose né propose e se possibile, tacque di nuovo…

 

Poeta. È  femminile il poeta

Se tale; seduto, certo virile,

Vista mare, là, conversa civile

Con chi, oh bè sì, con una travestita.

È dubbioso chi sia e se  la Morte;

(né trucco né inganno, domandate

all’abito frusto, ma non osate

parlarle, ché sedurrebbe la sorte.)

Sì, concreto, non conosce vaghezza

Il poeta, una, sola una poeta

eccola, quello che con sicurezza

Sbarca da questo a quel mito, altri porti

Di là d’ogni dogana; né meta, 

Né stato civile v’è che gl’importi…

 

E Giada implacabile sarta cuciva una coda d’òrbu sùrdu e taci…

 

Orpelli e tango. 

Ciondoliamo al collo, siamo preziosi

Gingilli, in chiaro vogliamo avvisarti, 

Guarda, mira scintilliamo noiosi, 

È qui la tragedia, per iniziarti…

Cose note che cambiano secondo

La testa cerèbro; Cèrbero danza

Il tango delle parrucchiere, immondo,

a lievi scatti, con tetra baldanza,

L’occhio sulle cose, doppia stazione

In circostanze senza consistenza, 

Orpelli e tango e pietre, una flussione…

Shh… pizzicato di  buone parole

sulla corda di La, oh madre, in assenza 

d’ambiguità; traduzioni ed asole…

 

Benché col silenzio sembrasse proporre un’interpretazione del silenzio, Giada nix nix hush hush. Infine (long week-end con Candian di nessun interesse narrativo) dal restaurante Pâo de Canela, Praça das Flores, 25 Lisbona, sul tovagliolo, impronta di labbra al sugo di pesce, Carmilla scrisse, fotografò e spedì col suo telefono…

 

Praça das flores, ao  Pâo de Canela

(la de Velho, planta medicamentosa?)

Cercare di sapere come, che cosa

Si può gustare, che sia in Rè minore

Almeno, in questa intrapresa del destino… 

E tu che vuoi, che vuoi pescatore 

dai pesci che raddoppi, che ti grondino 

Acqua di luna, giù; da vendemmiatore

della tua, di loro sorte che sgrondino

domande? Ora, lenta, ammaina, la tua vela. 

(Il quesito ha da valicare ogni possibilità d’interrogare, non…)

Ai viventi e quantunque inanimati tanto che di molti si possa supporre non si accorgano che il tempo, ritenuto dai più loro possesso, è un mozzicone di filo in mano all’altrove di una Forbicicchia – così scrivette il poeta – da tosatore; similmente, anche ai personaggi, ignari d’ogni esserci che appunto non sia altrove, accade che occorra morire; sicché all’allegato qui sopra Giada rispose così che… (Lettera di Giada a Carmilla) sono costretta a segnalare che all’ora ics di un giorno non stabilito da altri che da una ria sorte nella mezz’ombra in cui berlino rivela il suo vero volto di città-la-morte. walt. che intanto lo sai ha vieppiù maturato la propria attitudine ad assumere di un percorso il principio e la conclusione. da b ad a assoluti del suo camminare senza riguardo per c. cose fatti incontri avvenimenti cioè che possano interferire o partecipare al suo spostamento. ecco che in quell’umbratile mattina e non senza avere fornite di cibo le gatte e pulite le loro sabbiette (così ho constatato chichi) ebbene walt con la chitarra nella sua custodia e qualche foglio di musica nella sua cartella via che fu visto uscire di casa coll’anticipo usuale di due ore dal 53 di weinmeisterhohenweg. subito a sinistra in gatowerstraße poi in heerstraße e dato che né pioveva né tuonava e che come d’uso egli contava d’arrivare al lavoro in anticipo da lì procedette in linea retta per tutta la strasseria berlinese. tirava dritto. cimitero inglese di guerra. pizzeria tutti-i-gusti. dritto per theodor heuss platz e via per kaiserdamm oltre ristorante rosati. walt di tutte le linee predilige le rette lo sai. cosicché poco prima del palazzo dell’opera e c’è da credere sudato per il grand tour dalle scarpe fino ai capelli walt mise un piede davanti all’altro per traversare di nuovo. e indifferente all’appressarsi di un solerte furgone der deutschen bundespost crash. si ribaltò sul cofano. sul tetto. volò per aria. indi dal vertice della sua parabola bruno walther ricadde a seguire come era vissuto. senza considerare i punti intermedi… Giada rispose così che il Walther a Carmilla era morto.

(dal Diario di Giada) adoro i piselli ricordo che ciccì me lo disse. disse. quello di walt (di pisello n.d.r.) lo sfrutto e disfrutto walt che lo spende con perizia furente. anche questo aggiunse più o meno. ma se te tu l’avessi un pisello. un pisellino sarebbe diverso. tutto allora mi piacerebbe. mi disse in segreto di pulcinella o cosa.

Osservazione. Volendo parafrasare grosso modo un concettismo caro a Carmilla, ai fatti è dato di presentarsi accadenti o accaduti. L’acqua scorre o dilaga, eguale a certa diarrea. Gli eventi sono avanti. Gli atti si attuano perché nessuna combinazione di tempi concede altrimenti. E così, per questi supposti veraci avvenne ciò che il lettore prudente sospettava da tempo, quel che era destino, che agisce nel fondo di certe sue strade e a fondo. È in questo modo che muore anche Mozart. La storia parrà a molti andare per le lunghe; farle finire è un vezzo letterario ma si guardi Proust, direbbe Carmilla, a story nevvéro along a never ending thread. Ma c’è un motivo, il tempo taglia di sé all’infinito segmenti, per così dire una tenia, siamo gli enti i segmenti; si sa mica, sa nemmeno il conteur quando eccome la smette la segmentazione; forse con un dumdùm baraùn ché tutto ritorni a tenebra e acqua e il caso al caos o, come su Marte, a sassi e polvere rossa. Poudre d’ossa eau de parfum. Or tutti a me (G.Verdi-Traviata, a2/s12) or ci siamo prudenti e pruriginosi lettori. Ci siamo e pur tuttavia cautelosi nel riferire ciò che Giada ci disse senza censure. La sera stessa dopo il funerale (c’era una folla, solo Giada, e Carmilla tutta nera in impermeabile muji, giacchina chiusa su fino al collo e sottana e stivali al ginocchio; e pioveva) e dopo il pulverem reverteris di Walt al crematorio di Treptow, Kiefholzstraße 221, 12437 Berlin-Baumschulenweg, ecco che Giada e Carmilla si ritrovarono a bordo di un taxi dall’oculata lentezza, conversando ad occhiate fino alla camera di un bell’albergo in stile deutsch und schwer, tedesco e pesante Nietzsche scriveva e non degli alberghi; stelle forse quattro ma pagava Candian e da spanciarsi ad ascoltarne il nome, Hotel Provocateur, 21 Brandeburgische Straße, 10707 Berlin; una bella camera blu di velluto, con un sentore diffuso di babilonia e poudre d’or, sontuosa, ultimo piano sotto tetto, il bagno a vista dietro un largo doppio cristallo; Carmilla in qualche pausa vi andò a fare pipì sotto gli occhi (sperduti, sottolinea nel dire Giada dei propri n.d.r.); Giada contò che Carmilla fu spogliata con la cura che talvolta l’estasi non confonde e rende anzi lucidi; è la convinzione che fa l’opinione e la pretende comune, ma scrittori ben barriccati avrebbero sottolineato il contrario scrivendo, con gli occhi appannati della lacrime; Giada invece proseguì lo suo cunto contando lo sciogliersi, lo scartocciarsi e svolare sotto venti abili dita di zip e reggipetti, collants e mutande, l’addentrarsi di nasi, di lingue tra peli curiosi e che le, Piacque da morirne al tatto il suo monte di Venere… bello come una madeleine sul vassoio… poi afferrarla e gnam, concluse Giada senza vergogna per il fantasma di Proust, ma con un tremolo di passato remoto sulle corde vocali; riferendosi poi a quelle di Carmilla come fossero altrove situate, Allo sfiorarle con la lingua il clitoride (sic) fu un niente estorcerle (sic) uno squillo vivace, In la maggiore un trillo, seguito da una risatina ascendente, parola di Giada, (con un accento geloso n.d.r.) Che molti ebbero l’opportunità di suscitare e ascoltare. Giada nutrì di saliva Carmilla, parola di Giada che non esitò, nel ricordarsi del gesto, nel rammentare a sé e a noi la bocca di Carmilla spalancata come, Una voragine d’acqua (sic ohinoi) che accoglieva quella comunione (o battesimo se preferisce il lettore libertino che l’iperboli sieno forsennate n.d.r.) voluttuosa (quando ci si abbandona agli aggettivi ogni limite si catafotte un poco più in basso del limite stesso. n.d.r.). Come succede ogni qual volta un qualcosa racchiuso in qualcosa trova per propria forza una via per uscire, tra baci e carezze geografiche davvero spuntarono ad entrambe lacrime dagli occhi e mùrmuri vari e ben intonati dai labbri; riferiamo com’è il tant’è.

Infine notturno giù per il velux sopra il letto e sui corpi a riposo, si distese tra le nubi che sfollavano a nord verso il Baltico, un assortimento di astri confusi dall’aurora boreale dei neon berliniani. Allora Carmilla disse a Giada, e Giada replicò a Carmilla le due paroline fragili che l’umano pronuncia così per dire, a cercare un ramo, una maniglia un che cui appigliarsi quando si trovi a volteggiare in un turbine o strapazzato da una bora di sentimenti voraci. Sicché l’appiglio fu la minima frase, Ti amo. E questo fu il racconto di Giada. 

 

BARTURO 10

 

                                                     Fine dell’undecimo episodio

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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  • Biuso

    “Sicché l’appiglio fu la minima frase, Ti amo“.
    Sempre il Ti amo è questo appiglio alle altezze della gioia.

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      Così pare nevvero. Grazie dottore.

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