L’ElzeMìro-Il gusto del fisioterapista 8

tumblr_ovntm8x5p21rz2lkvo1_1280

                                                                                         Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931

C’era una volta la morte apparente. Intendersi, l’impiccato è facile, pleng, si rompe il collo e non ci sono dubbi; il decapitato, swing, la testa cade, ma basta meno una coltellata a staccare la spina, settima cervicale, epistrofeo e più morto di così si muore; pistolettate, ci sono i colpi che sono mortali senza ombre, e quelli che ti tengono lì, quasi di là, il tempo che ci vuole; il principe Andrej nonostante la cannonata, muore di setticemia; stesso discorso con i veleni, tranne quelli lenti, prendi l’arsenico, gli altri si è visto in molti film, dieci passi e via che si va o si resta lì intecheriti ad aspettare che si fermino le bielle interiori; il conus geographus, l’australiana assassina  ti punge da morire, ma è quando sali a riva e ti siedi che sdeng, comincia l’alzheimer di tutto il sistema e piano piano muori. Fentanyl, morfina 100x, ciao. In un tempo lontano lontano, stabilire con precisione l’avvenuto decesso, per motivi normali all’essere quadrupedi o bipedi, senza ecg ed eeg e in mancanza di precise nozioni in merito, pel medico empirico di allora non c’era che la vista il tatto e l’odorato per distinguere tra decesso e coma. E poi il coma, coma si fé, sicché, anche sulla scorta di leggende terrificanti, dall’epoca dei lumi in avanti si cercò di far lume alla tecnica e si presero a studiare  sistemi che dessero al defunto non trapassato l’offa di riprendersi al suo posto tra i viventi. L’idea era quella, che la morte fosse un nascondiglio. Poi, forse oscurati i lumi da Mary Shelley e Bram Stoker, a non parlare di Potocki, ecco la romantica idea della safety-coffin. Il metodo ritenuto a prima vista più pratico fu di collegare l’interno della bara a un campanello posto in superficie. Nel caso, una strigliatina al lazo e corri  guardiano del cimitero o chiunque bighellonasse tra i sepolcri. Il difetto stava nel fatto che all’interno della cassa avvengono movimenti che sono sì vitali ma di specie striscianti e sgrufolanti. Non sto a dire. Allora si studiarono oltre ai campanelli, tubi, periscopi, vie di fuga attrezzate variamente. E l’uso della camera mortuaria, un limbo in cui attendere quei qualchi giorni, se fete o è zozzone o morto. I morti ormai sono chiari nel dichiararsi tali e l’Elzemìro non si è ancora ripreso dal tintinnìo di questo qui a seguire più che sonetto; (endecasillabi in prima quartina alternati nelle seconda all’alessandrino, che ricompare in chiusura di entrambe le due terzine) un sonettino, un sonaglino lugubre d’inizio, e il troncamento  finale… una ghigliottina con cui l’Alabama il racconto interrompe per augurare buone feste. Augurio che l’Elzemiro non si sente di nascondere o negare ai lettori esuli e rimasuglioli.

Limerick in formato sonetto

Giuseppe, il falegname primitivo,
sei belle e robuste assi di cipresso
elesse tra il tavolame ottativo;
tagliò, squadrò, inchiodò e dappresso

prese a lisciarle, così da rendere la pelle
della materia un culo di bambino;
querulo ahi un vicino, Ne vedremo delle belle,
chiese, Oh quello, oh per cos’è il cuscino…

Giuseppe circonflesso non rispose,
continuò il lavoro indifferente
poi posò il capo sul guanciale e nella cassa,

cui con ingegno un coperchio pose,
da sé su di sé si chiuse ; un battente
che in un’occhiata si serrò. E fu oscura massa.

deniz comincia a piacermi.   averla accanto nel letto dico.  tiene di là il resto.  fuori dal cerchio stregonesco.   il resto resta in assedio.   mi sono svegliato con l’immagine dei due gemelli sgozzati nella notte.  mica niente.  stavano lì fermi nell’acqua.  deniz.  mica s’è svegliata ma chissà per quale intuito ha allungato una mano e mi ha trovato una mano.  dico la sinistra per essere precisi.  son cose che impressionano il solitario abituale.  da fargli pensare che si tratti di segno del fato.  grugru qualcosa in turco.  senbalìk-senbalìk l’unica cosa che so.  al pesce felice è un ristorante sul bosforo cozze come peperoni forse si nutrono della nafta gorgogliata fuori dalle navi.  mica boccucce le cozze.    sputazzagli dentro che loro magneno.  il resto capisco mica.   güle-güle bye bye.  c’è un estraneità che ci distingue uno dall’altra ed è quella della lingua.  niente è più robusto della rete che divide un parlante da un altro.  e dà soddisfazione trovare nella rete la maglia sfatta in cui infilarsi.  o un’altra lingua.  da inventare.  ma.  è la lingua che fa  materasso e lenzuola e non il contrario.  o sì non so.  l’italiano lei parla benissimo con il ritmo languor-languor un’ottava sotto degli orientali di laggiù.   anche i romeni ce l’hanno un po’ il vezzo.   ma meno pratica di cuscini e lokums.  adesso quello che è chiaro è che non è chiaro niente.  la morte dei gemelli.  o è stato il nano a farli fuori e allora c’è un perché che tirargli fuori sono cazzi.  una storia di pompe negate o.  oppure non è stato lui.   forse qualcun altro.  lui li ha denunciati per dovere di spia.   ma non è detto.   poco importa che sia spione per qualcuno.   pappagallo di una qualche altra mafia.  gli stessi che hanno pescato il notaro e non escludo fatto fuori.  ma il notaro faceva cose tali da sparire e farmi rompere i coglioni da quella sua moglie pederasta.  o chi l’ha preso.  se farai leggere elzemiro queste righe a qualsiasi esperto di gialli vedrai come il saputello ti dirà che me ne stavo in un sacco al buio.  ma che lui saprebbe come si sviluppa una trama.  ah certo a inventare sono tutti campioni.    ma il reale non si presta a campionature.  fa cagare e basta.  devi farci una ricerca dei parassiti e non nell’atmosfera zucchero e ovatta di un laboratorio.  non ricordo un  film di tarantino quale. ma c’è la ummammamia thurman tentativo della creazione di superare se stessa.   e c’è l’attore che invece di volersela succhiare alla thurman… il cretino fissato la picchia e la chiude in una cassa e la sotterra.  però pochi centimetri.  lei che è una sveglia e allenata maestra di kung fu fa pesta pista batte batte rompe rompe il coperchio e una botta e via esce alla luce.  brava.  ma è un film.  me fuori dal film non so come uscire dalla mia di sepoltura.  non mi interessa mica già detto sciogliere il mistero per la sciura pagatora.  per me il marito può essere un teschio spolpato con un corvo appollaiato in cima fuori da una fossa in mezzo all’anatolia.  mi secca non uscirne per i soldi.  ho fatto i miei conti.  o mi metto in pensione e vado ad abitare a istambul magari da deniz.  la casa non è tanto grande ma se ne trova un’altra.  vista mare tassativa.  oppure le dico di licenziarsi e di stabilirsi qui a baires.   ma  niente mare.  non si può privare del mare chi ci è nato.  avere il mare davanti agli occhi alla mattina è sapere che c’è lì pronta ancora a lungo una placenta previa.  è una risorsa.  invece.  guardare cosa abbiamo qui.  due picchiatori ma li ha visti mica in faccia pancho e felis nemmeno.  poi una soffiata.  un nano che sembra collaborare ma a muzzo.  due cadaveri e basta.  filo da imbastire che basta un’unghia a sfilarlo tutto.   somma niente.   il nano torno a interrogarlo a stuzzicarlo con la mia richiesta di buoni pugni a vedere come reagirebbe.  e quello mi riceve in uno sgabuzzino di ufficio che sa di caffè e zucchero seccati in fondo a innumeri tazze.   ah questa è bella.  non lo nego ci sono persone che senza motivo provo il desiderio di picchiare finché non mi dicono la verità che nemmeno io so ma loro sì.  il nano è di quel genere di canaglie.  so che lo è ma non ho prove né indizi.   e quello senza preavviso mi scaraventa in viso un sorriso inaspettato e convincente.   come non si aspettasse altro o come.  beviamoci un caffè mi dice.  cosa rispondergli.  che sì.  un caffè è sempre un punto interrogativo da cui si può partire.  allora o che cerca un alleato o ha da mettere in atto un’altra licenza di uccidere.  o gli piaccio e lui è sempre in tiro giù tra i ben lavati si spera cotoni.   regola di garanzia guardarsi dai sorrisi.  buon natale

0
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?