L’ElzeMìro – Il gusto del fisioterapista 5

tumblr_ovntm8x5p21rz2lkvo1_1280                                                                                    Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931

 

All’Elzemìro non piace Alabama, anzi lo inquieta e lo teme; ne teme benché a sorpresa si sia scoperta finita, l’appartenenza a quella congrega di borghesi in grembiale da fratelli muratori che non hanno mai visto una cassaforma o un sacco di portland ma solo casseforti e sacchi di dollari; ma allora, perché proporgliene l’affiliazione, così a muzzo… paradosso (vabbè che è bastato dire che no mai e poi mai, che l’Elzemiro non è battezzato, di rado partecipa, sta alla lontana da tutto) … Alabama è un paradosso come non è raro accada alle persone dotate dal proprio demone o genio di una selvaggia disposizione a elevare al cubo la rinuncia al ragionato e prudente non-mi-toccare, a dismettere le buone maniere dell’intelligenza, bref a farsi tatuare dall’esistenza; vedere la parabola Georges Dandin del Molière, (co)nuoci a te stesso; pur con tutto ciò l’Elzemìro ha netta la sensazione di invidiare Alabama propriamente per questo motivo; c’è chi nasce e dopo si attrezza a continuare e chi nasce smorto al principio, inconsistente nni’ mezzo di’ cammin ( etereo tanto da non lasciare orme dei passi inspiegati), candeggiato alla fine; e l’Elzemiro ha di sé la percezione confusa di uno che in agonia si disfi il letto per rifarlo e le lenzuola le lisci come nemmeno la cameriera di un hotel mille galassie; ammira Alabama e se ammirarlo non è il termine che circoscrive la sensazione in un solo soffio di vocabolario, ebbene lo invidia; ne invidia il suo essere alla rinfusa il fisioterapista che tocca e sfiora e preme la muscolatura cogliendone i patemi con l’animo del confessore, all’occasione Sparafucile, cacciatore di corna ma poeta, e dunque un poeta che vuole essere scoperto, dall’Elzemiro e dunque con un orizzonte di luna molto ma molto limitato. L’Elzemiro non saprebbe dire se  questa dell’Alabama sia ciò che popolarmente si chiama vena o se più di preciso sia il corso di quei fiumi carsici, che corrono e s’infrattano, il Timavo per esempio che appena nato torna alla madre, alla terra che l’ha partorito ma va, corre poi fino a Duino (Trieste) e lì butta fuori la testa ma solo per tuffarla in grembo (per completare la metafora maternale) all’Adriatico; oppure se essa è rinfuse, caso, exploit, mattoncini lego in un bric-à-brac di costruzioni abortite. Non è dilettantismo questo no, Alabama non si esprime, non è uno schizofrenico quindi, anzi spersonalizza; non ha il proprio feto in tasca, non gli interessa proclamare e dunque l’Elzemiro ritiene che Alabama sia poeta e si augura, si aspetta per la verità che egli continui ad alternare questi poemetti rinfusi al resoconto di questo delitto stambuliota di cui non si capisce bene la consistenza, anzi nemmeno se si tratti di delitto o no. Ecco dunque che avanti il quinto episodio della sua narrazione questi versi; benché inviati a parte, in valigia diplomatica o fuori sacco per dirla scherzando, all’Elzemiro non sembrano fuori contesto, affini piuttosto alle didascalie di un dialogo drammatico (Cyrano sguaina la spada e fulmineo si mette in guardia). Alabama scopre così un fianco che il sonetto scherzoso pubblicato tempo addietro, nel numero 2 di questa serie, non lasciava prevedere; si sarebbe potuto aprire agli attacchi di un pubblico smorfioso. Tant’è. E tanto è qui. Occorre notare che l’Alabama poeta, si accetti o no questa definizione, non trascura né la sintassi né i segni della comune ortografia e del verso… per questo aggregarli al deteriore del suo racconto pare shock utile e doppio.

Sarà.

O no la voce dell’airone.

Porta nuvole e vento, stamane,

manca poco al chiarirsi dell’alba,

un convoglio che si accavalla

una mandria immane di vacche,

all’abbeverata; pare proprio

che siano lì lì per sgravarsi. 

E allora se fossi nuvola

anch’io, svuotassi questo sacco

di budella pesanti di intrugli…

È così che parla il guardiano

della fabbrica vuota, nel chiarore 

stonato della guardiola, e dice,

Me ne andrò fra poco a dormire

si sa, e a momenti le nuvole 

bagneranno per me l’orto gratis

il Basilico, la Lìrope e l’Iris.

Un punto nero grasso e selvaggio

di cui non si cura, gli balla 

a sinistra sopra le labbra 

ogni volta che parla, si vede

in dettaglio, ma è un mago 

chi vi si sofferma o un profeta 

o soltanto un medico condotto.

Va e viene, ha un andamento incerto

ma è dell’airone la voce.

Grida.

Aprire parentesi quadra.  ogni racconto thrillellero thrallalà al quarto o alla metà sukamelabenón.  siparietto trombatario dell’eroe.  ginecologia a peso according to the author’s feeling.   eccoci qua.  sorpreso mi sono svegliato alle quattro nel letto di deniz.   sorpreso da lei che dorme intatta.   sorpreso che sarebbe un magnifico cadavere.   non sorpreso in un attimo ho pensato già ci hanno trovati.  avvertimento russo turco napoletano.   ammazzarmi la tipa nel letto con cosa, veleno amletico.  giusquiamo.  nuda a metà nel piumome ha fuori una sola delle due magnifiche tette.  una terza scarsa.   stile ballerina classica appena più.  compatte nonostante l’età per cascare.   invece due prugne mature fedeli al ramo.  fa un freddo assassino.  la rimbocco e vado a pisciare.   il suo bagno mi imbarazza.  un tenore scaraventato in scena dritto dall’aereo così frastornato dalla responsabilità e dal dover stare attento al direttore che imbambolato si ancora al suggeritore.  sulla mensola sotto lo specchio del lavabo delle bricciche femminili.   ogni umano usa con maggiore o minore gusto le stesse stupide robette e questa non è chissà che constatazione.   mi sono infilato nel gelo in cucina e no non mi sono preparato un caffè.   ore poco dopo le 4.   dopo un attimo di nulla sono tornato a letto come se fosse quello il moloch al cui sacrificio abbandonarsi.  deniz si rigira.  quanti, a venti o trent’anni dal nostro biribissi di studenti a scienzepò fermi a un semaforo deniz mi ha preso  per mano ieri sera, dita intrecciate strette come se gli anni non fossero passati.  ma questa è una mia interpretazione.  seguono lenzuola anzi piumone.  poi la mattina nemmeno brecht in persona fosse lì a straniarci in cucina.  deniz sofya bella come la sua cucina e in una grande vestaglia turca.  non saprei dire e non domando.  beviamo il tè insieme.  io non mangio mai altro che pane e nulla ma lei ha delle melegrane.  l’attore fuori di me domanda se  è proprio vero.  quasi quasi mi trasferisco qui le dico ridendo.  è così tutto vero.  è una dichiarazione domanda deniz.  mi faccio tacere perché la scena dell’investigatore nelle sue mutande sta tirandosi per le lunghe.  coccodrilli a colazione rispondo. mi interroga per salutare abitudine agli interrogatori.  rispondo che mi è venuto chissà perché in mente il titolo che nemmeno avevo notato di aver notato del libro che la sciura notaia mi ha mostrato aspettandosi chissà che oh oh ah ah.  coccodrilli a colazione ricordo le figure.  storia della bambina che gioca coi coccodrilli.  non commento.  prima mentre deniz dormiva ancora, vincendomi in bagno mi sono svuotato lavato e rivestito.  far coppia come a militare è fare l’abitudine a cagare sotto lo stesso tetto.   noi della coppia abbiamo il noi.  mi domando.  parentesi quadra chiusa.

Porca troia.  in macchina con deniz verso il suo ufficio chiamata di pancho.  voce stramazzata non rara in lui ma questa volta come chi che abbia la mandibola slogata.   slogata no ma tante botte di quelle.   pugni professionali.   roba mala.  otto di sera.  due armadi scaraventati in casa.  nemmeno il tempo di aprire la porta.  pancho lo so che non guarda mai prima lo spioncino.  cagoule da cagoni distributori di botte.  nemmeno uno parola non cercavano niente.  zeca  appena arrivata con la spesa  l’hanno legata.   non era bersaglio.   non l’hanno violentata i galantuomini.  avvertimento softt senza strappi allo stile.   la classe non ha copyright.   felis il gatto è dal veterinario.  sbattuto contro il muro gratis così.  lo stanno operando.  il gatto.  pancho non sa ridire i danni.   lui chiama dal policlinico.  osservazione 24 ore.  tre costole rotte la ciccia lo ha salvato dai danni interni ma è blu giallo viola  mi dice.  sei punti al sopracciglio sinistro tre allo zigomo destro.  polso slogato.   la testa rugby porca troia pancho amico mio.   colpire uno per educare l’altro.  ora non ho scelta.   tornerò a baires.  trovarli.  troverò soprattutto chi li ha mandati sciura canasta.  veda che non escludo suo marito uccellini belverde di bosco.  prima lo trovo prima mi pagano poi se muore felis ma anche se non.  per tutti.  vendetta.  toccare gli animali eh no.  odio la caccia emir elzemir tranne quella all’uomo porco.  prenoto un volo di ritorno.  deniz mi sconsiglia.  mi dice che  sapevano e sanno che sono a istambul e quindi.  o l’idea è di farmi tornare a baires o l’idea è quella di farmi sapere che possono beccarmi anche qui.  me o lei.  colpirne una per educarne l’altro.  tutto questo viene a dire che o sono lì a istambul.   o che mi vogliono attirare in una trappola a baires immaginando che non posso non reagire il che consiglierebbe di non farlo.  non ora infatti.  adesso voglio solo vedere come sta pancho e la povera zeca che ha preso solo la paura della sua vita anche se è riuscita a slegarsi e a chiamare un taxi da portarci pancho all’ospedale.   niente polizia per noi.  ambulanze con giudizio.  zeca è all’ambulatorio con felis.  scommettere che poi a lavare il sangue da casa.  i miei dii elzemiro sono quelli di troia.  di una troia.  vendicativi.  farò del male lo so già.  ne ho date e prese finora.  ma colpire chi che (che amo).  non sanno che cosa li attende.  saranno ma acidissimi e amarissimi zucchini da cagare.  e una soprattassa per madame angot per rischio professionale non contemplato.   deniz mi dice che vuole venire con me.  se resto in turchia rischia di più che le facciano del male e questo sarebbe troppo.  strage.  lei ha preso delle ferie.  percorriamo il tunnel per l’aereo manino nella manino non so perché mi viene in mente una canzoncina  di Belafonte.  una rumba.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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