L’ElzeMìro – Il gusto del fisioterapista 4

                                                                        

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                                                                                  Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931

Alabama non piace all’Elzemìro ma si accorge che in qualche titubante e confusa maniera un po’ lo invidia e già lo ammira; viene persino da pensare che in Alabama egli apprezzi il fervore maestrale che lui ha sostituito con l’aridità della bonaccia, ovvero e più di preciso che in Alabama vi sia  qualcosa che nell’Elzemiro non ha mai avuto il modo di varcare la propria cortina di ferro senza visto, senza permessi del politburo o più alle corte di un qualsiasi doganiere con l’occhio che afferma, vedi che ti tengo sotto tiro. Alabama ha qualcosa di brutale ma sincero, di chiari e scuri netti, eccedenti, possiede un troppo che lasciato andare sarebbe distruttivo; Caravaggio il battilame è il suo profeta forse; Alabama procede per salti, Caravaggio saltò per tutta la vita, anche da una fortezza a Malta. A tratti parrebbe, sembrerà ai malaccorti, che in Alabama lavori appieno il delirio, ma non è così benché sia possibile che molti lettori si decidano, anzi siano già decisi a crederci, e te saluto a ssorete Alaba’. La veemenza non è un modo, mood,  benaccetto da orecchie che desiderano trilli e carezze, Alabama distribuisce berci e schiaffoni e non è gradevole, ma secondo l’Elzemiro è accattivante, non solo incattivito. Insomma Alabama è Paint it black sparato nella stanza di una fanciulla che ascolta Only you. Tutto qui. Dunque a dispetto di una prevedibile impopolarità, ecco il proseguire delle sue storie.

                                                       Alabama 4. 

Banca.   andarci sempre senza prepararli.  non se l’aspettano, tesi.  antitesi ti dicono che al momento, che devono controllare e che due o tre giorni lavorativi.  sintesi due o tre giorni lavorativi non posso o sarà troppo tardi.  corollario, sempre un po’ lemmy caution coi bancari e coi banchieri.  sono dei mentitori funzionali.  voglio dire la banca è la bocca della verità dei bugiardini capitalisti.  nelle tue mani devono intravedere pistole allenate.  allora può capitare che si sbottonino la patta.  così mi presento e ho il mio completo grigio nuovo che piace persino a me camicia grigia e una cravatta che è di moda.  stretta stretta ma chiunque vedrebbe che è antica e a chiunque rispondo che era di mio padre e più o meno è tutta la sua eredità.  insomma lemmy caution missione bankaville.  direttore sdrucciolevole che sì il signor notaro e lo studio per la verità sono clienti da sempre.   una strettoia di sorrisi.  cerco di farmi capire perché è chiaro che non ho posato ben in vista le mie pistole sulla scrivania di mezzo tra me e lui.  domando.  sempre, a che data corrisponde nel calendario astrologico.  pistole sulla scrivania.  il dottor notaro famo a capisse, una sparizione non escludo un omicidio chissà un rapimento può anche darsi, e che le piaccia o no questo mio vestito è da lex dura lex sed lex.  mostro tesserini.  interni difesa sono i più impressionanti.   non so se non sa se se.   sì sì comincia.  ma dovrei riferire continua e prende tempo.  a chi di dovere.  provare a immaginarselo il chi di dovere dell’ometto.  sa mica dove mettersi ma l’ufficio che difende gli impedisce di omettersi quindi tenta di intromettersi.  la banca bisogna capire che è come un presepe mobile.  ognuno lì dentro è una regola senza eccezioni caro brecht.   paziento intanto che chi di dovere gargarizzi il telefono.  ci parlo anch’io con chi di dovere.  frega un cazzo dei suoi centimigliaia di euro all’anno e di tutti pompini cui l’ha abituato il personale coccodrillato.   sento la voce che fruscia come biglietti da cinquecento nuovi.  posso scommettere che si caccia in bocca una mentina ogni ora.  anche lui è costretto a faticare sotto una scrivania talvolta.  io conosco bene la parte del servizio segreto.  cortesia ostile e dura modello non ho tempo per perdere tempo.   ecco.  dice l’ometto il dossier del dottor notaro eccolo qui, poi recita il rosario del bancario.  portafoglio titoli clienti affidi confida nella mia discrezione lei capisce. in sintesi il conto privato del notaro è associato a quello privato della sciura.  poca roba a dirla tutta tutto un teatrino di specchiata facciata.  poi salta fuori che il signor notaro l’anno passato ha preso contatto con la consociata di istambul.  anzi che ha operato che ha trasferito.  cospicue somme (accento piemontese).  ho capito istambul.  non mi piace istambul.  andare a istambul girare interrogare fare.  nessuna giurisdizione, possibile buco nel bosforo.   istambul è un nido di meduse. 

vedo la sciura subito nel pomeriggio.  mi riceve ispirata da uno scusi stavo lavorando ma indossa gonna multicolore di seta a palloncino e calzedonie nere voilé alé.   pantofole froufroulane di velluto dark green.  ma si vede che il piede è largo e l’alluce è valgo più a sinistra che a destra.  si operasse.  stavo lavorando si accomodi di qua.  di qua è il salotto già visto, non si vede né pizza né babyjane.  è al centro dice.  il centro è psicosociale.  cps appena fuori in periferia.  glielo prendono e riportano dopo varie pratiche esoteriche, racconto pittura battere su un tamburo.  espressioooone.  ho conosciuto una volta la direttrice di uno di questi centri.  uno degli ospiti le aveva scaraventato tutti i computer, tre, del centro fuori dalla finestra e centrato quasi in pieno uno degli educatori con il quarto.   niente indagine racconti privati.  conosciuta a una festa dove tutti gli scappava la psipsì.  vero delirio di un mio paziente un suo paziente un loro paziente.  la calzedonia scopro cosa vuol dire stavo lavorando. ex pubblicitarrria story teller scrive storitelline per bambibambagia della sua classe sociale.  gli altri non leggono.  storie di pitalini e pisellini e mammine e bambini.  cagate.  mi fa vedere, tutta una scaffalatura, mi porge un campione ed è evidente che si attende un fischio di ammirazione glielo leggo negli occhi che sarei al cospetto di un’artista.  riccamente illustrata.  da subito dopo l’infanzia le dico apposta preferisco i depeche mode e julian schnabel e le sparo tra gli occhi volpini un’occhiata mia di misericordia ma così ben dissimulata che lei la prende per il suo contrario.   sono un mago.   intelligence.  le dico che partirò a istambul.   presto.  domani poi dirò il perché.   le do il numero del volo per un prepagato.  e a questo punto per favore un anticipo spese.  posso fatturare se mi da i dati.  mi dice che no.  cvd.

costantì costantinopoli. una canzone suonata da un tale alberto semprini, mio padre ci ballava con mia madre  senza pantofole sul tappeto finto bukhara del tinello. costantì costantinopoli.  la città offriva.  le donne lì si vede che giudicano la durezza erettile benché a riposo.  non so come.  le vedi che ti fanno specie di ticc e tacc.  lo straniero attrae mi han detto amici così non rischi di incontrarlo più.  c’è da pensare chi fosse l’antico cacciatore delle caverne se la fimmina intesa spigolatrice o lu masculu inteso cacciatore.   cazzate.   insomma mica avevo voglia di andare a istambul girare interrogare fare.   la città è scaduta e ormai scadente.  poi detto giurisdizione nessuna.  per la verità nemmeno a baires.   e adesso in turchia un niente e ti arrestano come spia.  penso di mandarci pancho con un registratorino.  ma lui ha problemi di cuore visto il peso.  e volare.  ed entra male in qualunque poltrona delle economy.   potrei spedirlo in business ma non so se si incastra anche lì.  si presenta assai male e si noterebbe.  io viaggio come un insetto stecco e qualcuno potrebbe non accorgersi di avermi accanto.   lui soffre di iperidrosi.  è sempre pezzato e la sua biancheria mal asciugata alla laundrette indiana del quartiere africano dopo un’ora puzza di muffa.   lo noterebbero.  mi tocca proprio.  gli offro qualche giorno di vacanza a casa mia invece, anche se non mi fido di lasciarcelo a pancho.  so che solo il fatto che dorme in un ufficio lo spinge a non lasciare mutande e piatti in giro e si costringe a un ordine subordinato.  ma se gli lascio casa per qualche giorno temo per la pulizia e per felis.   allora dico alla donna zeca che di norma viene solo due volte la settimana di passare tutti i giorni fino al mio ritorno.  quando è libera e a sorpresa anche alle sei di mattina.  pancho mica glielo dico così sa di dover temere le ire di zeca.  mai capito come si scrive.  la peruana più linda delle linde una réclame dell’industria saponificatrice.  una fata del pulito che al suo passare deposita un velo di lindura sull’universo mondo. 

una città marron.  il marron è francescano santo e assassino pertanto.  mai osservate le facce dei santi lustrissimo lelzemiro, domando.  facce di feccia trafitta da un raggio di sole, esclamo.   voglio dire sorpresi con le mani nel saio caccavella.  a istambul c’è mica molto da scoprire.  santi pochi gente polverosa assassini non so quanti.  la città è scaduta e ormai scadente.  io la ricordo ai tempi delle mai abbastanza lodata dittatura militare l’ultima.  uno stato laico ben trincerato.   niente gabbane di velluto marrone.  peggio ciniglia.  quello che mi offende dei feroci saladini è la cattiveria dei colori che le donne mi impongono.  dico per la strada.  potrebbero sfanculare i maschi ma invece ne accettano la regola del marron ai danni della vista di tutti.   marron, fanatici col tinello maron in testa.   ecco adesso istambul pare una città spiritata di marron.  pericolosa.  brutta.  le meraviglie del passato non riescono a competere con le schifezze del presente.  stato d’assedio.  l’erdocan decidesse di affondare il ponte di galata per sostituirlo con  una passerella disegnata da suo cugino geometra.  se c’è un modo definitivo per designare l’inciviltà di oggi è che essa è la civiltà degli incompetenti.  in com pe tanti.   del resto guardi i dittatori.  con sadat muore l’ultima generazione di laureati.   non so giù in thailandia che manzi governino ma di sicuro sono vacchi sacri di un militarismo di codardi senza guerra.  così la fanno ai loro cognati.  finito.  teste di merde.  conosciuti.  studiati da carogna.  anche nel tercio ce n’erano.  qualcuni assassini nati.  a istambul ho solo un thin thread senza plot.   ho chiamato un’amica deniz sofya.  dei tempi di scienzepò.   lavora agli interni.  non mi ha mai detto  ma so che lei sa che io so che si tratta di intelligence.  ha evitato le purghe dell’erdocan ma è intenzionata a dimettersi.  non parliamo al telefono.  solo convenevoli la sua voce non è cambiata ma è cambiata.  la voce di chiunque mi catturava se avevo voglia di farmi catturare ieri e oggi.   la voce di deniz sale su dritta dal mare, deniz, del suo utero.  già all’università glielo avevo detto che nel parlare le vibravano le corde ma vaginali.  era il mio modo di farle la corte come si dice e per un po’ la sua vagina mi appassionò.  poi non ci fu modo di continuare.  so che non si è sposata.  la incontro al caffè pierreloti.  è ancora rossa di pelo ma hennè e occhi verde mare.   mi piace il loro tè e i dolci.  mi piacciono i dolci ecco qualcosa che potrei mangiare senza impormi una regola diversa dalla nausea.   deniz sofya  la voce è migliorata e l’età ha dato alla sua avvenenza un carattere che le ragazze non hanno.  a che gli serve hanno la figa.  la donna è un’altra faccenda.  vengo in italia e lavoro con te, mi dice, magari ti sposo cosa ne dici, mi dice.  ride of course, beviamo, sgranocchiamo.  il caffè è bello si vede la città sotto la collina con la belle eyüp sultan moschea ai suoi piedi.  due coglioni coi baffi  recitano da avventori e invece sono ratti.  il genere di spie più sputtanate.  deniz sofya la mia amica era una bellissima ragazza e adesso è una donna benissimo adatta all’invecchiamento.  ancora alta ma ha preso un ando stanco.  ho l’artrosi quando morirò sarò ridotta a un mucchietto d’ossa.   non so perché allora la lasciai tornare in turchia.  sviste.  mi domando se potrei recuperare.   le spiego intanto se c’è modo di sapere qualcosa sul conto del notaro.  c’è.  ma per fortuna mi invita a casa sua.  c’è anche una provvidenza in turchia.  e deniz ha ancora gli occhi verde deniz. 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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