L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_La sezione B

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C’era una volta e due e non più di due la sezione B.  Bi come belle. E c’era la nobile Accademia Didone Polìfila. La sezione B, contravvenendo alla regola dell’utile, dovuto dalla promiscuità tra maschi e femmine confezionati tutti in una stessa classe di una stessa sezione, a differenza della A e della C, interamente dedicate allo studio delle lingue sassoni e del sanscrito, e della D votata all’esattezza delle scienze dure, la sezione B non solo era un tempio elevato alle arti ma un’isola vestale, e di vestali belle, governate dall’inflessibile signorina Nausicaa con due A, che ogni cinque anni selezionava di persona le ragazze che avrebbero potuto accedere alla Sua sezione per farne come sempre una monumentale ode alle Muse, riservata e votata alla bella pienezza di sé medesima. Chi avesse letto Il gioco delle perle di vetro dell’Hermann Hesse ebbene può immaginarsi la Didone Polìfila e la sezione B con maggiore caratterizzazione.

La sezione B constava e si rinnovava ogni 5 anni di una sola classe, tutta di selezionatissime novizie che la signorina Nausicaa, per speciale dispensa del dirigente scolastico dottor Gerontius, conduceva sui sentieri del sapere, dei saperi diversi, di tutte tra le discipline le più inesatte possibili tra le ritenute utili dal di lei brillante cervello. Inutile aggiungere che la Didone Polìfila era un istituto più migliore che privato, più ottimissimo che facile all’accesso; ma ambìto da ogni famiglia dabbene e che avesse a cuore la coltivazione di ogni suo pupillo ai faticosi compiti e ai successi nel dirimerli che lo avrebbero atteso al varco dell’ascensore verso i piani più alti della sua vita di artista della vita; volendo con ciò riferirsi al motto della scuola, Vita ars, ars  vitae. Succinto e vago per dire l’arte della vita, la vita come arte. Al Didone Polìfila si vestiva una sola vera divisa, di là da quella disegnata da un noto sarto del paese, lo stesso che vestiva le duchessine Agàta e Ippolita von  Kreuz zu Kreuzung, figlie di sua altezza il Granduca Alonso von Kreuz zu Kreuzung e della principessa Sveva Gutenabend-Wittelsee: la divisa del rigore e del sacrificio alla forma. Poco importava che fosse storta e malfatta la cravatta, cosa che non avveniva peraltro mai, stazzonata la giacca o mal stirata la gonna o il calzone, importante è che sotto la scorza dell’abito quotidiano, dalla pituitaria alle ovaie il giovine fosse un meccanismo di impeccabile dedizione; che i suoi pori fossero sgombri di ostruzioni quanto i suoi pensieri di domande mal chiarite e risposte mal concepite. Un salone di parrucchiere interno all’istituto provvedeva alla pulizia dei primi, alla nettezza dei secondi il corpo insegnante.

In questo corpo brillava la maestra Nausicaa, nome d’arte che, indizio tanto di un carattere quanto di una destinazione, succingeva e sostituiva il nome detto di battesimo e il nome di familia; Nausicaa, una felice miscela di apparenze tra quella di Virginia Wolf con le tasche già piene di sassi e una rude segretaria d’azienda, avvezza al linguaggio più sboccato,  il più maschile  quindi per intenderci tra quelli che se ne intendono come voi piccoli lettori. Nausicaa indossava robuste scarpe marroni dette cantierine d’inverno, suola carrarmato e tomaia di ben ingrassato cuoio avverso all’acqua sotto qualsiasi forma, scalcagnate al calcagno a causa del vezzo di infilarsele allacciate; d’estate sandali detti francescani o piedi callosamente nudi. In inverno la gonna di lana tirolese le scampava da sotto il loden nero – liso qua e là –; d’estate sotto gli abiti stampati e senza maniche portava magliette del tipo detto t-shirt intenzionate a essere in tinta con il colore dominante dello stampato. A tracolla le penzolava in tutte le stagioni una cartella di tela grigio militare enduite ovvero impregnata di certi oli impermeabilizzanti. Il passo era il suo segno distintivo, un passo robusto ma claudicante; non che alcun claudio c’entrasse ma insomma si dice così per dire che zoppicava ma non troppo e questa diversa abilità dipendeva da un epoca della pediatria in cui si badava poco alla diagnosi precoce della displasia congenita dell’anca o lussazione. Il disturbo era lieve, produceva una caratteristica aria imbronciata alla Nausica, broncio dovuto al fatto che soprattutto al cambiare del tempo, l’articolazione le doleva non poco non tanto, ma abbastanza da costringerla, per dimenticare, a sprofondarsi con ogni sua attenzione alle cure della sua sezione B. Detta amichevolmente sexione dagli allievi delle sezioni A, C, D. Il perché si capirà.

Nausicaa, la maestra Nausicaa, insegnava soprattutto a cantare e suonare e, secondo la dizione usata alla Didone Polìfila, Gestus più che ballo in sé. Quest’ultima disciplina era una miscela di gesti, gestus, attinti a varie tradizioni, senza escludere quella del ballet vero e proprio. Uh ah, vederla la Nausicaa seduta la pianoforte che scandiva, E cinque-sei-sette-otto e poi faceva cadere le dita sugli accordi bassi delle musichine sempre uguali per gli esercizi alla sbarra. Le ragazze, tutte alte, tutte strette, perlopiù bionde e con seni perfetti, cioè della seconda – forse una terza diminuita – lavoravano, questa con trasporto sognante, quella con scazzata furia, ma tutte senza trasmettere alla Nausicaa il sentimento della loro giovane intemperanza: la divisa interiore uniformava il loro stare nel mondo dell’accademia. E poi, e poi e poi c’era Serenella. Occorre una descrizione. Serenella, al momento dei fatti aveva forse 17 anni, 1 metro e 75 di quota – con meno di 170 cm. non si entrava alla sezione B –, un viso e un corpo usciti da una stampante 3D quando ancora non erano in voga – correva voce, chi l’aveva per caso intravista stante il suo fare riservato fino all’invisibilità, che la madre fosse una principessa della Czarda e che cantasse e ballasse benissimo – occhi di un colore fatale, come si definisce chissà il colore del mar Baltico quando è in buona, capelli raccolti in una treccia sempre abbandonata sulla spalla sinistra e di un biondo, la treccia non la spalla, tanto biondo da sembrare quello dell’acciaio al calore bianco. Lentiggini a spaglio descrivevano la geografia di un volto di dea; di quale Olimpo scelgano i piccoli lettori. Serenella suscitava pensieri i più vaghi e nuvolosi in chiunque la incontrasse sulle scale dell’istituto o in apothiki  intenta a comprarsi magari gli assorbenti interni – alla Didone Polìfila i pannolini erano vietati –. I pensieri, per precisa ammissione della maggioranza degli intervistati in merito, correvano sul filo di una lascivia idealistica che impediva loro, ai pensieri, di mettere in scena Serenella in fantasie meno che romantiche, benché inzuppate nel sugo dell’appagamento e non del sacrificio come si sono sforzati di insegnarci il melodramma e Studi sull’isteria. In ogni modo Serenella era l’oggetto amato dal desiderio della Nausicaa che dai tredici fino a quei fatidici 17 anni di lei si era coperta della coperta della vergogna, del rigore professionale e del riserbo che la propria claudicanza le aveva sempre suggerito di mantenere nei confronti del sesso, di qualsiasi sesso, o, come si usa dire adesso, genere.

Era una notte buia e tempestosa, avrebbe scritto Snoopy ma non fu così. Era una giornata plumbea e accecante per ossìmoro e afosa e le finestre della sala danza erano spalancate sul giardino dell’istituto i cui platani, ma anche le rose in cespuglio, arrostivano reclamando l’acqua che solo a sera avanzata il custode avrebbe loro concesso, come premio per aver resistito tanto. Nausicaa in una pozza di sudore sotto l’abito di cotonina si sforzava di raffinare nelle ragazze in quel caso il gesto flamenco, ripetendo loro, Las manos como palomas (le mani come colombe). Inutile dire che tutte le ragazze masticavano, quella più quella meno, abbastanza spagnolo da leggere Lope De Vega e ognuna colombava come poteva ma chi eccelleva era Serenella che era bensì semplicemente fradicia ma illuminata da un aureola, da un vapore acqueo che la avvolgeva e le ricadeva addosso sotto forma di innumerevoli goccioline di sudore sì ma che sudore, una veronica, stimmate esangui di una ninfa. Senza pastori o capri intorno a guastare la festa. Nausicaa la elesse in quel momento in Ewigkeit, pei secoli dei secoli. Scalzati i sandali francescani, più bassa di Serenella di una ventina di centimetri, scalmanata, rossa rovente prese a fluttuarle intorno come un fuco fatuo. Deposto ogni ritegno professorale, Nausicaa sparava qua e là per la stanza degli olé, olé, olé, spogliati di quella dignità che altrimenti la faceva parca di sentimenti e della loro espressione. Serenella stava creando un caso, lo sapeva e non lo sapeva. Le compagne, si adattarono, presero tutte a piroettare intorno alle due, alla maestra e alla compagna, avvinte tutte l’una all’altra e a Serenella da quella che qualcuno definirebbe infatuazione collettiva. Succede nei gruppi molto motivati da una sorta di frenesia creativa. Altre, ferme intorno al cerchio di quelle… non diciamole streghe… agitavano con veemenza i tamburelli e altre ancora segnavano con le mani il tempo scazonte del flamenco, così simile al passo dispari di Nausicaa.

Fu allora che esplose un tuono furente e un fulmine passò da est ad ovest nel cielo del paese, una ventata di polvere e foglie morte spazzò la sala danza. I sudori per un istante ghiacciarono. Serenella si schiantò a terra senza fiato. Nausicaa per caso si afflosciò accanto a lei, schiena a schiena, la bella dalle scapole impeccabili della giovine e quella della maestra, già arcuata dall’età non matura ma nemmeno più giovanile; entrambe incollate dal sudore e da una specie di estasi. Fuori prese a cadere una pioggia fredda e pesante, chissà che avesse voglia di diventare grandine. Tutte, tra le ragazze quella più quella meno, furono attraversate da uno sguardo, un lampo interno ai loro occhi cui corrispose un altro fuori dalle finestre: lo sguardo e la luce del lampo planarono sulle due, Serenella e Nausicaa, e le classificò. Di beltà feroce e graziosa/ le giva Serenella a lato, parve mormorare qualcuna, parafrasando un verso di Virgilio, Eneide, IV, 217.

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L’immagine di apertura è di Alberto Savinio – Didone ed Enea (1931)

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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