L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Pollicinello e la prodigiosa chiave inglese

Erinaceus roumanicus Hans Hoffmann ( 1545–1592)

                                    Hans Hoffmann ( 1545–1592) Erinaceus roumanicus

 

La tentazione fa l’uomo ladro, ladro di tentazioni, l’occasione lo perfeziona e gli leva ogni gusto per il proverbio ossia per le sciocchezze da passeggiata a’ mmare prese per perline di saggezza – molti in cerca di luccicanze mal sopportano che le perle siano alla fine così modeste –. Del resto tra i due termini la rima mette in luce, suono a parte, l’affinità elettiva tra le due ezze, stupidezze, che sono proprie degli intransigenti in materia.

C’era una volta dunque, certo non una di meno, forse una di più, c’era una volta un bambinello chiamato Pollicinello. No, piccoli lettori non Pulcinella, Pollicinello; addolcito, alla francese, come Polichinelle ma con due elle: un Pollicino brighello. Pollicinello era un soldo di cacio o poco più, indossava indumenti scompagnati sempre e sempre assai più grandi e bracaloni; scarpe legate alle caviglie con nodi fermi così che non gnéne potessero arrubbare, néne scappassero dai piedi, datosi che quasi mai erano del suo numero, le scarpe non i piedi; sia quel che sia tutti lo chiamavano a quel modo, Pollicinello. Per tenerezza forse. Da dove fosse arrivato, di chi fosse eventualmente figlio non si sa, benché sia chiaro per dove fosse arrivato: per il pertuso, per diceria comune immacolato, il medesimo casuale da cui passano tutti prima di passare per un camino industriale;  al mondo ci stava da solo e da non poco tempo anche se non troppo. Un po’ di tempo, era una sorta di suo motto, tale che se qualcuno gli chiedeva, Ehi tu quanti anni tieni, la risposta più spessa che mai era, Tenerli non ne tengo so’ essi che tengono a me; e alla domanda poi, Ah ah da quanto, con, Da un po’ di tempo, egli troncava ogni indagine supplementare sul proprio mito personale. Poiché al suo aprire gli occhi, in una cuna o tra gli stracci su una soglia la storia non lo dice, Pollicinello aveva trovato accanto a sé una bella chiave inglese, lucida, mastodontica per un Pollicinello, e tutta luccicante di nuovo acciaio; dono di chi non fu mai chiarito, se di un meccanico con qualche rimorso di paternità o di una fata o tata non vista forse sognata, ma i sogni si sa… farla breve, Pollicinello al mondo stava e non sapeva né come né perché; ci si era trovato, per dire come cascato e da quella chiave di cui durò fatica a carpire l’uso, non si staccava mai; sempre legata strasciconi al polso con uno spago che via via crescendo lui doveva sostituire. Oltre al prodigioso aggeggio da meccanico, gli si era offerto subito bell’e pronto  per lui su un piatto, ma non d’argento, il dilemma che avrebbe assillato, assillava e assilla, determina lo stare i molti per non dire i tutti nella stessa barca; e noto sia che dei molti gli alcuni dalla barca siano capaci di buttare i quasi tutti di sotto: la barca del come arrivare non a fine mese, né oltre né a fine settimana, ma a fine giornata almeno, con la sazietà dei giusti in corpo, ovverosia mangiati e bevuti e dormiti.

Pollicinello viveva nella città di NeàpolƏ, ossia nuovƏ città, etruscolƏ, greculƏ e latinulƏ, spagnuolòlƏ e chi mi piglia pe’ francesƏ, unƏ PastrugliƏ, nobile analogo del Pastrufazio lontano dello scrittore che chi se lo ricorda è Anglo. NeàpolƏ era un immenso porto, più immenso dell’immenso Phta, adatto a navi d’ogni stazza, pollicinelle e polifeme dei mari, all’epoca tutte d’acciaio, per la bisogna di dover stare molto in acqua. Pollicinello era un tipo in gamba, di varcare il mare non aveva mai pensato, viveva a terra vendendo la terra che grattava dai giardini comunali, l’acqua che attingeva alle fonti comunali, tanto il comune aveva l’unica non comune abilità di avere uno stemma sulla carta intestata del sindaco e niente di più. Pollicinello scalzava di notte dai fianchi delle costruzioni in corso i mattoni, i ferri, persino il cemento che rivendeva di giorno ai muratori stessi. Non agli stessi muratori, a quelli di un cantiere diverso; per stare a galla, gli occorrevano come alle navi molta sagacia e robusta chiglia. Benché Pollicinello, lo predice il nome, non fosse un colosso di Rodi, era capace di fatiche che avrebbero sfiancato un pugile. Prendeva ciò che gli sembrava abbandonato o alla mercé dei distratti, e andava a venderlo a chi avesse occhio per una certa cosa o bisogno di un’altra. Pollicinello campava, e poiché esistono lingue del trionfo e della disfatta e lingue lunghe, Pollicinello aveva appreso a starsene zitto – così che girava tra i più la diceria che fosse muto – a ben ascoltare e a leggere – che quasi sono sinonimi – e a scrivere a suo piacimento; come avesse imparato era un mistero, dovuto chissà se al sogno o ai bisogno o alla chiave inglese, ma sapere sapeva e col sapere sapeva fronteggiare le offese e le vessazioni di tipi come i gemelli Gasparoni, uguali in tutto tranne che per l’orecchio tagliato dell’uno, che nascondeva anche d’estate sotto la larga tesa della lobbia grigia, e per il naso mozzato dell’altro, che non nascondeva affatto anzi usava come flare o contromisura avverso a’ nemici. Che erano tanti perché i gemelli Gasparoni erano autorevoli banditi, ricchi e perciò stesso potenti, scrupolosi nel scegliersi gli scrupoli adatti a perseguire i loro scopi: uccidere per rubare, rubare per il gusto di uccidere prima o poi il derubato, violentare, ma quasi solo  le donne, costringendole o prima o poi a dar loro baci sugosi là sulle loro ferite: sul naso senza punta, sul buco senza orecchia. Loro longa manus una banda di ladrerelli che strapazzavano in continuazione di ordini in cambio dell’elemosina di un soldino o di una briccica ogni tanto, dal mucchio di banconote e monete e orologi e anelli, televisori, gombiuter e quassicosa che i bambinelli soffiavano via dalle borse, dai polsi, dalle tasche, dalle case altrui e che dovevano portare senza deroga alcuna ai due fratelli in cambio di un pane la mattina, di una pizza al mezzogiorno, di una minestra a sera, e di un tetto e un letto – di un lenzuolo e una coperta – a sera. Ogni bambino aveva poi da indossare abiti propri che non dessero nell’occhio, di pettinarsi con lo sputo, e lavarsi  abbastanza da non puzzare. E di giorno poi a scuola e sissignora, e dopo i compiti dai Gasparoni a notte e sissignori. Per dormire restava loro poco tempo e spesso nei vicoli di NeàpolƏ la polizia comunale trovava buttati lì come vuoti di bottiglia o cenci bagnati i corpi dei ragazzetti che non avevano ubbidito. Con l’età e l’ubbidienza i Gasparoni si erano conquistati la licenza di stabilire chi potesse vivere senza dubbi o morire per averli messi  in dubbio. Simili in ciò a un papa o un qualsiasi barone i Gasparoni non ci tenevano ad allevare piccirilli concorrenti. Pollicinello dava da pensare; per come era sveglio, per come s’arrefiutava di entrare nella banda scrivendo nel suo diario, la mia banda sono me.  Per come si occupava di arraffare  frattaglie, quisquilie, rigaglie della città riuscendo, vai a capire per quale abilità a cavarne denari. Ciò soprattutto infastidiva i gemelli.

Ora, com’è come non è, tra tutte le navi che galleggiavano nel porto ve n’era una, dell’armatore Knot, un fiammingo alto come un tridente, un Nettuno del freddo e di pelo rosso e dalla parlata che ricordava il rantolo di un tubercolotico, per comune diceria ricco come il mare di cui si era innamorato, tanto da stabilire la sua fissa dimora su un’isola lontana dalla città, e lì  ci era morto. Questa nave, l’armatore come è entrato è già sparito dalla storia, questa nave non batteva più bandiera alcuna, ciondolava all’ancora su un basso fondale, una secca in cui si era incagliata un giorno lontano, a tre miglia abbondanti dalla costa, fuori dalle acque regolate del trattato di Montego Bay. Per intenderci cari piccoli lettori in acque di tutti e di nessuno. Secondando il corso della marea, la nave tesava e mollava la catena dell’ancora e ora tornava a galleggiare intorno a se stessa, ora si adagiava di nuovo sul fondo di ciottoli e sabbia e lì sostava. A tempo e debito sul relitto era stata montata una grande e bella lanterna lampeggiante; intanto che il Sole dormiva beato nel suo palazzo a Oriente, la lumiera si accendeva a fare di sé luna e segnale, stare alla larga.

Benone, e allora, è la domanda che chiunque si porrà adesso. Allora i gemelli Gasparoni su quel relitto senza bandiera avevano da tempo messo gli occhi, i binocoli per essere più precisi. Tutto quel ferro sarebbe stato un ben ricco bottino da vendere a prezzo vantaggioso e al diavolo la lanterna e chi ce le aveva messa, anzi in cuor loro, ma quale cuore e cuore, si compiacevano all’idea che, una volta spenta la lumiera, altre barche sarebbero finite laggiù ad incagliarsi e costituirsi bottino. Era la loro natura a parlare per loro. La questione però era un’altra, ovvero come smontare tanta nave e come portarne tutto il ferro a riva per venderlo con gran guadagno. Semplice sarebbe stato fare le cose a modìno: i permessi, un’impresa con una nave appoggio che caricasse via via il rottame e lo scaricasse in un sito acconcio, pagarne le spese ohi ohi, e calcolare il netto tra perdite e profitti. I gemelli pensarono di ricorrere all’ingegno di Pollicinello.

Lui, brillante com’era, per certo avrebbe trovato un modo per smontare la nave con poca… con niente… spesa e portarla a terra. Al resto, cioè a eliminare Pollicinello per eliminare un testimone e un creditore, avrebbero pensato loro e così lo avvicinarono e lo blandirono – voluta sia l’analogia tra essi e il Gatto e la Volpe – e dopo una breve trattativa, gli promisero una lauta percentuale dell’oro che avrebbero ricavato dall’impresa. Si sputarono tutti sul palmo delle loro rispettive mani, se le strinsero e affare fatto. Pollicinello fu dell’avviso però di stare sull’avviso. Quella notte stessa, con una barchina da quattro soldi spinta da un motorino però di non poca potenza egli si avvicinò al relitto. Bellissime a vedersi le lamiere brillavano dei riflessi che i riflessi della luce notturna sull’acqua distillavano. Pollicinello salì per lo scalandrone, malconcio e rugginoso, che da un po’ di tempo ciondolava da una delle due murate. La sua chiave inglese penzolona da un polso, egli prese a fare una visita della nave e a contarne tutti i dadi e bulloni e viti e dritti e traversi con cui era tenuta insieme. Infine si mise al lavoro.  Come si fa con una bacchetta magica, e questo i fratelli Gasparoni non lo potevano certo immaginare,  Pollicinello impugnò la sua chiave, la adattò al primo dado a portata, diede la prima volta; il dado cedette misteriosamente senza sforzo; la chiave  prese a girare e girava e girava e svitava, sembrava che fischiasse come un carpentiere su un ponteggio. Un pezzo dopo l’altro, trave, dado, lastra o putrella, Pollicinello riempì la sua barchetta cui il peso non sembrava pesare, avviò il motore, e alla via, puntò dritto a certe grotte isolate della costa lontana, scaricò, poi tornò, svitò ancora e caricò e scaricò e di seguito fino all’alba. Perseverò così notte dopo notte, finché del relitto non rimase che la catena e l’ancora, il lungo cavo che alimentava la lanterna e una scialuppa superstite cui Pollicinello l’avvitò.

In capo a qualche giorno, con la vendita del ferro, Pollicinello si ritrovò ricco, si comprò un bel vestito, comprò un biglietto di solo andata per l’America, paese dove essere ricchi è più facile; comprò le azioni di una banca e poi la banca e da ricco che era arrivato divenne ricco più ancora. Varcate le colonne d’Ercole come Ulisse non tornò, mai. I gemelli Gasparoni si dannarono l’anima per trovarlo, lui per ucciderlo, il ferro per venderlo, ma non ebbero fortuna. Ebbero invece sfortuna e i loro affari poco per volta appassirono fino a seccarsi. Come e dove finirono non si sa. Sparirono.

Se questa storiella abbia qualche senso, piccoli lettori, oppure no, bè è cosa che a chi narra non interessa punto.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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