L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-La torre e il muro

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                                                           Aron Wiesenfeld-Raft, 2020

Nessuno sa quando sorse la torre che c’era una volta, forse due, forse tre, in un mondo remoto e del tutto seppellito nella fossa del tempo oltre che della geografia. Nessuno è sopravvissuto più del sentito dire, della leggenda e delle sue smagliature.

La torre proviamo a immaginarcela, cari e ritrovati piccoli lettori, proviamo a immaginarcela come meteorite piombata dal cielo e lungamente raffreddata o fenomeno emerso tiepido dalla terra o sorto chissà per l’incanto freddo di un mago, in questo caso perlomeno di un mago dell’architettura. Altissima e affilata, come un cristallo di Moissanite (si veda in Wikipedia), di un blu lancinante e nera più dell’ossidiana con lame di porpora e oro, senza finestre tranne quelle della cima; difficile distinguerne la forma, se acuta o a tutto sesto, sempre accese di notte, sempre spente di giorno: l’appartamento dell’architetto. L’architetto c’era, se ne distingueva l’ombra camminare per casa ma mai alcuno lo vide; soltanto si sa che si sapeva che l’architetto ci viveva lassù. Si sa che servi sempre ben vestiti e inappuntabili governanti sciamavano in città – la torre sorgeva in mezzo a una pittoresca cittadina – uscendo in basso della torre da una porticina che una volta chiusa nessuno sarebbe riuscito a distinguere dal muro della costruzione. Quei servi e serve andavano a fare la spesa dal pizzicagnolo, dal fornaio, dal fruttivendolo, in mesticheria, dal fioraio – piante vive spesso e fiori recisi quasi ogni giorno, di sicuro per ornare l’appartamento –, portavano a pulire e stirare nelle lavanderie abiti di fattura stupefacente, si sparpagliavano in città a sbrigliare tutti i compiti loro assegnati; davano poca confidenza ai bottegai e agli artigiani, non facevano pettegolezzi ma erano amabili con tutti, questo si sa. La torre, sulla sua altezza esiste una controversia assai poco interessante per chi legge tanto è sterile, la torre tuttavia occorre fantasticare che dominasse di svariate e svariate misure la città.

La città e la torre peraltro sorgevano su una timpa di basalto massiccio, altissima e a picco sul mare; di andare a farci il bagno in quel mare – un oceano di sicuro – nemmeno parlarne: né una baia, né una spiaggia né una discesa che per quanto erta potesse servire ad accedervi; né v’era, nemmeno scavando come talpe assassine, possibilità di un porto: la città e la torre vivevano di agricoltura e commerci. Il mare però, a quel tempo di colori indescrivibili e sempre cangianti, una meraviglia, stava lì dove doveva tra due o più terre emerse, solo per essere guardato; ubbidiente al detto, loda il mare e tienti a terra. Quando i rapidi venti e le gorgoglianti correnti le agitavano, le onde di tempesta aggredivano la timpa con furia e formidabile frastuono, si arrampicavano su per cenge, fessure, fratture, schiumavano come ciclopi feroci in vena di contraddire – per ignoranza – la legge di gravità su fin quasi al limite del dirupo là dove esso mutava in un morbido terreno ondulato e verde di un erba che nessuno avrebbe esitato definire smeraldina. E ricascavano su sé stesse, le onde, nel modo che ognuno avrà avuto modo di osservare in riva a un mare magari più tranquillo. S’è detto dell’erba smeraldina: merito delle piogge che laggiù abbondavano e dell’aria sempre fresca, mai gelata né troppo calda. La terra intorno alla città era della più fertile e i contadini non conoscevano né la siccità e dunque la magrezza del raccolto; né le piogge si accanivano fuori tempo sui campi, che costituivano l’intera ricchezza della città e dei suoi larghi contorni, così da fracicare spighe e avvilire orti e frutteti e vigne. Detta così si potrebbe credere che quella terra fosse la replica o addirittura l’originale migliorato di una California; e forse che sì forse che no.

Ora va precisato che in questa storia non succede quasi niente. La vita all’ombra della torre si svolgeva come un meccanismo a orologeria, il sole sorgeva, svegliava contadini e operai, ognuno s’affrettava nei campi o a bottega, ognuno produceva il di che vivere, scambiando questo prodotto con quello. Il sole tramontava, la notte si popolava di lumi – si conosceva l’elettricità, come prodotta non si sa –. Va detto pure o invece che la città non usava, perché non lo conosceva, il denaro. Per questa ragione si può affermare che ognuno in città era ricco a misura, ognuno aveva e casa e beni ma non accumulava perché non ce n’era ragione: non mancava mai nulla. Che si stia sbrodolando nell’apologo di un qualcosa tra un’utopia socialista o un sogno americano è solo un’impressione. Ma così non è, caro piccolo lettore. La città viveva benissimo, fosse natura o merito dei suoi abitanti o saggezza dell’architetto la cui funzione però in città non era né di sindaco né di presidente o amministratore delegato; dalla torre è noto soltanto che egli sfornava cose, in grado di colmare ora di questa ora di quella cosa il fabbisogno; con ciò sembrava inventarsi e recitare il suo ruolo meglio di quanto per il suo Prospero avrebbe immaginato Shakespeare.

Benché si scambiassero oggetti e altri prodotti anche con terre lontane lontane, grazie all’astuzia di abili mercanti le cui carovane andavano più in là di quanto ognuno che non fosse mercante potesse figurarsi, nessuno in città si sognava di andare in quel lontano. Ognuno a sera si soffermava a osservare l’ombra della torre distendersi sulla città come fa quella dello gnomone sul piatto dell’orologio solare; e a portata d’occhio, la prospettiva delle colline, dei filari, delle vigne, dei campi, là dove l’immagine finiva per smarmellarsi come in un Guardi la laguna. Ma Guardi non era nato e della pittura praticata in città non sappiamo. Certo i mercanti portavano notizie in città, si possono immaginare i marchipoli quante meraviglie potessero vantarsi di avere veduto in giro per quello che loro chiamavano, c’è da scommetterci, il mondo. La pubblicità è l’anima del commercio e il tempo passa e sfarina rocce, tele e templi.

Successe così che due minacce offuscarono l’orizzonte della città. La prima fu il fatto che per i loro traffici i mercanti avevano sempre più difficoltà a convincere il mondo che un orologio (la torre ne fabbricava pochi ma ottimi, destinati appunto all’export di lusso, bastando a tutti l’ombra della torre per regolarsi sull’ora) che un orologio valesse sei pappagalli o un sacco di tè e non, come si usava laggiù nel lontano dieci monete d’oro, cento d’argento, mille di carta frusciante. Così nella torre si prese a fabbricarne di questo denaro, le cui figurine stampate fronte e retro, c’è da immaginarselo erano magari dipinte da qualche pittore; nessuno lo usava ma i mercanti sì quando andavano via lontano. Ne portavano a carrettate e spandevano e spendevano e compravano oggetti mai visti e cibi mai gustati in città, dove tutti però continuarono a scambiarsi le robe come sempre. Il denaro è tuttavia una goloseria, è arcinoto, che suscita golosità. Così in città sorsero le prime gare per possederne di più benché non ce ne fosse alcun bisogno, tanto dalla torre ne usciva quanto ognuno ne avesse voluto; per esempio per tappezzarci le pareti del salotto o per mostrarlo ai vicini in ben ordinate pile, come fosse l’installazione di un noto artista.

Ma questo benessere fu insidiato dalla minaccia numero due. Un bel mattino di pioggia leggera, qualcuno corse in città al galoppo annunciando che lontano assai, là dove non campi coltivati si stendevano, né fiumi né altro – che le appartenesse – ma praterie e rocce e boschi, laggiù di là dei limiti non segnati che dalla natura, si erano accampate persone mai viste, con corazze e corazzati cavalli e altri aggeggi rumorosi, uomini, disse il messaggero, la cui parlata somigliava più allo schioccare di stecchi secchi nel fuoco che a un cinguettio e che parlare anzi parlavano poco, ma lanciavano frecce nell’azzurro e abbattevano uccelli d’ogni specie e, orrore, li mangiavano. L’architetto lassù sulla sua torre, informato capì che qualcosa andava fatto. Decise di tracciare una linea e lungo questa linea grazie forse a qualche calcolo e alle macchine che fece uscire da dentro la torre, fu levato alto un muro e robusto. E semovente. Al bisogno i mercanti, con certe chiavi potevano smuoverne un settore, passare e poi richiuderlo. Una comodità elettrica che però non evitava loro di incappare in certi drappelli di quegli uomini a cavallo che per solito li derubavano di tutto, non esclusa la vita. Passò del tempo e gli omicidi e le ruberie e le scorrerie divennero più preoccupanti e intense; ci furono tentativi di scalarlo, il muro, e di aprirci una breccia. L’architetto fece arretrare e  stringere, il muro, sacrificò dei campi ma tra quegli uomini armati e la città mise per un po’ una distanza appropriata. Non solo, se per caso si sapeva che coloro si fossero avvicinati di nuovo e avessero spogliato i campi dei frutti devastandoli e facendo, come si dice oggi, terra bruciata, di notte il muro si stringeva ancora un poco e, al mattino,  non lo si trovava più al posto della sera avanti, ovvero lo si vedeva ma all’orizzonte: così in città si tirava il fiato e si tirava avanti la vita di sempre; apposite vedette sorvegliavano la cinta – forse di cemento, forse di qualche misterioso materiale – e poi a cavallo correvano in piazza a raccontare delle superstizioni funeste osservate: quegli uomini gutturali appendevano persone ai pali e bruciavano animali con grande dovizia di gesti insensati; litigavano in quella loro lingua di legno e, per motivi incomprensibili, facevano gare di corsa con ogni tipo di mezzo.

Ogni notte o quasi l’architetto doveva stringere di nuovo il cerchio del muro. E così andò avanti ancora e ancora e ancora, finché chiusa dentro la sua cinta non rimase altro che la città. Il cibo prese a scarseggiare e fuori dal muro di notte e di giorno tutti per strada sentivano le voci di legno arrivare incomprensibili ma nondimeno agghiaccianti. Dalla torre l’architetto vedeva prossima la fine della città, che prese a dormire con la paura; finché il cibo mancò del tutto. Alla malaparata l’architetto avviò per l’ultima volta i meccanismi della muraglia ed essa si mosse a stingere di più la città e di più di più ed essa macinò, sgretolò ogni casa della  città e ogni persona e non pochi animali domestici. La torre fu strangolata per ultima e crollò.
Su un deserto di polvere, terra e schegge per un po’ gli uomini dalla lingua di legno si accamparono, consumarono quel che restava tra le macerie, poi se ne andarono. Sulla timpa al posto della città e della sua torre non sorse più niente. Il luogo fu dimenticato. L’erba ricoprì il terreno e vi spuntarono qualche arbusto e qualche alberello (carpìni dicono). Nessuno sa dove si trovasse e dove si trovi il luogo di tanto sfacelo.
E questa storiella breve quanto sciocca qui ha dda fini’ la su’ giornata.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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