L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-I re del deserto

Untitled (Stage), 2018 by Kerry James Marshall 2
C’era una volta, ma non è detto, un paese più che lontano: allontanato. Bello, ognun che vi abitava, si ventava dei suoi colli, delle sue vigne, dei suoi campi e delle sue valli, dei monti acuti come aghi e insomma di tutte le bellezze che ne facevano uno dei posti dove i mercanti vi andavano e venivano sempre con immenso diletto; non solo dunque per fare buone vendite e concludere buoni affari ma anche perché tra una transazione e un’altra era piacevole per loro fare un tuffo in qualche laghetto ameno, tanti ve n’erano entro la cerchia dei monti che ai confini di quel paese scendevano dalle proprie altezze dritti nel mare, così che dopo un tuffo in un lago era anche possibile, per chi osasse sfidarne le onde, non di rado impetuose, e le correnti fredde e malandrine, bagnarsi nell’acqua pizzichina di un mare non nero ma lapislazulino o smeraldino o cristallino a seconda di dove uno decidesse di vi tuffarsi. Si può dire che quello fosse il paese dell’acqua. E del buon umore.

A memoria d’uomo o d’insetto infatti mai in quei paraggi s’erano avute dispute per questioni più complesse del colore di una tovaglia da pranzo – attività questa in gran voga nel paese dove, piovesse o sventolasse, alle una suonate tutto si fermava per mettersi a tavola a mangiare – ; né si era trovato il paese ad avere noie per una delle tante stupidate per cui gli umani si accapigliano fino a riuscire a sterminarsi: questioni di territorio, di nostreculture, di identità, parola in quel paese e in quel  tempo peraltro ben nota soltanto agli specchi. Il cui compito di riportare l’identico assolvevano senza fallo e senza riflettere sull’ovvietà di quel loro prezioso mestiere. Insomma la vita scorreva beata come gli innumerevoli corsi d’acqua le cui rive erano arricchite dal diletto dei salici, dei lecci, delle querce e delle canne, che usavano stormire al più breve alito di vento, come e qualmente facevano le verzicanti foglioline dei bambù. Inoltre non c’era riva che non fosse allietata dal brusio di belle trattorie con ampi parcheggi per carri di ogni portata massima e dimensione.

Strano a dirsi, in una antichità più antica di quella conosciuta, il paese si era dotato di una forma primitiva di governo soprattutto delle acque. Con una parola moderna, perché l’antica è intraducibile in caratteri di ora, l’organo di governo si chiamava  Sedato. Vi sedeva infatti  un nugolo di anziani senza alcuna abilità nel governo delle acque perché a tutti era noto che le acque si governavano da sé. Ma gli anziani del Sedato amavano discorrerne, berne delle gran quantità alle fonti, prendervi dei bagni ristoratori nelle molte piscine, formularne panegirici e odi, anche qualche epigramma, e approntare petizioni a sé stessi acciocché, per far capire ai piccoli lettori, un certo torrente bagnasse oltre che le terre di questo anche di quell’altro paesino o municipio. Questo fatto però era notoriamente impossibile, salvo non si sbarrassero le strade al detto torrente. Ma nessuno aveva voglia né era capace di sbarrare qualcosa a chicchessia. Il torrente così era libero di andare per il suo corso e i Sedatari – gli anziani in Sedato –  potevano così complimentarsi con il compilatore della petizione, lodarne la forma e le formule retoriche di cui essi sedatari erano tutti, chi più chi meno esperti critici ed estimatori. Per darne un’idea più vicina ai giorni nostri il Sedato era una specie di accademia, una di quelle accademie sonnacchiose per  estati roventi e inverni intirizziti che secoli più tardi saranno ornamento e decoro delle più sperdute località, come l’Accademia degli Algorìtmi o dei Sàffici o degli Sperticàti o dei Mairipòsi, il cui scopo era riunirsi pacificamente a discutere di cose che alla più parte di chi stava fuori da queste accademie non interessavano né punto né poco e anche un po’ di meno. Ma in Sedato si attribuiva grande importanza e si dedicava al dibattito tutto il tempo a disposizione, dall’alba al tramonto. A sera, poiché i lumi a olio o di cera erano rari e cari, tutti i Sedatari sciamavano verso le trattorie in riva a’ torrenti o a’ fiumicini per celebrare con canti, vino e infinite cibarie il buon fine della giornate.

Altro, come s’è detto, i Sedatari non sapevano né volevano sapere. Quanto al fare era fatto loro espresso divieto scritto là nelle Tavole Concubine, due lastre di sottile rame ossidato e dette così per via che erano due e incernierate insieme in modo che si potessero ripiegare su sé stesse a libro; tavole conservate nel museo nazionale e consultate ogni qual volta fosse necessario consultare qualcosa per essere sicuri che nulla fosse da cambiare nel tranquillo trantràn del paese. Ignari di tutto, tutti nel paese vivevano benissimo nella convinzione che nulla avrebbe mai potuto alterare quel quietissimo tirare a campare senza che i Sedatari si occupassero di niente. E senza che nessun altro nel paese facesse altro che tirare a campare: oh perché mai poi, tutti arrivavano alla fine del mese allegramente, e allegramente gli abitanti lavoravano lo stretto indispensabile e non erano pagati perché tutto, il cibo per esempio, arrivava nelle case senza che nessuno dovesse darsene pena. Qualcuno diceva per magia e tutti erano disposti a credere oltre che a quella nei miracoli in genere, in particolare a questo del cibo, dei pani e dei pesci in abbondanza e dell’acqua tramutata in vino su ogni tavola a ogni tocco dell’ora dopo mezzogiorno. Insomma ‘na bellezza ‘e paese. L’unico godimento generale, una specie di sport locale, era il fare da mangiare e scambiarsi l’un l’altro, come segni di pace, le ricette anche le più strampalate: la pizza senza pizza, la trota senza trota. Le ricette dei senza erano un vezzo apprezzato e le preparazioni che ne conseguivano oggetto di dissertazioni dottissime tra i commensali del caso.

Poi di colpo accadde l’imprevisto che ribaltò la situazione. Fu che l’acqua prese a scarseggiare, dapprima per renitenza di piogge ma a questo i Sedatari posero rimedio da pari loro, con suppliche, molto ben scritte in verità, ai molteplici dèi del loro pantheon sedatario, entità magnetiche cui tutti credevano nella convinzione che fossero loro le artefici occulte del benessere di quel paese. Le suppliche ovviamente non sortirono nessun effetto. La pioggia insistette a prolungare quella sorta di vacanza maliziosa e dopo un po’ fu chiaro che in vacanza era andata assai lontano e chissà quando sarebbe tornata. E se, qualcuno dubitò. E dopo la pioggia presero a smagrire i corsi d’acqua. Da ricchi com’erano sempre stati, non ce ne fu uno che dapprima non prese a correre al risparmio, poi sparì sotto terra in attesa di tempi migliori, forse. Senz’acqua scemò pian piano anche il turismo di mercanti e sfaccendati che amavano passare da quel paese appunto per l’acqua. C’era invero il mare ma il mare, uno non si beve, due non si può farlo correre al rovescio da lì dov’è su per i letti rinsecchiti dei fiumi per andare a bagnare i campi che, del resto col sale no, non è cosa. Il paese fu colpito da una carestia e con la carestia da una… fatigue si dice in medicina della spossatezza con o senza valide motivazioni ma che rammollisce il cuore e le gambe. La terra per terra si sfarinava in polvere sotto i piedi, di chi avesse avuto voglia e forze per camminare; perlopiù la gente languiva sugli usci, i bebè piangevano perché il latte era magro, le capre non supplivano a bastanza, i giovani e robusti meditavano fantastici rimedi, i pozzi e gli acquedotti per esempio, a un problema antico. Ma i vecchi Sedatari non ascoltavano per abitudine e principio. Tutti loro ebbero però in quel frangente una levata d’ingegni liberatoria. Uscirono un giorno dal Sedato, sgambettarono fino a una rocca a picco sul mare, e che tutti conoscevano per essere pericolosa ai tuffatori, e si buttarono di sotto. Uno via l’altro finché di Sedatari non rimase traccia, a parte i segni dei sandali per terra. Poco tempo appresso le nubi, chissà se richiamate da quel gesto propiziatorio, presero a radunarsi di nuovo su quelle terre e a spandervi il contenuto dei loro capaci pancioni, la pioggia. I fiumi ingrossarono, in qualche caso fino a travolgere gli argini, e i segni dei sandali intorno alla rocca a picco sul mare sparirono. Gli abitanti studiarono la cosa e impararono a imbrigliare le acque così che non avessero più a mancare.  E il Sedato, vi chiederete voi piccoli lettori, del Sedato non si seppe più niente e così, per mancanza di  fine o di continuazione, questa storia termina qui.

Postfazione

Finisce con oggi e con questa, la numero 34, anche la lunga serie delle Favolette Brechtiane. Non so a quanti tra i piccoli lettori possa essere noto il chi era costui di Bertolt Brecht e dunque perché sono state chiamate Brechtiane queste Favolette. E poi Favolette perché. Chiunque abbia letto un po’ Il mondo incantato  di Bruno Bettelheim o Mimesis di Erich Auerbach anche senza dar troppo retta a quegli autori o farsene domande dovrebbe avere capito che cos’è una favola e quali sono i suoi ingredienti. Qui dunque non stiamo a spiegare perché Favolette, se non per dire che sono soltanto ette, piccolette e cortette. Brechtiane in qualche modo va giustificato ma non è difficile. Bertolt Brecht ai suoi drammi diede spesso un impianto favolistico, anzi li fece derivare in qualche occasione da una sorta di presupposto favolistico, come L’Anima buona del Szechuan o Madre coraggio. L’opera da tre soldi fu tratta da un’operetta apologetica, molto favolosa: L’opera del mendicante di John Gay che termina addirittura con un mezzo miracolo. E in uno stile molto raccontato come Brecht esigeva, sono tutti i suoi lavori per il teatro, anche i suoi Drammi Didattici, basati come L’eccezione e la regola su proposizioni di favola o di leggenda come Gli Orazi e i Curiazi. Per l’appunto questi drammi didattici mi hanno ispirato, alla lontana certo, tuttavia sì è così. Brecht fu un genio, del tutto dimenticato dai teatri di oggi che cincischiano su fandonie psicosociali, non fanno più teatro ma progettano, sperimentano, indagano. Recitare recitano in pochi, si insegue la psicologia del personaggio. In tutto questo indagare hanno perso del tutto il lume della ragione teatrale. Brecht fece dell’immaginazione un veicolo per raccontare drammi iperbolici, in situazioni iperboliche, tali però da sembrare vere. Perché il teatro, l’arte in genere, sono un’altra realtà, non La Realtà. Come nelle favole, nei drammi di Brecht, lo dico io, c’era sempre una matrigna o un padre assassino, un orco e delle vittime, un arrogante avido e un pavido re, per non dirlo stolto, e un eroe in cui immedesimarsi e un lieto fine, un happy ending. Sono tutti luoghi comuni della favolistica , per quanto o anche travestiti, che a Brecht servirono da filo conduttore per affermare il suo teatro politico, davvero sociale. Utile? Macché. L’arte, grazie agli dèi è del tutto inutile, non può cambiare niente ma può talvolta rendere consapevole qualcuno del fatto che l’odore di pollo lesso che gli arriva alle narici non è di alcun pollo ma dal sé stesso posto a bollire in un pentolone. Brecht diceva che il buon teatro divide il pubblico. In un’epoca in cui si aborre tutto ciò che divide o che rivela differenze, in un epoca che adotta un sistema metrico annihilente, bè mi pare che Brecht sia tanto più importante di quanto forse lo fu a suo tempo. Ecco dunque il perché di brechtiane. Chi le ha lette ha capito, tra voi piccoli lettori, che ogni favoletta ha le sue morali, non una, alcune, diverse appunto. A ciascuno che le ha lette, il diritto di dire che vogliono dire ; ai piccoli lettori lo so che piace, quasi senza dubbio, l’espressione vuole dire. Che dire non vuole: se mai può, anzi potrebbe ma il resto è immaginazione. L’immaginazione fa andare lontano.

Adesso l’Elzemìro non va lontano; non ha l’istinto da cavalletta turista e se ne sta quindi lassù tra i monti sorgenti dall’acque a godersi l’inazione. Le ferie. Tornerà ma non troppo presto, a metà settembre, con altre ideuzze, intorno alle quali sta lasciandosi premeditare. Buone vacanze. Stateve accorte paisà. Elzie.

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L’immagine di apertura è Kerry James Marshall Stage,

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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