L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Caìni

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                                     https://www.youtube.com/watch?v=gFRbLBpKTpg

E tu partorirai con dolore lo ha detto un uomo… lo sappiamo uno che si sentiva un  padreterno… poi se ti va bene vivrai peggio dimenticò di aggiungere ma lo fece intendere… fu quello a inventare il ruolo di caino…

Ci fu una volta sola in cui una viaggiatrice solitaria seduta nella poltrona di fronte attaccò così quella che subito non sembrò una chiacchiera da treno. O se sì, bè dopotutto anche Einstein in treno avrà attaccato bottoni su qualche massimo non comune problema, solo per essere ascoltato.

… Faccia conto che le nasca un caino… sa… lui… – continuò la viaggiatrice in treno – In ogni situazione ce n’è uno ma la storia biblica è una metafora e non la dice giusta… veda… – Parole della viaggiatrice in treno – Ciò che la storia biblica taglia col coltello è che caino è ogni colui che tronca, separa, aliena… quindi per estensione… uccidere è un eccesso… legittimo se vogliamo ma accessorio… in verità caino è quel che taglia il cordone all’amore… gli serve separare e non ci mette poco talvolta… l’uomo dalla donna e questi dal figlio e il figlio anche dal fratello dai figli dei figli… in sostanza circuisce i problemi perché ognuno diffidi perché si tenga lontano dagli altri smaltando di malizia la percezione…  da quel momento l’accordo e la complicità dei sentimenti che vanno sotto il nome di amore zac… – La viaggiatrice in treno diede forma all’espressione zac col passarsi la mano a coltello rapida sul collo –  A quel punto caino se vuole può darsi da fare a uccidere o rovinare una vita con un surplus di menzogne ricatti dinieghi equivoci… ma a noi che ce ne importa… quel che conta è che nel deserto d’amore che il caino crea poi qualcuno sopravvive per raccogliere resti… e riempire la carretta di una disfatta e tirarla… intendo di qualsiasi situazione… per dir così di ogni larghezza di banda in sintonia… – La viaggiatrice in treno accennò un sorriso – Come scrive sempre lei... li seguo sa quei suoi elzemìri brechtiani… io brecht non l’ho letto e oggi non si usa più rappresentarlo… dico… ma insomma tirare la carretta le farà venire in mente  signore quel bel titolo… madre coraggio lei tirava la carretta… mi lasci  copiare come scrive sempre lei… C’era una volte e due e tre…

La viaggiatrice aveva preso a parlare quando il treno si era fermato in mezzo alle montagne, e in mezzo alla neve che fioccava ma in refoli turbinanti. Una stazione che più piccola di così mah, stinta la scritta che la qualificava, quindi di un certo non si sa dove di casette, aggruppate intorno e fin su per i fianchi della valle; sfumati dalla lieve tormenta, larici o abeti a salire; i fari della pubblica illuminazione già accesi, quattro vetrine di un piccolo supermercato lungo il viale parallelo alla ferrovia, qualche auto che scorre perturbata, i fari che tentano di trapassare la cortina di neve. Il tramonto sarebbe stato per le 16:56 ma un’ora prima il cielo era cinereo come se diecimila forni crematori soffiassero dai loro camini un candore morto. A treno fermo non salì né scese né uno Zivago, né una Lara. Sosta imprevista, dovuta a non si sa che cosa, aspettare. Poteva essere che per motivi oscuri il treno si fosse infilato in un racconto di Cechov o di Gogol, a scelta. Il discorso si annunciava monologo e, fu evidente da principio, noioso; filosofico di quella appiccicosa filosofia da treno che… ma impedire le parole in bocca a qualcuno che non abbia né aspetto né modi sgradevoli o aggressivi, nonostante le sbandierate convinzioni, non è simpatico anche quando non è la simpatia una delle principali virtù di chi ascolti. La viaggiatrice era peraltro gentile e dimessa nel dire, senza inciampi o inibizioni, fatto inusuale, di aspetto non comune, né giovane, né anziana, né brutta né bella per quanto possano essere pertinenti e convenienti queste osservazioni. Così proseguì.

… Sì sì c’era una volte e due e tre una donna giovane quando era giovane… non brutta per quel che può valere il fatto… né tanto bella che nella vita aiuta invece a non trovarsi a tirare la carretta… La donna si chiamava ethel ma non importa e si era sposata in tempi amari di guerra… una guerra dura… si sa come sono le guerre ma questa era disastrosa per i cosiddetti civili… ethel per dire si era trovata a legarsi le scarpe alle caviglie perché non gliele rubassero di notte durante le lunghe soste dei treni su e giù per turinge e sassonie e franconie o dove sia sia per scappare dove fosse appena appena possibile la vita e non subire incursioni… dilagare di ulani e dragoni a reggimenti e a compagnie e a plotoni di  affamati di tutto… anche di ethel camuffate sotto vari nomi e sotto vari strati di panni diversi uno sopra l’altro per una bruttezza d’averno e senza fine… perché a portare valigie e salta su un vagone e salta su un camion e corri giù nel bosco o nel campo e via e per arrivare prima a un po’ di pane forse un po’ di salsiccia nemmeno parlarne… la valigia è un impiccio… C’era chi nella valigia portava argenteria… era lento facile da sparare… Viaggiava con lo zaino in spalla e ben legato in vita ethel… dentro tutti i suoi solidi averi… calzini e mutande ereditate dalla pace di prima della guerra e poi sapone che asciugava con cura ogni volta che riuscisse a lavarsi e di nascosto dalle altre donne perché non gliene chiedessero in prestito… ssseee in prestito… un sapone valeva una delazione. In una guerra la cosa più importante è cercare di combattere e vincere le piccole battaglie intorno a sé… La guerra passò e ne cominciò un’altra… Sposò un reduce ethel un cucù bello come possono esserlo i cucù… un artista a suo modo… vetraio di vetrate da chiesa e di rara intelligenza… uomo di libri e di poesia sempre a suo modo che nella guerra aveva perso parte della pulmonaria o guadagnato tutto ma fino in fondo… Questa però non è la sua storia… io le parlo di ethel e di  tirare la carretta e del caino… Ethel sposò quell’uomo e ne fu felice benché non avesse chiaro da principio quale sarebbe stato lo scopo di quel matrimonio e nemmeno il suo perché… rimase incinta di uno e due e forse tre figli se il terzo non le fosse morto in un inverno come questo… portato all’ospedale fu sballottato da un reparto all’altro all’aperto sotto la pioggia e il piccolo piccolissimo lo portò via la polmonite…certo era destino ma allora si pensava che fosse il freddo a far morire e non i batteri… ethel si accomodò nel rammarico… pianse finché le fu consentito poi continuò a occuparsi degli altri due figli e del marito dotato di una spettacolare attitudine alla malattia e al compatirsi… Benché di chiese e vetrate fosse tornato il bisogno la voglia di lavorare si era persa in combattimento… per non uscir di casa calligrafava tutto il giorno su ritagli di seta per le fodere…  certe sue rime grezze con disegnini a penna che a venderli pensava ethel… girava per il quartiere con una carrozzina piena di quei lavoretti e dei suoi lavori di sartina da consegnare… ché sgobbava tutto il giorno alla macchina per cucire… figlia di un sarto se la cavava bene a fare camicie e pantaloni… molti per bambini… L’epoca lo sa era quella dove il pronto da portare si trovava poco sicché quasi ogni stabile… ogni quartiere delle città aveva la sua sarta… Qui dipendeva… se lo stabile era di gente dabbene… di borghesi magari arricchiti proprio in grazia della guerra… o di  gente che la ricchezza aveva salvato dalla guerra… la sarta si faceva d’oro… se la sarta abitava in periferia in un palazzo di operai o di borghesi rovinati… allora la sarta tirava la carretta… la carrozzina… però un po’ mangiava. Così.

La nevicata cessò lasciando da osservare fuori dal finestrino una meravigliosa immobilità; bianca come il rumore omonimo – caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze, scrive Wikipedia – e perturbante l’immagine mentale che abbiamo di un mondo destinato a un deserto d’ossa a motivo del surriscaldamento. In quell’immobilità si fece udire a pena uno sfrigolio elettrico, come se all’improvviso la catenaria si rianimasse, poi il treno si riscosse, scivolò per qualche metro in avanti e di nuovo strumf, fermo. Fuori lontani lontani  abbaiavano dei cani. Poveri sciocchi.

…Passa un giorno passa l’altro ethel invecchiava… la figlia abella da abeille ape in francese  e il figlio che il marito non avrebbe voluto ebbene… ecco il caino… Preciso ma capisco che quel che racconto per vero e generale nasce dall’intravisto e particolare… Dunque caino è un tipo che se vuole poi nasce poliziotto o milite ignoto… un chiunque abbia la vocazione a separare fino a farne un mestiere è caino perché ripeto che è proprio del caino il tagliare…  Al caino quella sorella abella e il padre che la amava stavano lei mi capisce dove… caino dunque si intromise nel quadro immobile degli affetti famigliari per trasformarlo nel suo teatrino… capisce la differenza… di marionette… Prima si attaccò al padre di cui sembrava innamorato… questo verso l’adolescenza… la madre a rimorchio di quella sua carrozzina e tutto il giorno china sulla macchina da cucire gli faceva orrore… i motivi son inspiegabili anche perché erano tutti interni al caino… Sono dall’altra parte del confine caini e don giovanni… non non non di un confine questo o quello… un oltre… oltremodo… oltre misura… non che siano tipi o maschere di una commedia dell’arte schizofrenica… no… non del tutto perlomeno… Stanno in un limbo dal quale manovrano gli altri  clik clok come marionette della loro giostrina appunto… Dunque il caino ottenne che la madre prendesse a stancarsi di quella vita di macchina per cucire e di tata del marito… sepolto prima d’esserci… e il marito stanco della sua vita da malato attribuì a ethel il suo fallimento… il fallimento è un argomento forte nei gruppi e nelle coppie… fallimento come che… come se stesso forse ma… Prese poi da parte un giorno la sorella abella il caino… si noti che caino era appena appena un uomo in gestazione… la prese da parte e la accusò di essere la trama del malcontento di tutti in quella casa di mettersi in famiglia per traverso all’uno e all’ altro… di preciso ossia ciò che voleva invece lui… Questo si ottiene sfidando e sfruttando la naturale tendenza di ognuno a sentirsi colpevole… in assoluto non per qualche motivo razionale e cioè banale… Gli saltò al collo abella prima con le parole poi lo assaltò e sprizzò del sangue… caino lo aveva previsto e ne godette… si pianse vittima e il padre si intromise e urlò… ethel  singhiozzava su una camicia da finire e abella anche… cercava la madre… la madre cuciva… il padre finì a letto … fuggì di casa abella perseguitata dal dolore… ma non intenzionata a sottomettersi al gioco e al giogo del fratello caino… Passò del tempo e caino se ne andò appagato… ethel continuò nel suo taglia e cuci… faticando con la carrozzina e nell’anonimato delle sua propria insorta solitudine… quella di chi è alienato dai propri mezzi di consistenza… che molti dicono essere gli affetti… Al fine della sua vita ethel senza nessun merito aveva fabbricato diecimila camicie… orlato e rifinito e tagliato e cucito un numero impossibile da quantificare di  pantaloni… Il marito morì alla sua fine naturale… ethel non pianse… abella tornò per condolersene e pianse invece anche in quella occasione… Caino sta bene… sta sempre bene… queste se vuole sono mie conclusioni… Quando ci arriveremo scenderò alla prossima stazione e ora la lascio in pace.

E si appisolò la viaggiatrice o fece finta. Ma non importa. Nell’aria suonò due volte il richiamo della locomotiva. L’aria fredda bisogna capire, miei piccoli lettori, l’aria fredda propaga il suono, quale sia sia, altrimenti che l’aria calda o appena tiepida. Quel fischio di locomotiva parve una via di mezzo tra un singhiozzo di sirena e un urlo umano. La viaggiatrice non aveva valigie.

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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