L’ElzeMìro – Fablìole-Pinocchia

NIEces per Fabliole

 

Ci sono i cattivi prevalenti – disse il professore guardando di sfuggita la ragazzina scapigliata, seduta sul bordo del lettino nell’aula di medicina affollata di studenti – e ho l’opportunità  e l’onore di mostrarvene un esemplare… per fortuna infrequente signore e signori ma non meno interessante dal nostro punto di vista sientifico (disse sientifico)… ecco a voi… la chiameremo con il nome che le hanno dato i suoi disperati genitori e tutto il condominio in cui abita… Pinocchia.

Pinocchia… Pinocchia… sarai sempre una Pinocchia è questo che vuoi… ma certo che è questo che vuoi … guardati… fatti un esame di coscienza… ma già coscienza… si sa che te la sei perduta al tuo venire alla luce… sei nata Pinocchia… dovevamo accorgercene … eppure eri così carina… così amabile bebìna… affettuosa… gioiosa…vero Virgilio, domandava mammina-cara a babbino-caro nei suoi momenti di recriminazione, cioè per non ottenere risposta. Virgilio  ascoltava senza fallo con l’espressione di chi risposte non ne ha ma si abbandona al suo interlocutore come se al discorso fosse partecipe e nemmeno soltanto, persino d’accordo con quel che si dice. Pinocchia, presente in piedi e sempre pronta allo schiaffo,  ascoltare ascoltava le domande senza risposta, senza dare a vedere di capire il motivo di quelle frasi e le loro complicazioni. Ma immancabilmente Pinocchia veniva punita nel modo che più piaceva ai babbini-cari: segregarla in casa perché non scorrazzasse negli ascensori del condo fingendosi una mendicante per chiedere la carità: gli abiti strapazzati, la faccia appena camuffata con la terra dei gerani di mammina-cara, sputava un po’ sul pavimento invero e questo terrorizzava gli inquilini in transito per via della tubercolosi, della pneumococcica e di qualsiasi altra malattia. Le malefatte erano tuttavia tutte conseguenze dal suo essere qualificata Pinocchia e di essere la vergogna della famiglia-cara nonché del fratellino-caro, vero mostro di bontà; uno che non si sarebbe mai lasciato scappare l’occasione per portare la spesa su al 10° piano a una signora in tacco 12 e barboncino, che del servizio non aveva nessun bisogno ma cui piaceva essere servita  da quel bambino così caro, così servizievole, così altra musica rispetto a Pinocchia che, se richiesta in un tentativo di vana conciliazione tra opposti, la spesa della signora del 10° la dimenticava apposta fuori dalla porta dell’ascensore, dopo avere detto anche lei che l’avrebbe portata su – dare l’illusione di collaborazione col nemico era la sua specialità – così da lasciare  che i surgelati si sciogliessero nella borsina della spesa e tanti saluti. Ma la violenza, chiamiamola così, di Pinocchia non era come si dice gratuita, benché i danni che induceva fossero limitati allo sberleffo, al lazzo più che alla follia. Come si sa, nel giudizio comune è facile passare dal fastidio all’esame dei dottori e i dottori sono così liberamente portati a giustificare questo a favore e quello contro, purché i richiedenti-aiuto siano contenti delle soluzioni che i dottori propongono. Così, quando il professore, del decimo piano anche lui, propose di presentare il caso di Pinocchia ai suoi studenti all’Università, babbino e mammina-cari furono ben felici: dopo la vergogna che Pinocchia loro induceva pensarono che ci sarebbe stato qualche motivo d’orgoglio per loro nel fare di Pinocchia una star della medicina, chissà in futuro una capitana di qualcosa – anche di una squadra di calcio sarebbe loro andato bene – una speranza. Forse Pinocchia avrebbe presto avuto voglia di saltare giù dal lettino del dottore per passare dalla sua parte, riconoscere i suoi torti, diventare a sua volta qualche specie di scienziata, qualche specie di dottora dunque.

Pinocchia sentiva riassumere la propria storia e rideva; non tra sé. A ogni passo del racconto cui il dottore inferiva una particolare inflessione tragica, postillandolo di laconicità tecniche (schizoparanoia, delirio, personalità sociopatica) ma comica alle orecchie di Pinocchia stessa lì seduta, lei, di fronte a quel consesso di studenti così ben pettinati e ordinati, a parte i barbuti, e tutti a prendere appunti come se la loro testa non bastasse a dimenticare le frasi che il professore andava intrecciando con compiaciuta visione di sé, lei appunto se la rideva e sfacciatamente. Avvalorando così la tesi che si trattasse di un caso di cattiva prevalente o primaria. Una Franti senza de Amicis. Che Pinocchia era irredimibile nel contesto, spiegava il luminare, e che quindi come molti Pinocchi avesse bisogno putacaso di una schisi, di un sciòc, il professore disse proprio un-sciòc pensando all’elettrochoc, dal quale sarebbe forse ritornata alla prima infanzia per poi passare a una nuova adolescenza critica positiva – disse proprio così – di segno contrario al negativo acritico, quello in cui si trovava a galleggiare senza possibilità di nuotare all’asiutto. Per ragioni familiari, aggiunse il professore, senza trovarsi d’accordo con sé stesso su quali fossero quelle ragioni, la più semplice delle quali gli sembrò troppo semplice per farne una citazione; cioè che quando un adulto, sia chi sia, ti appiccica oltre a un nomignolo anche tutto il mondo, il cinema, tutte le fantasie, tutti i pregiudizi di cui, persa l’infanzia della ragione, un adulto risulta capace ai tuoi danni, è difficile quando non impossibile liberarsene. È quasi giocoforza per la vittima di questa imposizione delle parole, attenersi, aderire, oggi si direbbe identificarsi, con quella o questa definizione: Pinocchia appunto. Sia chiaro che stare al gioco è comodo e Pinocchia, con quello spiritaccio ribelle e devastatore che aveva appreso dovesse essere il suo marchio di fabbrica trovava non solo comodo ma molto divertente ascoltare, il folletto… folletto pittore che si sbizzarriva nel suo cervelletto, disse lei al professore cercando al meglio di simulare un’aria incantata da genius at work.

Le conseguenze dei suoi colpi di testa erano tutte motivo di risate da parte di Pinocchia, cui la menzogna pareva il minore degli scherzi con cui tormentare i babbini-cari. Poi però arrivò il sciòc. Pinocchia aveva un ostacolo lungo il suo percorso di assaltatrice: una maestra di antipatia eguale e contraria alla propria. Quanto Pinocchia, diciamolo pure… era divertente… tanto la maestra era odiosa, una orchessa col naso incipriato sempre a dovere, un porro, proprio da orchessa sulla guancia sinistra, cespugli tremendi di sopracciglia, tendenti al bianco che le piovevano sugli occhi, un corpo magro e lungo, di segno contrario alla tradizione orchìle ma di eguale forza e sempre pronta al combattimento in classe, con chiunque, ma con Pinocchia non si contavano le punizioni, le note, i rimproveri, i dileggi, le angherie inflitte fronte a tutta la classe che per quegli spettacoli, di gogna diremmo noi moderni, se la rideva e non tanto sotto i baffi che ancora non fiorivano sui labbruzzi belli dei maschiolini, gli unici per dire che i baffi avrebbero portato un giorno da lì non lontano così come il gallo si pavona dei suoi bargigli. In breve la maestra colpiva Pinocchia con lo staffile della sua arroganza ma per sciocchezze; non riusciva a capire in che modo Pinocchia la pigliasse a giro e si imbufaliva ancora di più. Espulsioni di classe, richiami, note per un sopracciglio alzato o abbassato, per una risposta in apparenza maldata erano il carosello scolastico quotidiano.

Pinocchia leggeva però. Fin da subito le lezioni le sembrarono infatti esercizi di addestramento per cani o cavalli e lei, che di natura era gatto, a scuola aveva subito imparato a leggere: cioè stava a leggere mentre i diligenti, gli amati, i vezzeggiati, i proni suoi compagnucci si impegnavano, come lei spesso diceva a sé stessa, a dare la zampa o a obbedire al Sitz del maestro di turno. Leggeva con quella spavalderia degli audaci, di quelli che, nel caso, sfuggono di scuola dalle cantine o addirittura strisciando sotto la guardiola dei custodi, non di rado un po’ avvinazzati. Leggeva appagata dalla propria abilità nel non farsi acchiappare, tenendosi in una sempre rinnovata posizione che, simulando la concentrazione dello studioso, nascondeva soltanto la sua costanza nell’inganno. Crescendo man mano, che leggesse a casa invece di pensare a fidanzatini e borsette, anche questo era motivo di disperazione per i babbini-cari; non capivano come una creatura normale potesse passare il tempo a leggere, sì dei romanzetti avrebbe potuto anche andare bene, ma Pinocchia leggeva le vite dei pittori, i loro appunti, i loro libri di figure. Li studiava proprio e la sua cameretta era piena di appunti e di schizzi. E, di là dagli schizzi e dagli scherzi, un po’ come a Caravaggio, a Pinocchia piaceva ma soltanto dipingere.

Ciò più di tutto angustiava i babbini-cari:  il fatto che Pinocchia fin da piccina piccina era risultata indifferente ai luoghi comuni familiari, ai ciccì-coccò, ai sorrisetti dei genitor, alle prime comunioni, all’acquisto di abiti e scarpini, di guanti, calzini e fularini: a un certo momento Pinocchia si era messa da sola a dipingere. Dipingeva in quel tempo solo su grandi foglioni 70×100 che si comprava con il frutto delle sue rapine in ascensore. Anche i colori, totalmente banditi dagli orizzonti di casa a favore di narcotici grigi alle pareti e in bagno, e nelle camere da letto e in salotto e tra la biancheria, anche i colori, quelli se li andava a comperare in un magazzino lontano lontano dove era per Pinocchia affascinante perdere tempo, ore, a scegliere tra le tempere economiche le tinte che più le toccavano il cuore. Perché di questo si trattava. Pinocchia, a sceglier un giallo cromo si sentiva correre su per la spina dorsale fino al cervello e all’interno di questo in quell’anfratto misterioso che chiamiamo cuore, una sorta di propulsione a volare, rabbrividendo per il freddo delle altezze, su per quel cielo immaginario. Va sans dire che Pinocchia, dopo quelle scorrerie al Belle arti-cartoleria, tornava nell’ombra del condominio; in fondo a sera aveva fame; vedeva salire e scendere dagli ascensori gli stessi inquilini imbarbogniti e un po’ sudati, li seguiva e se era in vena li tormentava con qualche trovata delle sue: bucare loro il sacchetto di plastica della spesa per esempio e qualche volta, nei casi più fortunati, sottrargli un portafoglio, ma farlo ritrovare, per miracolo, pieno ma a un piano diverso di quello del suo proprietario; agiva così da consolarsi  che, per presentarsi a ridosso della cena, con le mani sporche magari, e quando tutti della familia-cara, erano già seduti a tavola davanti ai loro scodelloni di minestra grigia – a mammina-cara per qualche misteriosa ragione chimica le minestre riuscivano tutte immancabilmente di un bel grigio cemento nonostante come è noto la verdura sia per lo più, lo dice il nome, verde – a causa del ritardo insomma Pinocchia sarebbe stata senza deroga punita. Siamo una familia… una familia… non lo capisci questo. Si addolorava la mammina-cara che stante il suo mestiere di maestra di latino diceva familia con la elle e senza gì: per vezzo, uno dei pochi, l’unico.

Si diceva che Pinocchia dipingeva e ci fu un lungo periodo in cui i suoi dipinti avevano, come dire, un unico soggetto: delle figure antropomorfe, lunghe lunghe e dinoccolate, dalle teste trapezoidali e dal gesto simile a quello di una compagnia ( chorus line) di danzatori che avanzi, forse minacciosa, verso l’immaginaria ribalta di un palcoscenico, verso gli spettatori. Queste figure, invero inquiete, danzavano, per così dire, su un reticolo disegnato a riga e squadra con pazienza sul fondo del foglio e che induceva lo spettatore a pensare al percorso delle tavole di un palco viste leggermente dall’alto, in una prospettiva in fuga, o un tentativo di prospettiva alzata e difficile da realizzare per chi non fosse esperto di questa parte dell’arte pittorica. Le figurine, per intenderci con voi che conoscete benissimo la Primavera del Botticelli e le Demoiselles d’Avignon  del Picasso, avrebbero potuto ricordare quelle di quei quadri famosi, non fosse che di umano non avevano nulla se si eccettua la nudità, ben esplicitata da Pinocchia: ogni figurina era o maschio con il suo falleriello ritto incastrato tra le gambe, o femmina, cioè senza il falleriello ritto ma, invece, con un segno più chiaro tra le gambe, semilunare simmetrico. Insomma in modo che significasse un buco. Cambiavano le tinte e le tonalità cromatiche di fondo.

Quella di leggere e col tempo anche di disegnare era dunque l’attività che Pinocchia esercitava durante qualsiasi lezione, s’è detto. E adesso il sciòc definitivo: la maestra orca assassina alla fine capì e incastrò Pinocchia e le strappò da sotto il banco uno di qui disegni, diciamo ossessivi; e un libro di immagini, dette disturbanti dai migliori specialisti. Gli orchi sono in genere piuttosto conservatori e poco adatti al contemporaneo in gestazione, o alle gestazioni tout-court cui oppongono di solito una fiera ostilità, così da brava orchessa la maestra fece una scenata, si sgolò, perse anzi del tutto la voce, chiamando Pinocchia, Una sconcia creatura… la vergogna dei tuoi genitori … e altro;  lanciò il volume e i fogli contro la prima parete della classe a portata, stracciò il disegno, si può dire che lo tritò, forse chissà fu tentata di trangugiarselo e poi giù una nota lunga come il conto del supermercato.

Pinocchia non ebbe nessuna difficoltà a presentare a casa quell’estrema citazione in giudizio. Fu sgridata, chiusa in camera, mortificata ma non troppo dalla negazione del cibo per cena. All’atto punitivo ovviò ricorrendo a un fondo segreto di untissime patatine fritte in busta e ad alcune lattine di una bevanda gassata verdolina che a lei piaceva per il colore molto più che per il gusto. Ma si fece decisa, ne aveva ormai l’età. Quella notte stessa, nella penombra della sua stanzetta – quella più grande era stata riservata al fratellino-caro – preparò un bello zaino, soprattutto con i suoi colori e i pennelli e i rotoli di carta. Non si portò via niente di più che un po’ di mutande e di magliette e di maglioni, un  paio di scarpe di ricambio, naturalmente lo spazzolino da denti che andò, non vista, a recuperare in bagno (Per uscire dalla sua camera serrata aveva comprato a suo tempo una chiave passepartout). Aprì poi la finestra e siccome abitava la piano terreno, buttato lo zaino oltre il davanzale giù nel giardino condominiale, saltò agile anche lei e se ne andò. Da sola nel buio e agguerrita.

Di lì a qualche tempo, i genitori-cari e anche il professore del decimo piano, vennero a sapere che Pinocchia era diventata l’idolo di chi comprava la sua pittura, la cocca del mercante che la vendeva e la beniamina di ogni salotto in giro per il mondo. La notizia fu che Pinocchia esponeva in città. Ma quel giorno i genitori-cari andarono in gita su per i monti con il fratellino-caro e ignorarono il vernissage. Il professore, ah il professore si perse di vista da sé e nulla se ne sa.

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

In apertura Nieces di Zoey Frank

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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