L’ElzeMìro – Dopomezzanotte-Ending story



Chissà se bizzarro, ma pare proprio che nella percezione comune, le stagioni e i giorni che le caratterizzano siano riferite non a un qui-adesso-così ma a una memoria media, lambda dicono i francesi e, come meglio dire, mitologica piuttosto che logica, benché quasi universalmente riferita agli umori nevrotici delle città piuttosto che alle necessità dei campi; a un’idea collettiva cementata nel tempo tanto bene da far distogliere lo sguardo da ogni mutazione e ogni variabile : sicché se piove a maggio capiterà di sentir dire che sembra novembre quando è evidente a tutti, dovrebbe essere evidente che a novembre sempre più spesso fioriscono le margherite e il riscaldamento in casa è ancora inutile. Ma nella mente collettiva persiste e lavorano le icone, come a San Francisco dove buttano neve finta per le strade e vestono da Klaus uomini con e senza pancia. Tutti sanno che cosa sono e di che cosa sono fatte le associazioni, non quelle sportive né politiche né quelle più insidiose che sono i trust e le società mercantili, le lobbies, le congreghe di ogni tipo, no, le associazioni intese per attrazioni di qualcosa di poco evidente, le associazioni di parole, di idee, di immagini, libere per intenzione e tuttavia, ma non è detto, imprigionate magari da qualche oscuro impulso o desiderio di chi le associazioni combina sapendo o non sapendo che cosa combina ; nascosto e così bene da trovarsi dimenticato. Le associazioni dei significanti, caro De Saussure.

Ebbene, moltissimo tempo fa un bambino di nome Frizzi, un po’ come l’Amico Fritz dell’opera o una qualche marca di cola, possedeva un coltellino. Niente di pericoloso : una lama di latta di quattro centimetri a dir tanto, priva di filo e disposta a piegarsi e insino a spezzarsi caso mai qualcuno l’avesse voluta usare per offesa o difesa ; d’osso il manico, con certezza ponderata di una qualche plastica, ad imitazione dell’osso di certuni di quei grossi coltelli per scuoiare le loro prede dei cacciatori selvaggi. Su quel manico ad imitazione d’osso, era incisa in modo approssimativo l’immagine di una villa, hmm di un palazzo maestoso e misterioso in una città misteriosa per il bambino, ma che oggi è meta di multipli voli di qua di là del mondo intero ; città la cui grafia svolazzante il bambino sillabava vi-en, ovvero viin ossia Wien, Vienna. Si raccomanda di non leggerla uin a chi ne vedesse il cartello alla stazione dei treni o all’aeroporto o su una map di google. Appena sopra Wien e in caratteri piccinissimi il bambino leggeva gh, poi ru, poi una bi stranissima e poi e poi aus. La u aveva due puntini in testa che ne cambiano la dizione e la bi era in realtà un’altra consonante che tutti sanno essere das scharfe es, cioè una esse ben sonora, doppia ; in definitiva la scritta diceva grüße aus Wien : saluti da Vienna. Ma quel così poco, grazie a tutte quelle amabili suggestioni grafiche era moltissimo agli occhi del bambino. Non è un caso se nei loro giochi i bimbi di un niente facciano un bastimento. Per bimbi si intende quei che non imbesuiti da molteplici sirene stonate giocano ancora.

Quanto al coltellino era un modesto regalo che il padre – farne il nome è superfluo – che il padre aveva portato a Frizzi di ritorno da uno dei suoi viaggi ; l’uomo infatti girava l’Europa ancora un po’ ciancicata qua e là dal lungo secondo dopoguerra, a vendere macchine da caffè espresso per grandi comunità. Per vendere si deve intendere : per tentare di convincere a comprare interlocutori per lo più riluttanti. Il coltellino hai capito che era modesto e inutile ; modesto e inutile però è da vedersi perché tutti sappiamo quanto ognuno, del bimbo che è stato e a dispetto di tutti gli sforzi educativi, mantenga talvolta l’inclinazione prodigiosa di aver a cuore e immaginare mirabile e unico, chi lo sa, un oggettino qualunque – un guscio di noce, un ditale, un manufatto cucito alla come si può a scuola, una tazza rappezzata con la colla – un nulla insomma, riferito a chicchessia di caro o da questi regalato, così da non potersene separare per il resto della propria esistenza, da quel petit rien, anche quando giaccia sepolto, come per lo più i defunti, in una scatola, o sul fondo di un cassetto mai riordinato e che all’improvviso si riscopra. Non stupisca nessuno questa memo circa l’esistenza come polvere da spendere e spandere.

Modesta era anche la vita dell’uomo in quei viaggi che al Frizzi bambino parevano invece apologia di fasto. In realtà l’uomo all’arrivare in qualsiasi città scendeva nell’albergo che ottemperasse al criterio del massimo appeal col minimo della spesa, per non fare brutta figura coi clienti ma senza mai strafare ; poi trattorie modeste, appartate, caffè per impiegati. L’uomo, che in quei viaggi era pagato come si diceva a diaria, cioè con un montante prestabilito giornaliero, da quel montante di denaro doveva cercare di risparmiare il più possibile in modo da riportarne a casa per la famiglia, modesta, l’eMCM : il massimo comune modesto. A casa, lo stesso tipo di modestia descritta, lo stesso tipo di esistenza modesta si moltiplicava tra gli innumerevoli specchi contrapposti del quotidiano. Ma per il padre quel denaro che con abnegazione, con fatica grattava via da ogni personale esigenza anche la più piccola, lassù tra paesi e lande sconosciute era inteso a costituire un argine, o il bordo di un trincea sicura per il futuro del piccolo figlio cui egli guardava, nel modo con cui, colpito da una scheggia di granata, il portabandiera guarda al compagno, o oggidì, alla compagna cui il vessillo cede perché ne travolga il nemico fino alla vittoria… o almeno fino ai titoli di coda del film.

Frizzi amava suo padre come se sotto sotto sapesse che gli doveva, almeno per metà della sua parte, la vita ; ma questo sentimento sia chiaro che non gli era chiaro. Quello che sapeva per certo era che quando, magari a notte fonda e nel pieno del suo sonno infantile, sentiva il crcrlock della serratura alla porta di casa, il suo cuore addormentato balzava dal suo lettino di diastole e sistole in una fusione di conforto e felicità. E se gli capitava di svegliarsi era per lanciarsi da sotto le coperte ben pesanti che prediligeva, nel corridoio di casa incontro al reduce amato. Che vuoi fare, i bimbi spesso sono fatti così.
Tornando al coltellino, Frizzi se lo portava ogni giorno a spasso agganciato a una catenella con due piccoli moschettoni agli estremi, uno attaccato a un passante dei calzoni – che a quel tempo i bambini portavano corti estate e inverno e chi ne sa, sa delle ginocchia sbucciate dal freddo, perché allora a quel tempo il freddo si chiamava così perché lo era e nevicava spesso, o grattugiate sulla ghiaia dei giardini – l’altro a un occhiello, di ottone forse, infisso nella testa del manico in similosso. Il bimbo pensava, come ti ho detto, che da quel coltellino, da quel regalo metafora di suo padre, la metafora di un uomo spuntato, non si sarebbe separato o non avrebbe voluto separarsi ; mai.

Ma un giorno di febbraio, rincasando come di consueto a piedi da scuola e tastando sotto il cappotto, come sempre faceva ogni tanto per farsi sicuro che il coltellino fosse sempre lì al suo posto, ahimè… il suo cuore sprofondò nel proprio pozzo ; Frizzi si sbottonò il cappotto in preda a ogni tipo di angoscia e, nada nada, il suo piccolo totem senza tabù personale non c’era più : la catenina di ferro pendeva dal passante dei pantaloni e il moschettone che aveva trattenuto il coltellino fino a forse un istante prima, zac aperto, beante come la bocca di un pesce vuoto d’aria, sul banco ghiacciato del pescivendolo. Non ebbe esitazioni il bimbo e si volse subito all’indietro, guardò e riguardò in terra e poi tornò su suoi passi fino al portone della scuola, non era lontana, scrutando in terra il più lieve possibile luccichio di metallo. Niente, tranne nella sua mente il ritornello della poesia che la sua classe, la quarta elementare, aveva letto per tutta quella mattina : oh cavallina oh cavallina storna che portavi

L’immagine di apertura è di Nigel van Wieck – Coat-check girl

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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