L’ElzeMìro – Dopomezzanotte-Canto di Natale

Quanti a qualsiasi titolo si accingono a dare o danno, che affibbiano nomi ai nascituri non meno che alle barche o alle loro villette con ringhiere di ferro elettrosaldato, dovrebbero farsi toccare dal pensiero che il nome, molto più di un qualsiasi battesimo, imprime alla persona in gestazione un’altra gestazione, quella di una sorte. O quantomeno, l’invito a lievitare dentro i termini di quel nome come l’impasto di una torta fa dentro il cerchio della sua forma ; o l’indicazione a sussistere au plaisir des dieux, dove per dèi si intende il collettivo genitori. Esistono beninteso nomi disarmati, nomi quattro stagioni come gli armadi e gli pneumatici, nomi appannati dal desiderio che scompaiano sotto una patina di uso e consumo e tradizione. Pasquale per esempio, cui la variante Quale darebbe forse il senso di una scintilla scagliata nel vuoto, può voler significare solo una cosa : da grande caro mio potrai fare il parrucchiere o il pizzaiolo, o forse forse e con il denaro della malavita organizzata aprirne una tua di pizzeria. Carlo invece a tutte le latitudini indica la rinuncia a non essere santi.

Ma è già stato detto in qualche libro oscuro che chiamare una creatura Immacolata o Cassandra – l’inconscio del genitore è in entrambi i casi molto più dèmone della sua superficiale intenzione – sottintende additarle le porte di un ade di implacabili e fastidiosi futuri. Si possono fare altri molteplici esempi e non è detto che davvero – all’atto pratico dicono i benpensanti, cioè la quasi totalità di quanti allo stampo del loro nome si sono uniformati a non pensarci più – che il nome davvero incida nell’essere bambino un tatuaggio ; di suo incancellabile si sa e dunque, se un fare è possibile, come obliterare ciò che dall’inizio ha il carattere di una sentenza, questa la domanda.

Ma : Frònimo, da dirsi attenzione come pòco e fuòco, Frònimo a che cosa avrebbe potuto portare. Di certo a indicare un percorso nel mondo della musica. Ma quale mai banda pop-rock, dirai tu che per musica intendi solo quella, e per quanto sgangherata, vorrebbe con sé un Frònimo al basso o alla batteria ; chissà al sax o alla chitarra acustica, ma con riserva, benché sia Frònimo il titolo di una rivista di musicologia per chitarristi nonché, alle origini, il nome appunto di un personaggio fictional di Galilei padre, il celebre liutista. Gl’è che prima di essere spinto fuori all’aperto dalla pervicace accettazione del tu-partorirai-con-dolore e dall’applicazione dunque e dal metodo della madre, una Maria qualunque non destinata a emulare le fortune della sua mitica predecessora, prima di essere partorito Frònimo si trovò toccato da quel nome, destinato nel tempo a diventare Frofrò, Naimo, Fròni, Fròmo. Nome scaturito, come Atena dalla testa di Zeus, dalla testa di suo padre Giuseppe, un Giuseppe qualunque anche in questo caso, benché dilettante di chitarra.

La consuetudine vuole che la maggior parte di noi dimentichi i primissimi anni per non dire i primissimi mesi per non dire i primissimi istanti della propria consistenza là sotto l’ombrella della placenta. La memoria pare sia uno strumento lento ad attivarsi o persino non ancora sviluppato come tale nel bozzolo che costituisce nel bene e nel male – anche questo è un ritornello filistèo – che finirà per ognuno col costituirsi in mente. Altri dicono anima, altri ancora coscienza, non avendo chiaro per entrambi i termini di che si tratti. La memoria, connessa all’arte di dimenticare, alle minuterie mnemoniche o persino al non registrare il passaggio di un qualcosa da così a niente, parrebbe allora non strumento predisposto ma risultante di un lento lavorìo di digestione delle proprie percezioni, atto a trasformarci da un è qui a un periclitante io sono. Speculazioni vabbè, per le quali ti chiedo scusa. Ma Frònimo, benché prove non si possano portare a favore di questa tesi, già un istante avanti il suo primo vagito si può stare certi che innescò la memoria di tutto lo sgradevole che lo circondava dopo la quiete temporanea del suo buio ma confortevole e personale Giordano. Sgradevole la memoria di tutti gli attimi, le ore, che precedevano il pasto e, per fortuna, il sonno – Frònimo cercherà in ogni modo e luogo possibile il sonno – sgradevole il contatto con le proprie feci se non veniva cambiato per tempo ; e sgradevole, questa elaborazione fu invece tarda, il doversi affannare con strepiti e furia che per lui volevano ben dire qualcosa e con chiarezza ma che spesso portavano la madre a iniziative di segno contrario alle pretese ; per cui tutto un rifiutare il biberon che si insisteva ad offrirgli, e piangere e agitarsi e scalciare e perdere il fiato contro i tentativi di consolazione e blandizie e amore della mamma, per far intendere invece e soltanto che lo spogliassero un poco da torride tutine e coperte.

Elenco breve dei primi ricordi e disagi di Frònimo
Odori : quello del proprio pannolino quando gli veniva cambiato. Quello di saliva della nonna (che lui avrebbe scoperto essere sua nonna, tale Anna da addizionarsi al quadro biblico di famiglia). Quello di rossetto, impossibile riferirne la marca, della donna caravella che spesso veniva a visitarlo, pesarlo, palpargli i testicoli e che tutti chiamavano dottoressa.
Suoni : quello di tapparella o avvolgibile che veniva levato nella sua stanza al mattino e serrato la sera. Quello delle voci che solo con l’avvento della radio, cioè della possibilità di ascoltare la radio, potè associare alla frase, Voci ingannevoli vezzi bugiardi, cantata con precisa dizione da chissà chi ma abbastanza efficace tuttavia, nella sua esiguità, per costruire il giudizio senza appello di Frònimo sui cucù, sciusciù, bubù bugibugi e altre insignificanti articolazioni di suoni che segnavano il contatto con quelli che non sapeva ancora essere classificati adulti e in particolare come mammà e pappà : distinguere l’uno dall’altra fu un esercizio ardito.
Parole : tapparella su tutte evocava un ricorso al chiuso, al buio senza sonno che spesso coglieva impreparato Frònimo lasciandolo per lunghissimi istanti lì nel lettino a elaborare lutti non ancora formati come tali e dunque da considerarsi preventivi ; lutti senza oggetto ma immanenti, lassù nella cupola nera della tenebra sopra di lui, la presenza della quale cercò a volte e invano di obliterare cacciandosi sotto le lenzuola che, almeno, non avevano un odore sgradevole. Anzi.

Elenco succinto degli eventi sgradevoli anteriori all’apprendimento della lettura
La prima messa cui incolpevole fu addotto dall’osservanza dei genitori. Seduto su una panca fredda in mezzo a un coacervo di adulti insignificanti guardò con insistenza la statua appesa a un legno che gli fu detto essere ritratto di Gesù. Non chiese di chi si trattasse ma con una qualche insistenza, dacché ormai parlava e da lì a poco avrebbe appreso a leggere e anche a scrivere, con una qualche insistenza il padre, quale portatore incaricato di questa tradizione, prese a contargli storie mirabolanti e incomprensibili di miracoli e festini fino alla brutta fine. Perché la persona in questione fosse appesa senza fine in quell’edificio freddo e brutto – Frònimo aveva sviluppato un precoce istinto per la forma educata dall’arte per cui il cemento armato e le candele elettriche erano un insulto ai suoi occhi – perché, era inspiegabile e, benché i genitori in coppia avessero principiato molto presto a darne a Frònimo una ragione, sgretolata sul nascere dal suo avanzato acume critico, in misura eguale pasticciate e spaventose gli sembrarono le parole dell’officiante – Voce dal sen fuggita/Poi richiamar non vale/Non si trattien lo strale/Quando dall’arco uscì – vociare di cui Frònimo non riuscì fino alla fine di questo racconto a trattenere alcun senso proprio, se non il contrario di un senso proprio. Dietro il mistero il nulla.
Primo incontro con la morte : l’abbattimento di un cavallo da corsa. Non si spiegò mai, Frònimo, perché il padre Giuseppe lo avesse condotto all’ippodromo a vedere una corsa. Il luogo gli sembrò l’anticamera di qualcosa che seppe spiegarsi un po’ dopo : il macello. Il pubblico una massa di infoiati. La corsa un nonsense, belli i cavalli, accaniti nanetti i fantini. A un certo punto un cavallo capitolò e rotolò sulle sue gambe. Frònimo non trovò parole, sul momento, per raccontare l’ansiosa premonizione che lo tarabustò quando vide un uomo con una pistola avvicinarsi alla testa dell’animale. Chiuse gli occhi ma alle orecchie gli arrivò il prack di uno sparo. Poi ebbe un rigurgito di parole per dire il proprio orrore ; chiedere conto di tutta quella pratica ossessiva, la gara, in cui delle belle, anime – gli venne da dire – venivano messe a rischio di procurata morte. Giuseppe invece, stizzito e sulla via del ritorno in macchina gli contestò il fatto di non avere sprecato una parola per la povera anima – disse – del fantino. Frònimo tacque per tutta risposta e continuò da quel momento in poi a non provare la benché minima emozione per le disgrazie degli uomini. Disgrazie di cui erano ai suoi occhi quasi sempre essi stessi gli esecutori materiali, prendi per esempio quello appeso in chiesa. Cancellò la parola anima dal proprio vocabolario.
Secondo incontro con la morte : quella della gatta di casa. Incinta la poverina stava avendo un parto difficilissimo e per quanto Maria si fosse intestardita a non volere che Frònimo vedesse come nascono i gattini, dopo che per settimane aveva osservato tuttavia la pancia di quell’animale ingrossarsi, lui fece e disfece e in uno slancio d’ira anzi le morse una mano ma ottenne di vedere che cosa stesse succedendo. C’era un pasticcio di liquidi, anche di sangue nella cuccia in cui la gatta ansimava, tre cuccioli già si erano srotolati in mezzo a quei cenci bagnati, mentre Frònimo di sua sponte teneva la testa della gatta come a confortarla e le diceva cose dolci, poi dimenticate, e l’accarezzava e la signora Maria guardava inorridita quel figliolo che considerava un curioso perverso, malsano, insensato, ma senza osare distoglierlo da quella cura affettuosa. Il quarto e poi il quinto furono espulsi, poi la gatta saltò fuori dalla cuccia e non si sa perché, corse al lettino di Frònimo, un lettino regolare ormai, si arrampicò sul cuscino e vi si abbandonò : lì lasciò andare una pipì e in un amen morì. Il bimbo avrebbe voluto conservare quel cuscino ma Maria fu tassativa e il cuscino insieme con la gatta fu chiuso in un sacco e affidato alla provvidenza cioè alla nettezza urbana.

Frònimo imparò molto presto ad associare lettere e suoni e caratteri nella scrittura. Ciò sorprese e non del tutto in positivo sia Maria che Giuseppe e di più le maestre dell’asilo cui era stato iscritto ; atto che lo colpì in pieno petto non tanto perché preferisse la compagnia domestica dei genitori, quanto piuttosto perché il chiuso della casa gli era preferibile a qualsiasi commercio con altri adulti e, nel caso, con suoi simili. All’asilo pertanto Frònimo si isolò in un cantuccio e prese a compitare all’inizio certi libercoli idioti che parlavano di vasini, deiezioni e altre sciocchezze ; poi un altro, un libro-libro dal quale la maestrina traeva certe storie fantastiche da raccontare o che, più spesso, leggeva dopo il pisolino dei bimbi nel dopopranzo. A Frònimo quelle storie piacevano così tanto che le imparava via via a memoria, mentre le ascoltava. Altro fatto sorprendente. Un giorno sottrasse il libro alla maestra e, nonostante quei caratteri così piccoli gli si presentassero come sfuocati o doppi capì da solo come decifrarli. Il passaggio alla scrittura fu automatico e così mentre gli altri pargoli ruzzavano in giochi balordi, lui riempiva fogli su fogli di belle parole scritte grandi e attinte dal libro della maestra. Costituì in tesoretto un proprio vocabolario chiedendo con insistenza ad ogni ostacolo un che cosa vuol dire. In quel medesimo tempo gli fu diagnosticato un lieve astigmatismo, lieve ma abbastanza importante perché gli fossero prescritti gli occhiali. Questo fatto non gli fu per niente sgradito.

Ciò che Frònimo prese a vedere e che lo fece dubitare fosse saggio indossare gli occhiali
Certi uomini che si aggiravano ai giardinetti, ma senza nipoti appresso da far scorrazzare su tricicli o biciclettine senza trasmissione, e che camminavano senza una meta apparente e spesso a gambe larghe come se tra i due utili arti ci fosse un ostacolo.
Certi uomini poi che a sera facevano pipì contro i muri e che poi si voltavano e sorridevano a chi passasse.
Certi uomini che in qualche occasione gli avevano borbottato frasi ubriache cui un senso era stato impossibile dare e che lo avevano guardato torvi in viso e pieni di… cattiveria… la parola che Frònimo assegnò a quegli sguardi.

Crescendo ancora e ancora anche in statura e senza aspettare che altri bambini si mettessero in pari con lui, Frònimo dovette essere assegnato non alla prima ma alla seconda e poi subito alla terza elementare. Qui passò un periodo di quiete relativa benché fosse costretto a osservare che certi compagni andavano al gabinetto di scuola con la carta igienica in tasca ; benché gli ispirasse solo repulsione, in quel postaccio lui si limitava, se costretto, a fare pipì. Per il resto se mai, aspettava di essere tornato a casa nel pomeriggio. Le maestre erano dei lupi solitari. Una in particolare assaliva i piccoli parlando loro di suo marito che la tradiva, e vai a sapere come si realizzava quell’atto o quella fantasia, il tradimento. Spesso la signora, Pericoli il nome, si chiudeva nell’armadio a muro della classe, armadio destinato ai giocattoli e altre cianfrusaglie didattiche, e allora la si sentiva questionare al telefono e piangere e sbraitare e ripetere, Tu tu ma tu, a voce sempre più alta. Poi usciva dall’armadio con gli occhi svuotati di contenuto e andava avanti a parlare per il resto del suo tempo con la voce lanciata in un punto oltre l’orizzonte infinito. L’altra maestra, con del nastro adesivo colorato, aveva diviso il pavimento della classe in settori. Ogni settore corrispondente a un banchetto. Ogni banchetto a un bambino. Ogni bambino a un settore. Ogni settore a un numero e a un obbligo di posizione cui attenersi. Insegnava per lo più aritmetica la signora e il suo alito anche alla lontana puzzava di bava e anche in quel caso di rossetto. Frònimo la stizzì; in un compito a casa lui aveva risolto un problema di vasca da bagno introducendo, ma senza dargli un nome, il concetto di incognita cui assegnò però, senza avere contezza di algebre, un segno di riconoscimento speciale : il punto interrogativo. Poi, con molta fantasia, proseguì le equazioni necessarie e risolse il problema. Tutto questo non piacque alla signora, e non piaceva affatto a Frònimo la scuola e il suo apparato che lui associò all’aggettivo giudiziario. Così come non gli piacque il cosiddetto catechismo cui fu forzato con l’ipotesi dichiarata, Per il tuo bene, cosa che non fu. Nonostante le messe cui la famiglia partecipava ogni assidua domenica, il linguaggio dei due catechisti se da principio gli fu oscuro e insensato divenne poi ostile : una serie concatenata di figurazioni retoriche cui i suoi compagni, da dire di sventura, partecipavano con lo stesso trasporto di certi bambini con la camicia bruna che, in un pomeriggio di solitudine, intercettò alla televisione in un documentario. Di nascosto Frònimo prese grazie proprio alla televisione ad apprendere cose inimmaginabili ; vide : pile di cadaveri e soldati – che i bimbi maschi per lo più sono abituati ad associare ad allegri sei morto ti ho sparato – in marce ora stralunate ora assassine ; e uomini e donne senza denti che gridavano, che piangevano e case che bruciavano e uomini che bruciavano e cavalli e mucche e asini morti e gonfi lungo strade piene di altri relitti ; e navi che saltavano in aria e uomini che si dibattevano in acqua ; e uomini in divise a righe e schierati per righe e uomini senza divisa ridotti a cenci con cenci addosso tra altri soldati che li spingevano a pugni e schiaffi e bastonate e il pungolo delle loro baionette ; vide uccidere un uomo come aveva visto uccidere a suo tempo il cavallo alle corse. Ma senza audio. Pian piano, a quelle visioni e nonostante si trattasse di uomini Frònimo prese a sussultare. Giuseppe e Maria in merito si limitarono a strillare che, Non sono cose che guardano i bambini. E gli fu proibita la televisione. Ma la proibizione non potè annichilire la memoria.

E infine arrivò Natale. Un Natale annunciato come tutte queste ricorrenze dall’attesa e dal desiderio di tutti tranne di Frònimo che desideri ne aveva pochi, se mai di libri non di giocattoli, e non capiva tanto la ricerca di regali da parte di tutti. Gli fu detto che era tradizione, questo lo apprese quasi subito fin dai primi natali e poi che il Natale voleva dire la nascita di quel tale poi appeso a un palo in croce e che il 25 dicembre veniva a raccontare quella nascita, la più nascita di tutte, la nascita rien ne va plus, la nascita di lui, del Gesù bambino atteso dai genitori Maria e Giuseppe, Come il papà e la mamma eh ah ah. Di tutto ciò Frònimo ne ebbe abbastanza, ne abbe abbastanza di tutta la festa, delle calze rosse, dei travestimenti da babbo natale – questione di fantasmi – delle barbe bianche e dei fiocchi di neve nelle vetrine, dei canti bruttissimi se paragonati a quel voci ingannevoli vezzi bugiardi mentite lagrime fallaci sguardi che gli gorgheggiava sempre in mente come esempio impeccabile di parole e musica e che piano piano aveva ascoltato tutto ; ma non solo quella musica ma molte altre musiche che il suo nome avrebbe voluto onorare. Ne ebbe abbastanza dell’affrettarsi e adoprarsi della mamma in cucina da giorni ché, Quest’anno andiamo noi dai nonni e portiamo noi. E su tutto ci si preparava esplicitamente all’ennesima messa, questa di mezzanotte, ora in cui lui , Frònimo, avrebbe voluto fare la cosa che insieme con leggere e ascoltare voci ingannevoli vezzi bugiardi gli piaceva di più ed era dormire. Ma niente, Maria e Giuseppe non avevano mai dato ragione al recalcitrare domenicale che si manifestò in modo precoce nel loro figliolo. Il rifiuto sembrava, soprattuto a Maria, un gesto uguale a quello di volgere il capo alla tettarella che aveva caratterizzato alcuni momenti del suo svezzamento. Ma vabbè, a un’ora opportuna tutta la famiglia uscì di casa per la messa predetta. Frònimo, in previsione del gelo che lo spaventava, aveva ottenuto un maglione in più e una camicia di flanella sotto il cappottino e calzettoni più pesanti di lana ai piedi ben calzati nella sue scarpe carrarmato dette cantierine. Cadeva una pioggia leggera e ghiaccia che magari avrebbe preannunciato la neve, magari, ma niente fino a quel momento, solo gelo alle mani nonostante i guanti. Nella chiesa l’unica cosa calda erano le candele, vere per l’occasione e i fiati dei fedeli, non pochi profumosi di alcol. Il prete si era parato col suo costume più fastoso, l’incenso esalava dai turiboli in nuvole cotonate ; le voci, una folla, mettevano una forza e uno sforzo speciale nel seguire, con la loro, l’intenzione dei padri nostri e dei santo-santo-santo. Tutto filava liscio come gli orrendi melismi della liturgia. Frònimo approfittò del sortilegio cui erano preda Maria e Giuseppe per sfilarsi, un passo accorto per volta, dalla loro attenzione ; arrivato alla navata di sinistra, del tutto vuota, si fermò per alcuni istanti a osservare la massa dei devoti, chi corto chi lungo, chi magro chi grasso, chi poco chi troppo, chi col cappotto chi, con fare sgargiante, in smanicato piumino e occhiali da sole. Poi si allontanò verso il portone, fece forza con facilità sul maniglione che a lui arrivava all’altezza del mento ; si trovò all’aperto. L’aria era sempre gelida ma la neve aveva sostituito la pioggia, e una cortina volteggiante e piacevole a vedersi si interponeva tra lui e lo sfondo offuscato della città. Frònimo avanzò oltre il portone della chiesa dritto dritto in mezzo a quella cortina. La neve ben presto riempì le sue orme.

L’immagine di apertura è di Nigel van Wieck – Coat-check girl

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?

Per continuare a navigare su questo sito, accetta l'informativa sui cookies maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi