L’ElzeMìro – Animali in disordine alfabetico – Gatti

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                                                                                                            Carlos Mensa-Tribute to De Chirico

Nella fantasia popolare, comincia col dire il narratore, vi è un animale lugubre più del Chiù, maschio o femmina, di rado visibile dicono, ma fatale e imprevedibile. Che al pari delle piante, prosegue il narratore e dirà ancora e per molte ellissi e bizzarre deviazioni, gli altri animali sono personaggi di un mondo diverso, assimilabile a quello di Anna Karenina ma senza i vantaggi di un’esistenza che si esaurisca e rigeneri nel tempo di un tot belle pagine; e non è un caso se del racconto il punto di flesso – → inflection point – è quando o laddove la sua curva incontra la retta della morte e della caduta, del cavallo e del cavaliere Vronskij. Parlare di animali, metterli in luce dunque per qualche azione di cui siano autori o vittime, sottopone l’ascoltatore e chi ne parla al rischio di umanizzarne la peripezia, di assimilarla a qualcosa che conosciamo noi, soggetti inavvertitamente umani, di interpretarla, attribuirle un senso nel qui, invece che nel di là; eppure per paradosso parlarne tiene lontani, al riparo da ogni possibile teatro di psicolatrìa. Da cento e più anni, la letteratura si crogiola, è facile all’invischiarsi in quei labirinti di bosso e lauro ceraso, tra quelle colonne e navate in disuso – atri muscosi fori cadenti –; non c’è niente di male, certo, ma a patto di attenersi a un immaginario decadente, sentimentale, ed esserne consapevoli al fine non secondario di mantenere per decenza l’impianto sinfonico e tonale del racconto. Madame Bovary non è esistita che nella proiezione in sé che ne fece il suo creatore; esistesse, immaginarne la pochezza, la malinconica noia, i furori e la clamidia, il contrario del suo, che tale non è, cartamodello letterario. Ma chi abbia il privilegio di saperne ascoltare che sia diversa dall’unzikunzi del sabato notte e benché essa sia capace per motivi del tutto inafferrabili di fracassarci il cuore ricombinandone poi i frantumi a piacere suo e a dispetto della vita, ohi vita ohi vita mia che se ne frega, la musica e le arti che mostrano senza dimostrare – guardare → – ebbene come gli animali non hanno altro argomento che sé stesse; la pittura religiosa è il massimo paradigma di tutto ciò, dipinge fantasmi per secoli e secoli, il resto e in generale è astrattismo. Music is never about anything… Music is just music… No extra meaning… All musical reasons, secondo Leonard Bernstein, dice il narratore e aggiunge che per sostituzione di music si può dire che animals are never about anything, animals are just animals, no extra meaning, all animal reasons; il Valzer numero due di Shostakovich o – a dispetto ma in combutta col suo testo – Every single night di Fiona Apple e gli svoli dei rondoni in primavera sono conclusi in sé, non hanno altro motivo – tune – che quel volo, quel canto – melody – perché così funziona; in entrambi i casi non ci sono significati estranei al loro campo; si tratta per così dire, di significanti puri; non c’è allegoria, né metafora, né la derivata dolorosa e patetica che Walt Disney manifestò ripetute volte verso le creature diverse dal Neopitecantropo, ciò benché non sia raro che quest’ultimo, il neopitecantropo, scagli sul diverso animale i sentimenti corrotti che gli sono propri, ai quali non possiamo sapere se l’animale sia o non sia estraneo; non possiamo saperlo e domandarselo è inutile; avere fede in qualcosa non fa perciò stesso esistere il qualcosa; noi abbiamo fede in un sogno ma ad ogni nostro complicato dubbio l’animale che vola, corre o striscia risponderà con un azione, quella di girare al largo, ai nostri occhi incomprensibile o tale solo entro gli schemi con cui ci capita di voler vedere con costanza il vivente e l’inerte. Per esempio si dice che la vipera, che il coccodrillo sono killer. Il coccodrillo ha fame, ha mandibole efficaci ma è meno vorace e devastante di un contabile che in-dis-tur-ba-to compie stragi di maiali in pratica confezione sottovuoto – lascia o fa sì che si compiano, per amicizia la conta su una pubblicità efferata –; magari non lo sa o magari si ostina a non rendersene conto, male per un contabile, ma gli occorrerebbe visitare una fabbrica di carni in scatola. Qui il narratore esita quasi non fosse convinto di voler dire, ma seguita che gli capitò di attraversare la strada di una vipera, piuttosto panciuta e non del tutto lenta; al momento chi attraversasse la strada di chi non era chiaro; la vipera si allontanò e il narratore restò per quel tempo fermo ad aspettare che sparisse in un buco tra dei sassi. La conclusione del grand tour nel labirinto, porta ad asserire che il dire degli animali libera il racconto dalle ostruzioni che sono implicite quando uomini ne siano protagonisti; nell’anatomia dei quali destreggiarsi ora tra il poco, ora tra il nulla è vano. Che la signora delle camelie è sublime solo in Dumas e Verdi, nel di là, dice il narratore prima di una breve pausa, quindi soggiunge che parlerà di gatti.

Gatto primo. Vive con un pittore di bel talento ma poca fortuna e con sua moglie, maestra di scuola e in lotta perenne per spiegare a ognuno che li visiti ogni cosa, anche il nome del gatto, Tao. Vive in casa il Tao, usa come osservatorio del mondo il balcone di pietra che si affaccia a est sulla strada, sul basso blocco prefabbricato della biblioteca comunale di fronte, e poco oltre, forse centocinquanta metri distante, la scarpata erbosa della ferrovia, linee del sud; l’appartamento ha anche un balcone inferriato a ovest sul cortile interno al caseggiato, deposito di ciclette assortite e pattumiere. In genere Tao sta accoccolato a occhieggiare il pittore al lavoro nella sua stanza, buon profumo di olio di lino e trementina, bei suoni che arrivano da un giradischi, il pittore predilige i vinili e musica eroica, tipo → l’Eroica; negli intervalli di quell’attività mangia, insegue sue distrazioni il gatto o va a dormire da solo, in salotto di preferenza, nel letto coniugale tra il pittore e la maestra di notte; a occhio sembra in perfetto accordo con quella vita; a occhio sembra osservare quella dei suoi umani molto di più di quanto farebbe un pipistrello, animale che nessuno mai considererebbe tra gli esperti d’arte.

Gatta seconda. Di un certo vecchio che in vita amava andare allo zoo e parlarci con giraffe, zebre, leoni, quella gatta, intesa Mimì, alla morte dell’uomo – tutto considerato abbastanza giovane, d’infarto pare e per certe vicende che non escludono però il crepacuore o takotsubo – la gatta si accoccola sul basco dell’uomo lasciato su una sedia, il basco non l’uomo, ai piedi del suo letto di morte. Da lì la gatta si muove da principio per fare pipì e un po’ del resto, mangiando sì però sempre di meno sempre di meno sempre di meno. Poi nemmeno. Le esortazioni della vedova a nulla valgono. Mina morì sul basco. 

Gatta terza. Detta Gatta tout court. Cucciola cerca e trova rifugio da un ragazzino solo e solitario sotto un cielo impietoso, in un estate di vacanza dalla nonna; caldo brutale in un orizzonte di vigne, uliveti, lecceti e colline brumose. Il ragazzo svezza la piccola a furia di pane bagnato nel latte. Dopo un mese la gatta è abbastanza in forze per restare in adozione presso la nonna del ragazzo – si sa la scuola, la casa  altrove – e là in quella campagna si nmanifesta tutta la sua vita; morta la donna molto vecchia, risulta che la gatta abiti ancora da sola nella stessa casa, un tentativo di traslocarla è abortito in pericolosa rivolta; un marocchino, un muratore che vive da solo poco lontano se ne prende cura. Difficile dire in che ordine e quando gatta e marocchino moriranno. E poi via via, sui gatti dice il narratore che ce ne sarebbero; di sicuro gli umani detti anche padroni, potrebbero arricchire o impoverire queste osservazioni con le loro storie da sala d’aspetto; di veterinario certo. Infine.

Gatti quarto e quinto. Pliski e Nerina. Plissken è il nome del protagonista di un film di John Carpenter, Snake Plissken, →Fuga da New York; un film imponente come tutti i film che non pretendono di esserlo. Plissken ha un occhio solo e il vuoto dell’altro nasconde sotto una benda medica nera. In memoria di quel personaggio Pliski il gatto ha un occhio solo e non porta benda alcuna. Sa battersi, l’occhio mancante lo dice, ma da tempo pare preferisca vivere senza antagonisti nel vivaio del carcere; non del, è una cooperativa floro-vivaistica dentro il perimetro; vi lavorano a stipendio sei prigionieri in riabilitazione, per reati assortiti, gravi non esclusi; c’è un giardiniere generale assunto e alcuni volontari volanti. Pliski si lascia avvicinare solo da quel giovane ma non giovanotto giardiniere e da un detenuto veterano di mille carceri, per ‘ndrangheta; gli altri però possono apprestargli il cibo e Pliski segue tutti gli uomini in giro per le aiuole tra le migliaia di piante, come → tigre dei poveri diavoli, ai giardinetti; da una panca, una ciotola accanto, partecipa alla pausa pranzo degli operai, socchiude gli occhi poi alla distanza trasognata di un analista in seduta; spesso innesca un ronron potente, come un analista invece non può; il perché del ronron è controverso ma comune appunto a tigri, puma, linci e ghepardi. Non si sa che cosa pensi Pliski e anche lì sul pensiero degli animali, di cui è difficile dubitare, si fanno da tempo congetture che soddisfano il gusto particolare e umano nel farsi specchio di ogni cosa sotto il cielo. Un tentativo di ingabbiare Pliski per portarlo dalla veterinaria e farlo castrare fu fatto, ma il gatto oppose un resistenza feroce. Il narratore cerca di spiegare che passata quella burrasca Pliski è tornato ad essere nel vivaio, un punto di riferimento per tutti, la vedette e la vedetta, un amico ritrovabile tutti i giorni ai cancelli del giardino in attesa dei suoi uomini. Pausa. Nerina, nome operistico e  perché  nera, è la fiduciosa morosa di Pliski; al contrario di lui non riluttante ad essere presa in collo. Spesso mangia il suo cibo dalle mani di qualcuno. Confezioni di crocchini e scatolette di paté sono frutto di collette tra tutti. Nerina è rimasta incinta di Pliski e sotto una montagna di ceste da riciclare lei si è trovata una tana adatta al parto e attende; poi si sgrava; da fuori si sentiranno pigolare i piccoli. Nerina esce dal suo rifugio per chiedere acqua e cibo; ogni rumore la mette in allerta ma anche il silenzio; si fionda nella grotta, allatta si capisce; a volte sonnecchia al limitare del suo rifugio, gli uomini le portano in premio i bocconi migliori del loro pasto, anche la pasta; le parlano cose flautate; per lei, per i loro due gatti hanno le attenzioni che riserverebbero ai loro figli, qualcuno ne ha fuori. Finalmente un dei cuccioli mostra il capino; Nerina lo dressa a non allontanarsi troppo dalla tana, poi anche gli altri quattro, tutti fuori a vedere quel cantone svizzero che è il vivaio. Circola la notizia allora che fuori circoli un assassino, non si sa chi è ma si sa che molla bocconi avvelenati qui e là, cani e altri animali ne sono stati vittime. Ora, come mai eventualmente uno di quei bocconi finisca in quell’Engadina, è impossibile da capire. Una mattina arrivando al lavoro, il giardiniere generale trova Nerina a terra, prostrata, sbava ma vuole acqua acqua acqua; sembrerà riprendersi. Infine no. Due gattini moriranno anche loro. Tre verrano presi da una delle guardie carcerarie che pare, ha trovato loro una casa. Pliski non ha mutato di molto le sue abitudini; solo ogni tanto succede che lì dov’è salti su di colpo in furia, si pianti sulle zampe e soffi con tutta la sua forza contro qualcosa nel vuoto. È tutto.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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