L’ElzeMìro – So long sour Elzemiro, 9 Luglio

BAMANTI

Oggi è il nono di luglio come sa chiunque si ricordi che ieri era l’ottavo oppure consulti il calendario con quell’assiduità che hanno le persone schedulate, dedite cioè alla programmazione ossessiva delle ore loro e alla consultazione del telefono in attesa che quest’ultimo gli lanci messaggi, appelli, responsi, oracoli. Insomma oracolo per oracolo, responso per responso annuncio per annuncio da settembre 3, 2019, sempre che sia vivo l’ElzeMìro e in buona salute proseguiranno le puntate di Olio di lino e poi e poi e poi a ottobre e oltre, altre mAravigliose storielline. Per questo mese invece, per una sorta di fantasiosa antologia, altre due scelte tra quelle tra le prime pubblicate; non è detto che siano uguali. Magari chissà. Belle cose. L’ElzeMìro.

                                                                   

                                        L’orologiaio e il vecchio signore

                                      Il Nulla era senz’altro più confortevole. Com’è difficile dissolversi nell’Essere. – Emil Cioran – La tentazione di esistere, finis                                                                                                                          

In gioventù gran viaggiatore in tondo e che dal girare aveva tratto il succo essere la sua casa il migliore mappamondo, a un vecchio signore si fermò l’orologio che da gran tempo segnava il suo tempo. Non che lo strumento spaccasse il secondo, come s’usa dire, anzi, si comportava con metodica, umana, imprecisione ma, segno o curiosità, si era fermato soltanto altre due volte, ovvero nell’istante stesso in cui erano deceduti i suoi precedenti proprietari, il padre e il padre del padre del vecchio signore; levato ai morti e riparato poi s’era rimesso a camminare. Per questo motivo forse, il vecchio signore lo aveva eletto parte inestricabile da sé ma ora, a ripudiare il ruolo di necessità, l’orologio si era fermato anzitempo. Non era un oggetto prezioso, né moderno; occorreva caricarlo ogni mattina e guardarlo con cura ché non cadesse, non bagnarlo, e interrogarlo con giudizio, a causa di quel suo vezzo di lasciare dietro di sé una scia sublimata di minuti secondi e minuti primi, come minute e secondarie sono le stelle cadenti o meteore. Quando di notte si svegliava a bere o al contrario a spander acqua, auscultando poi le tenebre per indagare il respiro sottile di sua moglie accanto a lui, il vecchio signore scrutava le lancette dai fosfori stanchi ma non esausti, benedicendole; solo dopo, come se il gesto gli garantisse che al mattino si sarebbe risvegliato, all’ombra di quel pensiero riprendeva sonno; insomma l’inopinato arresto dell’orologio, lo mise in tutti gli stati; di comprarne uno nuovo, purché economico, nemmeno parlarne; il vecchio signore apparteneva a un epoca in cui si riparavano bene le cose e gli uomini all’incirca, sì che dell’orologio diceva, All’incirca, a me basta sapere che segna all’incirca le dieci e quaranta. Ma dove trovare un orologiaio capace e volenteroso il vecchio signore non sapeva. Gira e rigira, in una stradina, in una botteguccia, ne trovò uno, dall’apparenza fragile, sconcertata, appartata; le loro due anzianità si riconobbero e l’orologiaio prese in cura l’orologio che però, dopo giorni di tentativi, risultò incoercibile; regolato, pulito, pesato, esso scartava da un’ora all’ora prima, come scappasse per misteriose algebre. Ma, uguale al falco che ritrovi il braccio del falconiere, parimenti l’orologio ritrovò il polso del vecchio signore, felice questo di pagare per quella riparazione, all’incirca. Mesi più tardi passando dalla botteguccia, il vecchio signore la trovò chiusa. Ma, l’orologiaio, si informò. Sparito, la risposta. O altra domanda.

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

                                                    Idillio fiorentino 

                                                                                      Dacché del Cerca mi stancai, è il Trova che imparai – Friedrich Nietzsche – La gaia scienza

Un nonnulla. Due ragazzini, spilungoni per la loro età, un maggiore robusto, la mirata sorniona d’inveterato fiorentino, magnifici capelli adatti al vento, minore il secondo, rasato a zero, un fil di ferro con l’àndo di chi sia timorato, ma non di dio, di una sorta bensì d’incertezza nell’attribuirsi una patria, e degli uomini, che in guardia evita con occhi da spia. Scendono insieme giù per l’erta di via de’ Cioli, sole, cicale, ulivi, coccole aulenti e cicale, fino alla piazza di Settignano; incrociandone il passo lento ma deciso di chi abituato a entrare in scena ne sa uscire, salutano Odoardo Spadaro, artista d’antiche riviste, panama sghimbescio da diseur, giacchetta e cravattino. Poi saltando sul 10 filovia dell’Atac, Associazione trabiccoli arrugginiti firenze, dice fiero di questa rivelazione il maggiore al minore dei due hidalghetti fioriti, entrambi sul predellino a farsi forare il biglietto, avanti il tempo in cui qualcuno sottrasse obliterare alla letteratura per consegnarlo alla burocrazia. Sicché il trabiccolo numero dieci chiude le porte e parte con un che di malingamba, e scivola sui freni seguendo i suoi fili aerei giù per le curve che portano in città, a Firenze; sfiora la villa del di cui si dice e si racconta dei suoi cavalli, dell’amata Duse, capponcina lei, porziùncola lui il Gabriello poeta D’Annunzio. Spunta perciò un’ala dorata al pensiero del filovia che corre, passa l’Affrico nella sua tomba di stoppie e cemento, fino al Ponte del Pino dove un pino c’è, ombrello grande a consolare dal sole, e un banchetto di zinco con stesi in tranci sugosi tra enormi stecche di ghiaccio, i cocomeri al gelo che, con la città, dividono il colore della polpa, rossa questa e quella dei muri avvampanti nell’appassir del giorno. Vuota di suoni borghesi dietro le antiche persiane verdi, dietro le tapparelle verdi, la città è bellissima; non visto vi transita un Pan mentre tutti sono al mare a mostrar le chiappe chiare, il sordido orrore dei corpi a sé disavvezzi. I due ragazzini vanno e vengono in quel paradiso abbandonato da baci e frizioni, che per lor fortuna ignorano ancora, sì che che tutto a loro d’intorno sembra costruito per far il niente e inseguire bomboloni selvaggi e ruvide dolcezze fiorentine. Spariscono alla vista in un cinema i due. Ne usciranno quanto dopo chi lo sa. Mutati da quel minimo tempo che ad altro li sta addomesticando. Un nonnulla.

BARTURO 10

                                              Desideria Guicciardini- L’omino macchina per scrivere

 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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