L’ElzeMìro – 30 luglio. So long sour ElzeMìro

Trenta giorni a novembre e trentun di quando in quan… cantate cantate filastrocche che oggi è l’ultimo trenta del mese e siamo ombra di dubbio alla fine, poco da fare, i lettori messi sull’avviso sanno che dai e dai a furia di parlare di termini e limiti e più oltre non si va ma si arriva al punto senza più punti né oltre né altri, on ne vit que dans l’imminence scrisse qualcuno e potremmo tradurre con qualche libertà, ma non tanta che la vita è un’imminenza grigia; sicché cari superstiti dell’ondata di caldo, mica l’ultima, anzi no, e di esodazioni estive, quelle forse,  si sa che si rischia un’estate ad estinzione e non delle più comode, roba che non basteranno condizionatori collettivi alle porte delle città, e che di campagna chissà mai che resterà, fare il conto delle piante sterpigne, degli sterpi più storpiati… e intanto a settembre, a settembre ripete il mantra del chiuso per ferie, e dunque anche per l’Elzemiro è in gestazione la continuità, Settembre 3, salute o malattia piuttosto permettendo, tornerà con Olio di lino, puntate a perdere, e poi e poi ottobre andiamo, è il tempo delle storie. Intanto per non che sembri troppo salato il pane ecco qua gli ultimi due  de’ fiori di questo mese qua. Lievi vacanze a reduci e truppe fresche. L’ElzeMìro.

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                                                         La rovina di villa Catùsci

Déntrovi… i Catùsci, da katà, per sotto in greco, e os, bocca in latino, sono stati educati dalla maestria della loro voracità; furono affamati ciómpi prima e affamati ricchi dopo la ricchezza conquistata razziando e vendendo le generose messi di residuati bellici, non ultimo il nero orbace, a vagoni. Non più isolata di altre e a conferma del suo aspetto maldestro più che sinistro, villa Catùsci pare un favo vulcanico sorto da qualche abisso ìnfero; la sua natura architettonica tutta rocailles e intarsi e garguglie e girigògoli e usci, in numero di 33, cifra dispari ma àngela di esoterìe e d’infinite capriole di càbbale, fa pensare a qualche basaltica comunità d’esuli gorgònie; il parco a un porto insabbiato con relitti. Dopo la titanica bancarotta del capitale di familia e al seguito dalla generale diaspora dei vivi e dei morti fuori da tutti gli usci della villa verso i più inespugnabili limbi ed esilii fuorilegge, di quella dimora ciò che resta è il silenzio di un mare sotterraneo in secca.
Di notte, al chiaro della luna o dei fari di rade automobili, i pieni dei muri contrastano con i vuoti delle finestre infrante, delle persiane cionche, delle porte decrepite, così come i denti in una radiografia risaltano all’ombra dei tessuti intorno. Dalle vicinìe giù alla villa scendono in scorribande gli scalmanati del sabato notte; tra quelli che non si limitano a rifare la birra consumata contro la cancellata in rovina, i più coraggiosi avanzano all’oscura nel parco, tanto privi di remore quanto sconsiderati del rischio più del mistero che un luogo fatiscente allestisce sotto un pavimento putrido, o sopra un plafone esausto a furia di star su appeso a se stesso; pare guidare costoro l’atavismo del possesso, la temperatura basale, il preservativo dell’amore, tra quella rovina, con la poverina del momento; certi di intimorirla, di farla avvinghiare alle loro braccia per poi stringerla contro un muro e… Déntrovi, là dentro, interpretiamo noi alla meglio la parlata desueta, Havvi l’orrore; il fabbro del paese, matto nell’accezione popolare e scultore di mostruosi ferramenti, racconta di averci dormito nella villa ma domandato del come, del quando e dell’orrore cos’è, Un sfruscìo, risponde senza corrispondere, dice proprio un e subito tace, accende il cannello ossidrico, si cala sul viso la maschera, la fiamma attacca una rosa di ferro che toccata si torce. Scaltri all’ascolto stròloghiamo su ciò che l’orrore non sarebbe

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35                                     Letzter Mond auf Schnee-Ultima Luna su Neve

Se si possano vedere due facce della luna insieme, più che mal fondata è una questione infondata. Fin da piccino, da quando nel suo piccinissimo cielo gli si presentarono gl’interrogativi poetici posti dal piccolo pianeta, lo Schnee, il Neve e futuro capitano, ha ben inteso l’impossibilità fisica della condizione citata dianzi, A meno che, aggiunse mormorando un prudente però il piccolo Neve-Schnee a un povero pranzo di Natale, All’altra faccia possa io pensare, essa a me rappresentare, dunque in qualche modo, da un’altra fisica guardarla io possa; sintassi germanica ma parole che gli giunsero dalla rudimentale intuizione che nei piccoli parla e che l’adulto trasforma in manuali d’istruzioni, parole che sparsero condiscendente malumore sulla tavolata; Fisica anti tedesca, soggiunse un parente anziano da dentro il proprio abito rivoltato, risentito e vinto, con il tono di chi stia strangolando qualcuno in contumacia.
Ora, 3 maggio millenovecentoquarantacinque, in piedi sulla torretta del suo nuovissimo U2511/ 21*, rassicurante battello dal punto di vista di se stesso, anima ingegnosa e opaca ai sonar, da diciasette nodi in immersione e oltremisura bellica grazie a’ suoi bei venti siluri imbarcati, il comandante Schnee, senz’altri meriti oltre l’appassionata confidenza col mare, lo Schnee respira il vento largo fuori di Bergen-Norvegia. Come allo svelarsi del settimo di sette veli, Che bello, bisbiglia in tedesco al cielo Schnee; guarda sfilare a dritta l’andrògina Luna, pensa che è il sommergibile a filare a sinistra del satellite e rammenta che ciò che di esso l’intriga è tuttavia l’ombra sull’ombra di quel cielo così freddo da dare ai naviganti l’impressione di scivolare sotto interminate volte di ghiaccio oscuro. Un presagio. Per immergere i corpi nella nebbia frigida degli assoluti, gli ordini, come sacramenti, si impartiscono e l’ultimo ordine era quello di uscire in alto mare e immergersi. Lo Schnee si infila giù pel boccaporto di torretta, la luna scompare, l’acqua risucchia rapida il battello, i marinai riflettono. Quota periscopio, oh oh, a portata di siluro l’agile incrociatore inglese Norfolk; Immersione e alla via così, e giù già scivola via da sotto il tranquillo sonar inglese l’ingannatore U2511/21. È arrivato un nuovo ordine… come stelline della sua neve tra tubi e manette fin sull’equipaggio, dall’interfono fioccano le parole del comandante Schnee che si distrae a pensare, pensando già in inglese, che ne occorreranno di tubi e rubinetti e scaldabagni, tanti scaldabagni, dopo… L’ordine di resa. L’alba schiarisce il resto della luna

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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