Le pianure – Gerald Murnane

Titolo: Le pianure
Autore: Gerald Murnane
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Safarà
Genere: letteratura contemporanea
Traduttore: Roberto Serrai
Pagine: 124
Prezzo: € 18,00

A tarda sera, mi affacciai a una finestra del terzo piano del più grande albergo della cittadina. Guardai oltre il reticolo dei lampioni, verso la campagna buia. Da nord arrivavano le calde folate di una brezza. Mi abbandonai a quei colpi d’aria, che si alzavano dalle miglia più contigue di prateria. Composi il volto perché restituisse una varietà di emozioni forti. Sussurrai parole che potevano servire al personaggio di un film, nell’attimo in cui si rende conto di aver trovato il suo posto nel mondo. Poi feci un passo indietro e, nella stanza, mi sedetti alla scrivania che avevano installato apposta per me.

Un cineasta si inoltra nelle profondità immote del continente australiano. In testa ha un progetto cinematografico intitolato Nell’interno. Giunto in una cittadina, immaginario baricentro di lande sconfinate, entra in un bar, luogo di incontro tra domanda e offerta di lavoro. L’uomo staziona qui, in attesa di un’opportunità. Non è solo. Artisti, esteti, intellettuali, esperti della cultura locale combattono l’inerzia e l’insonnia, appollaiati su enormi banconi. Sorretti dagli alcolici, sostenuti dalle proprie speranze, aspettano, per giorni e giorni, di essere ammessi ad un colloquio. In un salone attiguo, interno, stanno infatti i latifondisti, ricchissimi mecenati, proprietari di smisurati appezzamenti di terra e di labirintiche magioni. I latifondisti sondano i propositi, gli intenti e le ambizioni degli avventori. Il cineasta sfrutta il suo turno e illustra il film che ha nel cuore: complice una figura di donna, imprimerà, sulla futura pellicola, l’immensità delle “pianure”. Pur nell’ambiguità dello scambio comunicativo, il cineasta risulta convincente e viene assunto da uno dei magnifici sette mecenati là presenti. Finalmente, ha un impiego.

Gerald Murnane, produttore artigianale di birra, assiduo frequentatore delle corse di cavalli, è uno dei trecento abitanti di Goroke, nello Stato di Victoria, trecentosettanta chilometri da Melbourne, dove gestisce un bar nel locale circolo del golf. La biografia dello scrittore, ormai ottantenne, è colma di stranezze, dal rifiuto di indossare gli occhiali da sole all’idiosincrasia nei confronti del cinema e del teatro, fino alla passione per la lingua ungherese. Murnane, che ammette di non saper usare né il computer né il cellulare, batte rigorosamente a macchina i suoi manoscritti. Raggiunta la notorietà, collezionati riconoscimenti importanti in patria e accostato da molti al premio Nobel, ha promesso, un paio di anni fa, che non si dedicherà più alla stesura di romanzi. The Plains è stato pubblicato nel 1982. Murnane non si è mai allontanato dall’Australia.

Le pianure, ora proposto al pubblico italiano dalla coraggiosa casa editrice Safarà, è un testo inclassificabile. Il lettore è chiamato a intuire e a decodificare un’autentica opera d’arte. Murnane inventa una realtà alternativa e, nel farlo, rifiuta facili scorciatoie. Le pianure non rientra nella distopia, non è fantascienza, né, tanto meno, abbraccia il genere fantasy. Murnane risolve la letteratura nel processo creativo che rivela la parola al mondo.

Le pianure, poema epico dell’immobilità, è un testo che si snoda lungo una sequenza di transizioni tematiche: la natura capricciosa del tempo, il valore illusorio del segno, il senso dell’appartenenza a una comunità, la dialettica fra inclusione ed esclusione, l’inganno connaturato alla testimonianza scritta, la veridicità della riproduzione artistica. Ombre, polvere, sassi, trame di luce: Le pianure è un romanzo astratto e materico, allusivo e concreto. Il sé appare incatenato alla stasi ingannevole del paesaggio, a quel nulla che tutto elettrizza, spiazza, tradisce e dinamizza. Là fuori è, appunto, l’immensa distesa di terra, di fiori, di pietre, simbolo di impenetrabilità ontologica. Oltre l’orizzonte balenano altri orizzonti. Distante, alieno, si staglia il margine, la grande menzogna della costa, l’alterità del mare, il limite all’illimitato.

Le pianure è musica precipitata in un’altra forma espressiva. Murnane scolpisce la geografia dei suoi luoghi familiari eternandone i connotati sotto il dettato dell’immaginazione. Ben Lerner, nella splendida prefazione, attenta alle sfumature tecniche, adopera il termine ‘ecfrastico’ per lo stile di Murnane e, nell’analisi del suo periodare, cita figure della metrica classica greca. La sottrazione è qui regola, trappola, disciplina, enigma. Ognuno potrà ravvisare, tra le pagine dense di contraddizioni e falsificazioni, echi filosofici, culturali, storico-politici, senza indovinarne precisamente nessuno.  A quale gruppo umano o scuola di pensiero corrispondono gli “orizzontisti”? A quale, invece, gli “uomini lepre”? Murnane si diverte ad abbozzare un’antitesi spalancatasi in seno al corpo sociale del mecenatismo, una collisione tra visioni artistiche germogliate per accidente. In merito ai primi, “la proposta originaria del gruppo era andata quasi smarrita, nella confusione di dottrine, precetti e cosiddette filosofie che in seguito furono loro attribuite”; a riguardo dei dettagli percepibili nel quadro ‘Declino e caduta dell’impero dell’erba’, fonte di ispirazione per i secondi, è detto che “molte di queste forme sembravano volutamente imprecise, e perfino quelle che rappresentavano più da vicino manufatti abbandonati o rovine architettoniche non corrispondevano a nessuno stile storicamente noto.” Più di tutto, valgono la promessa, la fascinazione, il riflesso, il mistero. L’ordine evapora nel miraggio.

E io ricordo di nuovo a me stesso: in tutte le arti e le scienze scaturite dalla consapevolezza, negli uomini delle pianure, del senso della perdita e del cambiamento, nessun pensatore ha seriamente valutato la possibilità che la condizione di un uomo in un determinato momento della sua vita possa venire illuminata da uno studio dello stesso uomo in un qualunque momento che, per comodità, preceda il momento in questione.

La fruizione del “romanzo” è insieme faticosa e meravigliosa, insidiosa e appagante. Siamo noi, soggetti idealisticamente legati, per negazione, all’ente esterno, a essere chiamati in causa. Lo sguardo dell’uomo cinge d’assedio un quid refrattario e ne esige una capitolazione impossibile. La maggior parte dei passaggi reclama una seconda, se non una terza, lettura. Il testo accarezza il buio, ci trascina verso l’assenza. Ciò che leggiamo proviene da una dimensione carsica dove l’invisibile è più chiaro del visibile.

Le pianure è diviso in tre capitoli che corrispondono a tre fasi della vita del protagonista: l’inserimento, da straniero, nei gangli della crassa società locale, quindi la permanenza presso la prima dimora, infine l’alloggiamento tra le mura di un’ultima biblioteca, tra pile di libri simili a creste montane. Le aspettative iniziali sfociano in un sistematico disincanto. Il suo rapporto con la figlia del mecenate si avvita attorno ad un dogma di incomunicabilità. Il cineasta senza nome non realizza, in definitiva, alcunché. Il progetto perde slancio, l’obiettivo svanisce lungo la linea di confine dell’indeterminatezza. Il fallimento attesta la regola del differimento dell’atto ed eleva la procrastinazione a motore immobile dell’esistenza. Le nuvole, metaforiche e non, si assiepano nel cielo allungando le proprie ombre sulla terra. La sacralità aborigena, espunta dal colonialismo bianco, aleggia nelle forme della dissipazione. Tutto ciò che si può affermare delle pianure, lo si afferma in negativo. Chi crede di essersi ritrovato, si è già smarrito.

Se una di queste persone avesse voltato le pagine degli album disadorni dove le stampe erano state montate in maniera frettolosa, avrebbe forse visto sguardi distolti da ciò che avrebbe dovuto attrarli, anche molto tempo prima; avrebbe visto un certo uomo ansioso di non essere preso in considerazione dall’unico gruppo che avrebbe mai potuto accoglierlo; o un altro uomo in mezzo a quelli che, molto tempo dopo, avrebbe preteso di non avere mai avvicinato.

Ora che incendi immani, soverchianti le nostre facoltà di percezione e cognizione, estate dopo estate sbriciolano l’Australia, la poetica di Murnane diviene quasi profezia sul mondo che verrà, anzi, che è già qui: il desiderio umano di addomesticamento della realtà è una pretesa vana, un tragicomico affanno, una volontà di potenza destinata ad essere frustrata.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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