La sposa di Auschwitz – Millie Werber e Eve Keller

Autore: Millie Werber e Eve Keller
Titolo: La sposa di Auschwitz
Titolo originale: Two Rings
Editore: Newton Comption Editori
Numero di pagine: 281
Anno di pubblicazione: 2013
Traduzione: Pamela Cologna
Prezzo: 9,90 Euro

Millie Werber é una sopravvissuta di Auschwitz. Nata in Polonia, a Radom, piccola cittadina industriale, dopo la liberazione nel 1945 si é trasferita a New York, insieme al marito Jack. A più di 60 anni dal suo arrivo negli USA riesce a trovare il coraggio di scavare nel suo passato ed insieme alla professoressa di Letteratura inglese e direttore del dipartimento di Anglistiva della Fordham University, Eve Keller, di scriverlo in un libro.

Millie non é ancora un’adolescente quando inizia la guerra e quando nella sua Radom viene creato il “ghetto”, un quartiere in cui tutti gli ebrei della città vengono rinchiusi e costretti a vivere di miserie e stenti. Si lotta per qualunque cosa. “«Dina Rosa! Gettami un pezzo di pane. Stanno per fucilarmi!» Persino allora compresi l’angoscia di quell’urlo. Negli ultimi istanti della sua vita, il desiderio più grande di Motel era il pane” (p. 45). Per sopravvivere bisogna lavorare per i tedeschi, questo è ciò che le dicono i familiari. Millie, contro la sua volontà, viene arruolata in una delle squadre per lavorare fuori dal ghetto nelle fabbriche polacche di armamenti, in turni massacranti da 12 ore, e l’unico rischio che pensa di correre é quello di non rivedere più la sua famiglia. Si dovrà ricredere quando si ritroverà ad un passo da un’esecuzione pubblica senza un motivo preciso: “il lavoro avrebbe soltanto rimandato, ma non mi avrebbe risparmiato la morte” (p. 75).

“Com’è possibile trovare l’amore in un posto simile?” (p. 78). Eppure a quindici anni conosce e si innamora di Heniek, poliziotto polacco, che ha il compito di sorvegliare e scortare gli operai. Ad Heniek viene data l’opportunità di andarsene in Argentina con la sua famiglia, in seguito ad un accordo con la Germania di rilasciare cittadini polacchi in cambio del rimpatrio di tedeschi. Ma Heniek non ha famiglia. Così chiede a Millie di sposarlo e partire con lei. Si scoprirà in seguito che era tutto un tranello dei tedeschi, senza senso, per uccidere altri ebrei. Heniek morirà dopo poco tempo. Iniziano le deportazioni e gli orrori nei campi di concentramento e Millie riesce a sopravvivere per pura fortuna ai diversi massacri. Finisce la guerra e, dopo la liberazione, i superstiti si ritrovano in diverse città per capire come ricominciare, per vedere chi è ancora vivo. Millie conosce Jack, anche lui sopravvissuto e straziato da quegli anni orribili. Vogliono iniziare insieme una nuova vita e partono per gli USA in cerca di fortuna, con mille difficoltà e d’un passato che tuttora li perseguita.

“Per me la liberazione non rappresentò un nuovo inizio. […] Ero stata liberata, sì. Ma per ritrovarmi dove? In un abisso, nell’oblio, in una vita alla deriva.” (p. 32)

In questo libro emergono gli orrori e gli strazi della Shoah, visti e raccontati dalla prospettiva di un’adolescente. Il testo, in prima persona, è caratterizzato quasi completamente da frasi molto brevi, come se fosse un dettato del vissuto con l’obiettivo di trascinare il lettore in quel mondo infernale. In aggiunta non va dimenticato che sono ricordi, ricordi veri e difficili da mantenere nella mente proprio per andare avanti. Spesso è proprio Millie ad ammettere di avere dei buchi nella memoria sull’esito di certi eventi, sui nomi delle persone, sul localizzare nel tempo certe azioni.

Questo è il paradosso della Shoah: ricordare per non dimenticare, ma dimenticare per continuare a vivere.

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  • Pamela Cologna

    Grazie Marco! Ti ringrazio per la bella recensione. Finalmente qualcuno che scrive del libro avendolo _prima_ letto. Ancora grazie!
    La traduttrice.

    • Marco Cattaneo

      Grazie a te del commento. Vorrei farti qualche domanda se possibile, in merito alla traduzione.Mi trovi alla mail marco.cattaneo@mail.com. A presto Marco

      • Pamela Cologna

        Volentieri. A presto, dunque.

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