La nausea – Jean Paul Sartre

Primo romanzo di Sartre, pubblicato nel 1938, scritto nel 1932, è considerato un romanzo filosofico esistenzialista.  Scritto in forma di diario, Sartre racconta l’esperienza ontologica di Antoine Roquentin, giunto a Bouville, nell’Alta Normandia,  per studiare la storia del marchese di Rollebon, attraverso l’archivio della biblioteca della città,  frequentata da un autodidatta che legge i libri in ordine alfabetico.  Di giorno il lavoro in biblioteca, di sera al caffè “Ritrovo dei Ferrovieri”, dove Antoine  ascolta la canzone “Some of these days”. A volte sale in camera con la proprietaria del bistrot, Anny, ma, da un anno, di quest’ultima non si hanno più notizie. La incontrerà poi, ingrassata, irriconoscibile. Roquentin si rende conto che la sua vita non ha più senso. Il tedio e lo scoraggiamento  lo rendono prigioniero di un’esistenza apparentemente senza senso. Scriverà: “Non scrivopiù il libro. Basta, non posso più scrivere. Cosa farò della mia vita? Niente. (Se non) Esistere.” L’azione permette a Roquentin di non sentire il proprio essere, di dimenticare la propria esistenza. Prova un senso di contingenza, capisce di essere inutile e prova un senso di nausea. Si sente inghiottito  dalla realtà che, amplificandosi,  gli provoca disgusto e oppressione. L’energia dell’oggetto reale rimane intrinseca in esso, senza provocare azione sinergica con il soggetto stesso.“La nausea mi ha colto, mi sono lasciato cadere sulla panca, non sapevo nemmeno più dove stavo; vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare….da quel momento la nausea non mi ha più lasciato, mi possiede”. Emblematico è il titolo originale dell’opera “Melancholia”,  dall’opera pittorica di Albrecht Dürer, in cui è rappresentata la tristezza senza motivo. E  il tedio in cui si trova Roquentin è proprio senza causa apparente.

Il protagonista viene fagocitato dalla realtà, in un coinvolgimento sensoriale e razionale disorientante. La paura di esistere lo assale, assumendo una dimensione metafisica.  Non è uno stato passeggero ma una patologia cronica , una sofferenza radicata nell’io che non lo lascia. Nella scena   che si svolge in un giardino pubblico, Roquentin osserva la radice di un castagno e,  mentre l’osserva, si rende conto che le cose non hanno senso, soprattutto in un mondo dove i  valori borghesi dominano. Sono i “Salauds”, i borghesi, le feroci “persone dabbene”,  “quelli”  della provincia, coloro che credono di avere un’esistenza sempre giustificata di cui si arrogano il diritto in un contesto di stereotipi. Il borghese si adegua alla realtà e si “cosifica”. Un albero è un albero e non ha la capacità di modificare il proprio essere. L’uomo, invece, ha la libertà di scegliere, la libertà di uscire da una condizione, dal latino ex-sistere,  uscire dalla  propria condizione per crearne un’altra, attraverso l’azione, conseguenza del pensiero. Solo la solitudine darà un senso all’esistenza. Les Autres,  gli altri, definiti da Sartre l’”Inferno” – l’Enfer, c’est les autres – possono impedire  di agire ma non di prendere coscienza della propria condizione ed è proprio questo che accomuna Sartre a Camus, la presa di coscienza del proprio limite che spinge l’uomo ad “assumere” la propria esistenza nel mondo in cui vive. Il fine dell’azione individuale non è mai certezza di un risultato sperato e questo crea in lui angoscia, un senso di malessere esistenziale di fronte alle incognite . Le numerose possibilità d’azione lo conducono ad un mettersi in gioco di fronte alle molteplici vie che gli si offrono. L’angoscia è diversa dalla paura. La paura è legata al singolo oggetto, l’angoscia – pensiamo al pensiero di Heidegger –  è un sentimento della coscienza che teme per la propria libertà. L’unica certezza rimane l’Uomo, quando la dicotomia tra essere e pensiero determinano il suo isolamento di fronte alla realtà di cui non capisce il senso, in un relativismo in cui solo l’Uomo è l’artefice della propria esistenza.

 

La Nausea, ed. Einaudi, 2010.

Recensione di Emanuela Gervasini

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