La masnà – Raffaella Romagnolo

Titolo: La masnà
Autore: Romagnolo Raffaella
Data di pubbl.: 2012
Casa Editrice: Piemme
Genere: Romanzo
Pagine: 334
Prezzo: 16.50
INTERVISTA ALL'AUTORE

La Masnà è una grande saga familiare in tinta rosa. Tre masnà: nonna, madre e figlia-nipote. “Masnà” in lingua piemontese (e dico lingua e non dialetto perché tale è stata riconosciuta dal Consiglio d’Europa fin dal 1981, fra le lingue minoritarie europee) vuol dire bambino, ma anche bambina. E nel pieno significato, questa parola indica l’ essere che deve essere accudito e protetto perché incapace di provvedere a se stesso e decidere da solo. Al contrario, per l’autrice, masnà sono  tre donne soprattutto  coraggiose, le protagoniste di questa appassionante vicenda:  Emma  Bonelli, Luciana e infine Anna.

Il romanzo racconta la storia di una famiglia contadina piemontese dell’alto Monferrato, dalla metà degli anni ‘30 agli anni ‘90 del secolo scorso esclusivamente attraverso il punto di vista femminile. E’ una lunga cavalcata nel corso di quasi tutto il ‘900 dove i personaggi, che vedono finire quel mondo contadino che li ha avvolti e in cui si erano riconosciuti, si accompagnano per un lungo tratto con la Storia: il fascismo, la guerra, il boom economico, lo spopolamento delle campagne e i trasferimenti in città, gli anni del terrorismo. La storia ce la narrano le tre donne ed è la storia di una scelta difficile e coraggiosa: decidere della propria vita per sentirsi libere e smettere di essere masnà.

Nell’aprile  del 1935 la giovane contadina Emma Bonelli sposa, suo malgrado, per il tramite di un sensale, il ciabattino Eugenio, detto Genio, uomo zoppo e chiuso in se stesso, con un gran segreto che verrà svelato solo dopo la sua morte. Entra a far parte di una famiglia proprietaria di terreni , che ha bisogno di due braccia in più per i lavori . Possiedono una grande casa, a forma di L,  sulle colline dell’alto Monferrato,detta da tutti la casa dei Francesi, “perché molti anni addietro un paio di fratelli si erano spinti a lavorare oltre frontiera” (pag 21). Questa casa è il centro sentimentale e strutturale della vicenda e si trasforma nel tempo come la famiglia che la abita. Emma deve sottostare ad una suocera arcigna e ai “voleri” dello suocero, ma lei, gran lavoratrice, si rimbocca le maniche, china la testa e va avanti sgobbando, perché questa è la sua vita. Alla fine degli anni 60 la figlia Luciana, giovane, carina, vivace, che per certi versi ricalca le orme della madre, accetta,  sebbene abbia un ottimo impiego in una sartoria con possibilità di miglioramento di carriera, di perdere la libertà per andare in sposa al nipote di un ristoratore che aprirà un suo ristorante. All’inizio degli anni ’70 nasce Anna, sarà lei a dover  riscattare i desideri delle donne di questa famiglia: l’unica che proseguirà gli studi  e spezzerà la catena di sottomissioni  e rinunce a cui sono state sottoposte la nonna e la madre.  Dovrà comunque confrontarsi con i legami affettivi e familiari che hanno tenuto strette le altre donne e abbandonerà la carriera universitaria a cui teneva tanto “un progetto nutrito come una piantina delicata” (pag.275), si cercherà in fretta un lavoro.

Raffaella Romagnolo  delinea in questo romanzo, che racconta del suo luogo natìo, un mondo dai confini precisi dove l’attaccamento alla famiglia e alla terra sono tematiche dominanti. Il recupero del Monferrato diventa paesaggio ideale nella sua scrittura legato, alla stessa maniera delle tre donne, in modo viscerale, alla vecchia casa dei Francesi. E ancor più intenso diventa questo legame quando le donne di famiglia dovranno andarsene nel Basso Monferrato, ad un’ottantina di chilometri, abbandonando la casa alle cure domenicali del figlio-fratello Mario che vive a Torino e nel frattempo ha fatto carriera in Ferrovia. E si fa sempre più forte la ricerca della terra natìa, tanto da perseguire quel  desiderio struggente di voler rompere l’esilio per tornare alla casa della collina. Sono pagine molto intense;  per certi aspetti la storia vibra di un forte impulso poetico e mostra un impianto narrativo percorso da una vena verista che denota una “liaison” dell’autore con i suoi personaggi.

La lingua italiana e la piemontese si fondono in un linguaggio che aderisce profondamente ai luoghi e alle persone in questo mondo minimo in cui aleggia lo spirito del tempo. L’autrice costruisce un paese ideale con materiale di varia provenienza, dai ricordi d’infanzia alle suggestioni letterarie. Le persone vivono una monotona normalità “in questo tuffarsi frettoloso di dettagli consueti” (pag.109) “ogni mattina, tutte le mattine, tutto il giorno, tutto l’anno, un anno dopo l’altro. La  felicità. Per sempre.” (pag. 125 ) fatta di miserie quotidiane, ma anche di eroismi sorprendenti. E nel lettore si fa strada un penetrante senso della realtà, il quasi opprimente rifiuto di ogni evasione fantastica. E il ruolo degli uomini? Che siano spavaldi o timidi, decisi o esitanti, sono comunque al confronto delle donne sempre dei deboli.

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