La babysitter e altre storie – Robert Coover

Titolo: La babysitter e altre storie
Autore: Robert Coover
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: NNE
Genere: Racconti
Traduttore: Vari
Pagine: 410
Prezzo: € 20,00

Nell’introduzione alla raccolta di racconti La babysitter e altre storie, il curatore Luca Pantarotto assegna a Robert Coover la palma di “quinto moschettiere” del postmoderno (gli altri quattro sono John Barth, Donald Barthelme, Thomas Pynchon e William Gaas). La curatrice Serena Daniele, nella postfazione, accoglie la definizione del collega e aggiunge che, all’interno di questo gruppo di spadaccini della letteratura, Coover, funambolo della narrazione o distruttore di mondi, “è probabilmente il più attuale e incisivo”, un autore in grado di innalzarsi “sopra la sua stessa epoca”.

Semplificando al massimo”, scriveva il filosofo Jean François Lyotard nel 1979, “possiamo considerare ‘postmoderna’ l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni”, dove il termine ‘metanarrazioni’ sta essenzialmente a significare un qualsivoglia dispositivo narrativo legittimante, ad esempio una delle tante filosofie della storia che hanno tentato, spesso con esiti tragici, di orientare il corso degli eventi, promettendo una destinazione vera, giusta, definitiva, ultima, non revocabile. “Il sapere postmoderno non è esclusivamente uno strumento di potere. Raffina la nostra sensibilità per le differenze e rafforza la nostra capacità di tollerare l’incommensurabile”. Una molteplicità di linguaggi percorre la società postmoderna. La verità cede a combinazioni pragmatiche e alla logica del paradosso. Il dissenso produce nuovo sapere e il sapere permette di sopportare ciò che non è più commensurabile secondo un’unica misura.

I trenta racconti di Robert Coover qui collezionati coprono un arco temporale che va dal 1962 al 2016. Il lettore è chiamato ad attraversarli, uno a uno, come campi minati. In essi prevale, appunto, il gusto per la combinazione, il paradosso, la sovrapposizione, il depistaggio, la scomposizione, la ri-costruzione. Coover, forte di una vasta cultura distillata con intelligenza, manipola con estrema perizia un materiale incredibilmente composito: si va dall’archetipo al fumetto, dalle figure bibliche alla cinematografia, dalle fiabe ai meandri dell’underground. Tutta la tradizione culturale occidentale è destabilizzata, triturata, sconvolta, rivitalizzata.

La mossa stilistica (un grande stile fatto di eleganza formale e sibillina creatività) di Coover consiste nell’adottare, di volta in volta, il registro espressivo o il punto di vista più consono alla metamorfosi della materia narrata, restituendoci panorami letterari in evoluzione morfologica sotto i nostri occhi. Il lettore spesso si imbatte suo malgrado in una storia nota, in un leitmotiv della letteratura, in un archetipo dell’infanzia, accorgendosi troppo tardi del trabocchetto dato dallo spostamento di sguardo. Lo slittamento verso l’insolito invoca una sospensione delle convenzioni, un allontanamento dal naturalismo.

Nulla in questi racconti rivisitati e stravolti è gratuito. Tutto è divertimento, tutto è decostruzione: divertimento, nella sua etimologia più pura, ovvero movimento eccentrico rispetto ad un punto fermo canonico, deviazione da una struttura all’apparenza inamovibile, effrazione di una norma durevole; decostruzione, nel senso di ribaltamento delle prospettive e di scientifica esposizione di ciò che nel racconto classico è sempre stato in ombra, rimosso, marginalizzato o negletto.

La lingua di Coover è precisa, puntigliosa, ironicamente assertiva, simile al verbo/pensiero di un dio che disfa il proprio universo nel momento stesso in cui lo crea. Ogni parola cade a piombo sulla pagina, ogni frase occupa con ostinazione il posto in cui capita, si svolge e accade. Allo stesso tempo, la parola irride, se non apertamente falsifica, il mondo che essa ha avuto il merito, o la disgrazia, di comporre. Questa polifonia di motivi nella versione italiana sposa un florilegio di traduttori, trenta per trenta. Ogni racconto abbraccia il suo e, viceversa, ogni traduttore battezza un racconto. La scelta della casa editrice NN premia la ricchezza lessicale e semantica delle tavolozze letterarie di Coover. Ne discende un lavoro di doppiaggio che dona ulteriore complessità all’opera, in un gioco di rimbalzi gioioso e febbrile. Tradurre le poche pagine de Il trucco del cappello, rivela Serena Daniele, “è stata un’esperienza notevole, come camminare su un filo”.

In L’ascensore (1966), Coover compone il diario dell’impiegato Martin, uomo inghiottito dalla grigia routine quotidiana rappresentata dal suo ufficio, all’ultimo piano di un anonimo palazzo di una qualsiasi città americana. Un viaggio in ascensore, reiterato giorno dopo giorno, può indicare una breccia nell’Assoluto? Martin, frustrato dall’infantilismo dei suoi colleghi, vive in una dimensione reale o fantastica? C’è del mistico in ciò che accade attorno a lui e dentro di lui? Perché alla fine pronuncia la parola “imperscrutabile”? Forse in ascensore Martin incontrerà la Morte. Sì, un pomeriggio mentre esce per andare a pranzo. O a comprare le sigarette. Premerà il pulsante nell’atrio del quattordicesimo piano, le porte si apriranno, un oscuro sorriso lo inviterà a entrare. Il pozzo è profondo. È buio e silenzioso. Martin riconoscerà la Morte dal Suo silenzio. Non protesterà.

In La babysitter (1969) leggiamo di una violenza sessuale. O di una relazione clandestina, vera, finta, desiderata. Oppure di una serata come tante, che fonde l’esperienza di una giovane alle prese con due marmocchi scatenati con la tensione di un film noir intravisto in televisione. Una tavola sparecchiata, una vasca da bagno, dei piatti gocciolanti, un telefono che squilla: banali dettagli di un interno borghese che si frantumano in schegge di follia montante. Non c’è frammento che richiami, da sé, il tutto. La giovane amante prova pena per la sua rivale, la moglie invalida; ritiene che l’uomo abbia dei doveri nei confronti di quella povera donna e insiste di essere disposta ad attendere. Ma l’uomo obietta che ha dei doveri pure verso se stesso: anche la sua vita è breve, e non sarebbe in grado di amare la moglie nemmeno se fosse in buona salute. Abbraccia febbrilmente la ragazza, che si ritrae piena di angoscia. La porta si apre. Rimangono tutti e due in piedi, con un ghigno diabolico e insieme sciocco sul viso.

In You must remember this (1985), racconto meraviglioso, Rick Blaine e Ilsa Lund mettono in scena un’epica e a dir poco bollente battaglia tra corpi. Le polveri di Casablanca, un film che ha colonizzato il nostro immaginario, sono accese e fatte deflagrare da un innesco erotico potentissimo. Le figure immortali, universalmente note, vengono risucchiate in un incantesimo conturbante. L’estetica postmoderna è anche qui, nello sforzo filosofico-letterario teso a bandire le differenze ontologiche tra materia del cinema e vita vissuta, tra produzione artistica, prodotto e fruitore. Questo non è Victor con la sua lunga daga sottile, sempre più rare e imbarazzate le sue visite; questa non è Ivonne con l’attraente muscolatura da professionista, la tana vuota e ariosa. Questo è l’amore in tutto il suo umido mistero, il legame definitivo, lo strofinio viscoso della verità, la carne come messaggio che si autodistrugge. È necessità, questa, è la donna che ha bisogno dell’uomo, e l’uomo che deve avere una compagna.

In Il naso della nonna (2005) e in Variazioni su riccioli d’oro (2013) è la sfera della fiaba ad essere infranta, è il terreno psichico a essere sezionato analiticamente, percorso con l’aratro dell’ironia e rivoltato da cima a fondo con caustica determinazione. Se guardi le cose troppo da vicino, disse la nonna facendo di nuovo ricadere la palpebra scura sull’occhio e puntando il naso verso il soffitto, finirai col non vedere nulla. Coover non si risparmia e non risparmia generi, mondi, tradizioni. Esseri invisibili alla ricerca di un’impossibile anima gemella, tristi uomini-stecchino bidimensionali (sei tu, sono io!), bambini rapiti dal buio e presagi di menti artificiali… Eppur questo non basta ad inquadrare ed esaurire il realismo kafkiano di Coover, di diritto da annoverare tra i massimi scrittori americani contemporanei. Il catalogo delle sue invenzioni è un’infinita scoperta.

Questa recensione è dedicata agli amici di NN Editore, di recente danneggiati da un furto. E desidera essere, nel suo piccolo, un incoraggiamento per tutte le case editrici. Approfittiamo del periodo di detenzione forzata causato dal virus Covid-19, apriamo i libri, immergiamoci in essi, respiriamo aria di libertà.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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