Il viaggio – Andrea D’Urso

Titolo: Il viaggio
Autore: Andrea D'Urso
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Vydia editore
Genere: Romanzo drammatico, Romanzo esistenziale, Romanzo famigliare
Traduttore: Andrea D'Urso
Pagine: 248
Prezzo: Euro 15

La decisione estrema è poter agire sul proprio destino scrivendone l’atto ultimo, differito nel tempo e libero da forme di violenza: decide per il suicidio assistito in una clinica svizzera Rossana, insegnante vicina alla pensione a cui è stato diagnosticato un glaucoma. Una scelta di lucida disperazione, irrevocabile, presa in tempi brevi, abbracciata al truciolato del tavolo da cucina, presagendo le reazioni del mondo attorno […] La poverella, la poveretta, la povera cieca del terzo piano. Che faranno? Ti daranno un cane? Neanche ti sono mai piaciuti i cani. Sono lagnosi, sono stupidi, ridicoli, ti sbavano addosso, qualsiasi cosa gli fai, scodinzolano e ti girano intorno. In fondo anche tu sei stata un cane, il più fedele amico di un uomo che ti ha scalciato, maltrattato, umiliato, a volte ti tirava il bastone e tu correvi a prenderlo e ritornavi da lui, scodinzolando, sbavando, abbaiando.

L’unico luogo che le permetta una fine apparentemente indolore e dignitosa è una struttura specializzata che si trova all’estero: si mette dunque in viaggio, la donna, abbandona sgomenta e ritrosa gli ultimi paesaggi che sa di poter godere nella propria interezza, una Trapani splendente, traboccante di colori che non si rassegnava a perdere e infatti più di una volta si tolse gli occhiali per concentrarsi su un particolare, perché il campo visivo si restringeva, ma i colori no, i colori non si spegnevano, restavano quelli di sempre. Il cielo riluceva di un azzurro fiordaliso che la riportava alla copertina di un libro illustrato che lei leggeva spesso ai suoi bambini. La pietra chiara delle chiese la rimandava invece a un non so che di desertico, ma non di arido, un deserto organizzato, ammansito, in cui si vive, si convive e si sopravvive.”

Recidere ogni legame con i tempi della luce ma lasciare inconsciamente traccia di sé, di avere vissuto pur non rendendo partecipe nel dettaglio alcuno: non i figli, con cui il rapporto si è sfilacciato da tempo incancrenendosi in schermaglie segnate da una dialettica aspra e ripetuta, né i pochi uomini della sua vita con cui qualche conto rimane dolorosamente aperto.  Evitare ogni spiegazione e affrontare una burocrazia imprevedibilmente ostica che tarda a darle l’approvazione al gesto finale, questo le resta. Questo, e il viaggio del titolo verso il Nord che si fa pellegrinaggio a tappe scelte e significative (una felice costante nella scrittura di D’Urso, come ne La strada è un libro aperto sempre per i tipi di Vydia editore,  del 2017).

Ogni sosta è un incontro cercato, è ricostruirsi attraverso le parole delle persone dei suoi passati, è pellegrinaggio laico e feroce prima del commiato unilaterale, di cui solo lei e il lettore sono a conoscenza, atto di coraggio che riassume cadute e delusioni. Colpe, anche: per Rossana le proprie, per aver lasciato andare il reticolo di relazioni con i propri figli; per quest’ultimi una cecità – e il cerchio si compie – nel non aver saputo vedere né comprendere scelte e debolezze materne.

E’ una felice conferma, quest’ultima opera di Andrea D’Urso: della capacità di tessere una prosa dal passo sostenuto, sorretta da estrema profondità di penetrazione degli stati d’animo di ogni figura che popola le sue pagine, anche quando minore.

Apparentemente consegnato a una sola voce, quella della protagonista, Il viaggio si apre e si moltiplica, si fa romanzo polifonico, in cui ogni personaggio suggerisce una sua, di versione, credibile e rifranta.

La vicenda di Rossana è intensa, complessa e universale: ovviamente dolorosa eppure bilanciata, in soli, pochi punti giusti, da un’ironia tenera, straordinariamente umana, giustificata (come in Just a gigolò (E/O), finalista al Premio Calvino nel 2013 col titolo Nomi, cose e città), piena di pietas, di comprensione a sottolineare l’incongruenza del quotidiano che continua la sua corsa mentre per qualcuno la partita volge al termine: un maneggiare del materiale leggero attento, accorto, vero segno distintivo dello scrittore romano.

 

Anna Vallerugo

 

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