Il passo perfetto. Cammino di Santiago – Nicola Artuso

Titolo: Il passo perfetto - Cammino di Santiago
Autore: Nicola Artuso
Data di pubbl.: 2015
Casa Editrice: Il prato
Genere: Diario di viaggio
Pagine: 317
Prezzo: 12.00

Leggendo la Sinossi sulla quarta di copertina si può avere già un’idea di quello che nasconde Il passo perfetto. La storia di un “trentenne inquieto”, come viene definito l’autore, alla ricerca del passo perfetto, di un movimento in grado di fare da chiave d’accesso allo stato silenzioso della mente”.

L’inizio del cammino, per Nicola Artuso, parte in realtà quasi senza nemmeno sapere il perché. Anzi, senza nemmeno sapere cosa sia il cammino stesso, come ci annuncia fin dalle prime pagine. Non ci sono le “grandi verità” che spesso si incontrano in altri libri dedicati a imprese tali da mettere alla prova fisico e mente in condizioni estreme, non ci sono le metafore sulla vita calme e razionali che forse ci si potrebbe aspettare. No; fin da subito ci si accorge di essere al cospetto di una persona incredibilmente normale, molto terra-terra, con pensieri importanti ma anche idioti, con virtù e debolezze come potremmo essere tutti, pellegrini qualunque, non  depositari di nessuna verità rivelata.

Le chiedo cosa ne pensa del cammino di santiago e mi risponde che per lei non è una cosa buona. Mi sembra di sentir parlare mia nonna: “Eeee, no te voré minga maearte i pié, vero?” (p. 62)

Per questo ci si sente immediatamente vicino alla sua esperienza. La lettura, tuttavia, procede spedita solo per le prime 60-70 pagine. Poi, dopo qualche dubbio iniziale, lascia spazio a un fluire decisamente pungente e quasi ostico, condito ogni venti secondi da un’imprecazione o una volgarità. A tratti flusso di coscienza, ma troppo ragionato, con critiche anche gratuite al mondo, al nostro tempo e alla nostra società. A tratti diario, ma non scritto come tale, scritto invece con un continuo rivolgersi al lettore, che ne fa perdere buona parte della genuinità e della spontaneità, lasciando spazio a frasi e racconti talmente esasperati da sembrare costruiti.

Detto fuori dai denti, in cinquecento chilometri credo di aver pensato svariate tonnellate di stronzate che, se non ci fossero state, sarebbe cambiato poco niente” (p. 181).

L’autore nel corso del cammino si fa prendere da una rabbia interiore, esistenziale, generata dal Cammino stesso, che permea le pagine, ponendo il lettore di fronte alla scelta di amare o odiare questo libro, senza vie di mezzo.

Il concetto del passo perfetto resta di sottofondo e costante per tutto il libro, ma muta da una pagina all’altra esattamente come muta il carattere dell’autore, che si riflette senza filtri in ogni riga.

Utile lettura di sicuro se si ha intenzione di intraprendere quest’impresa, per capire a che punto possa sviscerare una persona dal personaggio che di solito si è abituati a recitare; per contro, non di certo un romanzo o un libro che si possa leggere con l’obiettivo di restarne rapiti e di poter fantasticare sul mito del pellegrinaggio più famoso del mondo. Ma in effetti non è stato sicuramente scritto con questo intento.

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Sono un viaggiatore, sia con la testa che per davvero. Un vagabondo che sproloquia di chimica aspirando a conoscere tutte le lingue del mondo, per crearsi amici dappertutto e storie da raccontare attorno a un fuoco. Ma in realtà il mio piccolo mondo antico di Bizzarone è il posto piu’ bello del mondo, e la parola che preferisco è quella distesa sulla carta, con la tastiera a far da tramite tra il bailamme nella mia testa e il mondo là fuori. Nella mia stanza troverete di tutto, Hobsbawm e Walt Disney, Calvino e Paolo Villaggio; ogni libro ha qualcosa da dirmi e da insegnarmi, ha voglia di giocare con me e farmi sognare. La fantasia, qualche birra, la mia bici, la mia ragazza e i miei amici: sono il papero disastro piu’ ricco del mondo, come dovremmo sentirci tutti piu’ spesso. Se 5 righe sono troppe ditemi che la accorcio...

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