Il gusto del fisioterapista

 

                                                                                             tumblr_ovntm8x5p21rz2lkvo1_1280

                                                                                  Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931 

a. Non ha fatto tanto caldo nell’estate dell’Elzemiro da far pensare a un’impennata indecorosa e crudele del simun segreto che piano piano annuncia deserti globali e sgretola ghiacciai. Non fosse per i dolori, dolorosi fastidi per dirla precisa, egli sarebbe portato a considerare quest’estate passata come la meglio allestita dal caso per non essere sgradevole; sole solitario, neutrale, cieli invece piovosi a minacciare la tenuta dei torrenti, straripati in qualche caso giusto per far riflettere sulla fragilità… l’impermanenza… di un’automobile investita da una cascata d’acqua; il guscio di una noce anche a metà e con un niente di tecnologia a bordo ha più possibilità di cavarsela; insomma una meraviglia. Quando all’improvviso un fisioterapista si rivela investigatore privato – e quelli che seguiranno sono i racconti che questo poliziotto ha preso a passare senza regolarità ad Al Zemir – il lettore smaliziato si chiederà che cosa può o sta per accadere, se una minaccia incombe su di lui; o che cosa mai o come mai; ma rispondere è semplice, colui, l’investigatore è regolarmente iscritto alle liste dei fisioterapisti domiciliari pubblici; per necessità e casualità l’unico a rispondere all’appello in un periodo di vacanza diffusa, Elzemir lo ha così scoperto e ne fa la compagnia di ogni settimana da settimane ma, i suoi mali sono soggetti a copyright e la loro divulgazione non solo poco decorosa ma pure di nessun interesse. Il fisioterapista occorre immaginarlo; è un gigante da canestro, simpatico come può esserlo uno sportivo ma coll’attenuante di aver smesso il gioco – a favore di un altro si potrebbe anche sussurrare – occhio mite da guaritore, chiacchierone, immenso, bizzarro, – tempo fa il lavandino del bagno era occupato da della biancheria; benché non fosse necessario avere riguardi per degli strofinacci di cucina a mollo nel perborato, lui tuffa le mani già insaponate nell’acqua della tazza asserendo che è pulita, fatto che forse non è così lontano dal vero, si lava con metodo poi push and flush; agile – conosce i corpi umani quasi come un medico, ignora il dolore che induce e dà sollievo agli sgangherati; questo lo rende prezioso. Domandarsi se questa sia una rotta parziale verso il sadismo. Su un fronte avverso c’è che il gigante ha chiesto all’Elzie se fosse massone;  che appartiene a quella consorteria è lui, e con qualche grado di ostentazione non ne vuole fare mistero ma propaganda; ha chiesto così al Miromìro se avrebbe voluto affiliarsi – faccio io da presentatore e guida, sarebbe adatto lei, perché non ci pensa – domanda questa che al suddetto non fu gradita ma tant’è; convinto più tardi che la manipolazione, lo stretto contatto tra dita e carne data in sacrificio terapeutico, si costituisse in amicizia e scoperto il segreto dell’Elzemiro ovvero la sua vaporosa identità, al principio dell’agosto passato, il fisioterapista domandò se avrebbe potuto mandargli in lettura certi appunti di cui egli si compiaceva e che se mai avrebbe integrato a voce. Dalla lettura e da quel po’ di indagine che un narratore riesce per solito a condurre, l’Elz ha incollato a mente una peripezia approssimativa del fisioterapista – il personaggio gira armato e può mostrare una decina, per essere precisi sette, distintivi e tesserini di altrettanti corpi, quel più quel meno armato dello stato – ovvero lo ha situato in un una sua nuvola, nuvola nella quale può essere osservato ed osservare; così che El. ha pensato potesse interessare il suo piccolo seguito di lettori e amanti dei libri sollevando per un po’ e sé stesso dal doverle produrre e loro, i lettori, forse da un eccesso di storielle quindicinali, complesse e cerebrali. Questo non vuole dire che l’Elzemiro apprezzi questo genere di argomenti e voglia per conseguenza contrabbandarne, a inseguire una diffusa moda editoriale, per voce di questo intrigante fisioterapista; non gli piace anzi ma proprio per questo motivo sente il sollievo e l’indifferenza che vedersela alla dovuta distanza con cose lontane e diverse da sé comporta. Ed ecco una, la prima, tra le tante osservazioni possibili circa la letteratura.

b. Per la redazione che seguirà l’Elzemiro è stato autorizzato a tutte le modifiche atte a rendere in qualche modo letterario, cioè finto, il raccontare supposto vero del fisioterapista investigatore. Ma ha creduto bene lasciare che a parlare fosse il modo – dirlo stile sarebbe fuori di luogo ma proprio per questo non si esclude che possa incontrare i gusti evanescenti dell’oggi – del suo autore, diretto, scurrile a tempo e luogo e in non poca misura indifferente alle convenzioni necessarie alla scrittura. Tuttavia, nel dubbio se intervenire emulsionando il detto altrui in una sorta di yoghurt da bere o se al contrario lasciare tutto alla cottura raw, la decisione non meditata è stata quella di permettere che le parole si accozzassero in una sorta di densa anarchia, cercando soltanto e per quanto possibile, di costringerle a non impantanarsi nei continui cambi di direzione e di senso del loro proprietario. Un inciampo è stata la punteggiatura, idealmente assente perché sostituita in pratica e quasi per intero dall’uso di virgole situate a spaglio, e di un a posteriori famigerato punto, spazio spazio, minuscola. La scelta conseguente è stata di lasciare tutto com’è nella convinzione si trattasse e si tratti di un semplice ricorso ritmico, simile a quello delle cesure di sedicesimo e ottavo nei recitativi secchi del melodramma; ma non è detto che sia così e il fisioterapista di musica apprezza il pop sicché più che di un’osservazione si tratta di una supposizione non derivata dal gusto del fisioterapista ma al contrario da quello dell’Elzo che, si sa… dunque l’uso di questo punto orfano cui in nessun caso segue una maiuscola, destituita quindi con metodo dal suo trono, si vuole immaginare che possa titillare la fantasia o lo sconcerto del lettore, colui che ne sia capace, lasciandogli immaginare chissà che volontà dietro questo vezzo, o abuso frutto di una rudimentale padronanza nel maneggiare gli strumenti della scrittura, non dovuto a una scelta estetica né ad alcuna necessità espressiva. Peraltro, il fisioterapista per il quale è stato scelto il nome di Alabama, pare proprio il genere di persona che parla per parlare; in questo dopotutto non lontano dall’Elzemiro che scrive per scrivere. 

                                                      Alabama 1.

Veda. La prima cosa che colpisce di una città come questa fondata in larga misura intorno a un centro concentrico alla.   o centrifugo dalla buona storica borghesia svizzerogiansenista che la abita nello stretto di vie anguste o nel largo di viali alberati come se.  immagini il gusto che c’è a vivere in un comesé di una parigi cosmetica ma senza parigi intorno cioè senza la grandiosità di intenti dei conquistadores di un tempo.   haussmann e napoléon truasièmm e tiri a quattro sei otto della città appiccicosa per crearci larghi spazi alla cavalleria dragona, sappiamo sì, all’artiglieria a cavallo, alla violenza efferata e codarda propria di ogni agglomerato con più di cinquemila abitanti e che non si fondi sull’espropriazione sistematica delle diecimila vite coatte che tengono in piedi l’economia capitalista.   parigi si è conquistata e mi dicono che sta per perdere o che già ha perso il suo ruolo nel mondo.  del resto non ho visto buenosaires ma so che con lo stesso principio il generale di brigata aerea cacciatore, italiano sì, spianò interi quartieri di miserabili per piantare piloni di viadotti e grattacieli.   impianti per mandibole ancora più canaglie.  ma vista da lassù dev’essere incomparabile la plata.   mi piacerebbe la plata riomar dei confini con l’uruguay di là dall’acqua.   allora la prima cosa che della città si tocca qui è la mancanza di geografia topografia toponomastica topologia adatta.  buenosaires niente a che vedere con questo baires senz’aria senza mare né cieli, passatoia di bitume, pista per suv senza vento, solo raffiche di carta unta talvolta, puzze di pizze per metri milleduecento.   non un albero non un grattacielo non un che di non, solo negozi e negozi di stracci e pasticci, le stesse tshirt moltiplicate dodicimila per dodicimila vetrine.  quindi mi sono detto tanto tempo fa tu fai un mestiere inadatto. un mestiere che si fa a losangeles sanfrancisco parigi barcellona oporto londra.  le provincie più oscure dell’america.  ci sono stato le giri e senti la minaccia nelle voci di chi si sente minacciato dalla nemesi comunista della storia.  ma a francofonte o rovigno cosa vuoi indagare, ti ruberanno un calzino.  una sparata semplice.  non dico di no qualche lupo mannaro che fa la pappa di bambine e bambini senza distinzione di razza e di origine. certo certo che lo si trova anche senza cercarlo.   ma io dico che al delitto manca il suo aroma, la sua scenografia, il contorno, la possibilità di fare immagine, il profumo.  il gusto.  qualcuno direbbe della morte che è intoccabile.   metafisico.  quello fisico è un’altra musica anzi musica per niente.  clip clop clop suona l’obitorio.   l’indagine è routine tennica, lo so che divago ma ascolti un po’.

                                                          Fine di 1.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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