Il giardino dei Finzi-Contini

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra”.

Inizia così Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani (di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita), uno dei romanzi più belli, più intensi e più profondi nei quali un lettore possa avere la fortuna di imbattersi. L’edizione Einaudi del 1966, con la sovraccoperta ormai sbiadita e consunta nelle piegature, è da sempre sul mio tavolo da lavoro. Ogni anno lo rileggo, di solito nel periodo autunnale, e ogni anno non posso fare a meno di emozionarmi nell’ascoltare le vicende di Micòl e di Alberto raccontate dall’anonimo narratore, nel quale è fin troppo facile identificare lo stesso autore.

Ho scoperto Il giardino dei Finzi-Contini in un modo del tutto casuale. Compito in classe di francese in quinta ginnasio: la professoressa ci aveva dato da tradurre un breve testo che mi aveva affascinato. Dopo aver consegnato la traduzione le chiesi da quale libro fosse stato tratto. Mi disse: “Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani. Leggilo, ne vale la pena.”

Ero rimasto così intrigato da quel brano (purtroppo non ricordo più quale fosse) che quello stesso pomeriggio andai in una libreria e comperai il romanzo. Cominciai a leggerlo per strada mentre tornavo a casa. Prima di cena l’avevo terminato e da allora non ho più smesso di leggerlo e di consigliarlo a chi mi chiede il titolo di un romanzo da non perdere.

L’ho passato ai miei figli, pregandoli di non distruggere la rilegatura (per fortuna hanno accolto la mia preghiera), ma non l’ho mai prestato a chi me lo chiedeva, preferendo regalarne una copia nelle varie edizioni che si sono succedute negli anni, memore del fatto che si prestano solo i libri che non si amano: credo che l’abbia detto Jorge Luis Borges, uno che di libri un pochino se ne intendeva.

Che cosa può trovare il lettore in questo romanzo? Tutto, credo: dalla scoperta dell’amore alla passione per la politica, dagli orrori delle leggi razziali agli orrori delle deportazioni, dalla vita quotidiana di una piccola comunità ebraica alla vita quotidiana di una città di provincia, dalle descrizioni perfette dei personaggi alle descrizioni perfette dei sentimenti.

La violenza e la brutalità che hanno caratterizzato un periodo storico così travagliato come quello che fa da sfondo al romanzo non sono mai esibite con durezza, ma sono sempre descritte con una delicatezza che rende forse ancora più forte l’orrore per gli avvenimenti che fanno precipitare la storia dei Finzi-Contini verso il tragico epilogo. Può sembrare un paradosso, ma è la stessa delicatezza con la quale il narratore descrive la sua passione non corrisposta per Micòl.

Il romanzo, pubblicato nel 1962 dall’editore Einaudi e vincitore nello stesso anno del Premio Viareggio, nel 1974 divenne, con qualche variante, la terza parte della raccolta Il romanzo di Ferrara nella quale Bassani incluse romanzi e racconti che tracciavano un affresco della città nel periodo tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento. Il giardino dei Finzi-Contini subì poi altre modifiche per una nuova edizione che vide la luce nel 1976 e numerose altre ancora che portarono all’edizione definitiva del 1980.

Nel 1970 Vittorio De Sica realizzò l’adattamento cinematografico del romanzo, con Dominique Sanda nella parte di Micòl, Helmut Berger in quella di Alberto e Lino Capolicchio in quella del narratore, chiamato esplicitamente Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1972. Bassani, che era stato chiamato a cooperare al lavoro di sceneggiatura, si scontrò ben presto con De Sica a causa di alcune modifiche alla trama che a suo dire tradivano lo spirito del romanzo. Alla fine lo scrittore ottenne che il suo nome non venisse menzionato nel titoli di coda del film.

Devo confessare che, nonostante l’Oscar e nonostante l’autorevole parere del critico Tullio Kezich, che lo ritiene uno dei migliori lavori di De Sica, il film mi lascia piuttosto freddino: mi pare infatti che non trasmetta le emozioni, il calore e la sensibilità che si trovano in ogni pagina del romanzo.

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Franco Di Leo è nato a Milano alla metà del secolo scorso. L’Università Statale di Milano lo ha spedito a lavorare dopo avergli fornito una laurea in giurisprudenza e una in scienze politiche. Quando non sciupa il suo tempo scrivendo sceneggiature, racconti, commedie, romanzi o articoli dissipa le sue giornate dedicandosi alle traduzioni di testi teatrali e alle regie per il teatro e per la radio. Il Teatro della Voce di Luino lo subisce come regista. Il settimanale Extra del quotidiano svizzero Corriere del Ticino gli concede di scrivere articoli e racconti. La Radiotelevisione della Svizzera Italiana gli permette di dirigere sceneggiati radiofonici. Il Dipartimento Cultura del Canton Ticino gli dà la possibilità di organizzare seminari di regia teatrale, recitazione, scrittura teatrale e public speaking. Anche la Scuola Yanez di Bellinzona, diretta da Andrea Fazioli, lo considera in grado di gestire seminari di scrittura teatrale. Ha abbassato il livello delle patrie lettere con tre romanzi, una raccolta di racconti e un ulteriore romanzo in fase di completamento. Apprezza in modo particolare questa massima del duca de La Rochefoucauld: “Qui vit sans folie n’est pas si sage qu’il croit”.

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