“Il buco nella ramina” – Racconto di Mattia Bertoldi

Il Premio Chiara Inediti 2012 era riservato a una raccolta di racconti inediti mai apparsi in quotidiani e riviste o sul web di autori dai 25 anni in su, residenti in Italia o nella Svizzera Italiana.

La giuria composta da Andrea Fazioli (Presidente), Federico Bianchessi, Michele Mancino, Federico Roncoroni, Carlo Zanzi ha scelto la raccolta vincitrice, designando inoltre un secondo e un terzo classificato che avranno come premio la pubblicazione di un racconto sulla nostra testata.

Bertoldi si era classificato 2° nell’edizione 2011 del Premio Chiara Giovani.La raccolta con cui ha partecipato al concorso ha per titolo “Quelli del bar Bocc” e si è classsificato terzo.

La giuria ha scelto di premiarloper la sua capacità di ricreare l’atmosfera di un bar di paese, con i suoi personaggi bizzarri, le consuetudini che diventano riti, le piccole gelosie e gli slanci di generosità. Lo stile riesce a miscelare l’umorismo di fondo con momenti anche drammatici, sempre narrati con piglio vitale e con un’ottima padronanza dei propri mezzi.”

 Mattia Bertoldi,1986, Lugano. Laureatosi in letteratura e linguistica italiana e inglese all’Università di Zurigo, ha sempre coltivato l’amore per la letteratura e la scrittura. Nel 2010 ha curato la stesura dell’autobiografia romanzata di Paolo Meneguzzi dal titolo Sì o no? Questo è il problema, Aliberti Editore; nell’autunno 2012 darà alle stampe il suo primo romanzo, Ti sogno, California, BookSalad. Nel tempo libero si ritrova ancora con gli amici al Bar Bocc del suo paese.

Racconto “Il buco nella ramina” di Mattia Bertoldi , giovane ticinese, 3° classificato Premio Chiara Inediti 2012

Benvenuti al Bar Bocc, il locale più strampalato del canton Ticino. Incontrerete qui un barista incazzoso (il Monos), il più grande seduttore dell’Europa occidentale (Gig), due vecchie volpi della briscola (Citterio e Natuzza) e molti altri clienti degni di nota tratteggiati dal buon Lavv, il DJ del bar. Tra questi il giovane Pancev innamorato di Barbarella, cameriera e – ahilui – figlia del Monos. Una storia d’amore voluta dal destino e scaturita quasi vent’anni fa da un campetto di calcio, da un pallone colpito male e da un buco in una ramina. Questo ne è il racconto.


Il buco nella ramina

A me Pancev fa pena. È una vittima del destino, quel meccanismo incomprensibile che nel giro di un istante ti frega per la vita intera. Un po’ come quando ha fatto incontrare Yoko e John, segnando la fine dei Beatles.

Se Pancev avesse fatto qualcosa per meritarsi quel che gli è successo avrei potuto benissimo scrollare le spalle e dire: «Se l’è cercata». Ma è innocente. Lo garantisco. Nessuno si alza la mattina e va al campetto con il pallone sottobraccio accompagnato dal timore che possa succedere qualcosa in grado di sconvolgergli l’esistenza. Men che meno se è alto un metro e un cacio e ha solo sette anni.

Ma fu esattamente così che andarono le cose.

In un pomeriggio d’estate il piccolo Pancev indossò la maglietta della sua squadra preferita, l’Inter, e se ne andò a giocare a calcio. Il campetto in erba, spelacchiato al centro e florido sulle fasce, distava quattrocento metri da casa sua e confinava con un bar. Era circondato su tre lati da una ramina alta due metri; dal quarto si accedeva al parco giochi, all’asilo e alla scuola elementare.

Le regole erano le stesse di quando giocavo io: bambini della parte alta del paese contro quelli della bassa, divieto di tirare forte da distanza ravvicinata e calci di punizione solo dietro unanimità delle due squadre. In pratica bisognava rischiare di perdere una gamba per convincere tutti dell’irregolarità dell’intervento. Capitava di rado, ma capitava.

Pancev a un certo punto si involò verso la porta e venne atterrato nella metà campo che dava sul parcheggio del bar Bocc. Si rialzò e si scrollò la polvere di dosso. Spettava a lui il diritto di calciarla, un’altra di quelle norme tacite che regolamentano le partitelle. Posizionò la sfera su una delle rare zolle dalle quali spuntava ancora qualche filo d’erba e mise a fuoco la porta. In barriera, come da tradizione, era stato piazzato l’avversario più grasso. Ne convinci uno, ne vale due.

Pancev voleva colpire la palla di interno destro, disegnare una traiettoria a foglia morta e levare le ragnatele nel sette. Non ci sarebbe mai riuscito. Non alla sua età, almeno. Ma aveva buone chance di centrare il bersaglio, se solo il destino non si fosse messo di traverso.

Prese la rincorsa. I fili d’erba sui quali poggiava la palla cedettero e questa scivolò di pochi centimetri. Pancev non se ne accorse e decapitò la zolla, colpendo più terra che cuoio. La sfera si allontanò balzellando verso l’angolo destro del campo, un punto in cui la rete metallica era divelta. La palla uscì e rotolò sul parcheggio del Bocc.

Chi calcia fuori la va a prendere, altra regola non scritta. Pancev corse verso il buco nella rete, lo attraversò facendo ben attenzione a non rimanere impigliato con la tanto amata maglia nerazzurra e arrivò davanti al bar.

Lì lo vidi per la prima volta.

Avevo appena messo su Romeo & Juliet dei Dire Straits e guardavo fuori dalla finestra, accompagnato dall’arpeggio di chitarra di Mark. Il bambino si stava avvicinando al pallone lento e silenzioso, allineando un passo dopo l’altro come se si trovasse su un’asse sospesa nel vuoto. Sapeva della fama del Monos, il nostro barista; al campetto lo temevano tutti.

Mise le mani sul pallone, si rialzò e girò la testa per un secondo, uno solo, il tempo necessario per verificare di non esser stato notato e fuggire sulle ali del vento. Ma fu sufficiente per vederla.

Barbarella.

Seduta sul ciglio della porta.

Che lo fissava.

Il Monos lucidava il bancone sulle note della canzone, non si era accorto di niente. Gli piacevano i Dire Straits. Non me lo aveva mai detto, per carità, ma lo si capiva da come passava lo straccio. Eseguiva movimenti circolari, al ritmo di quattro quarti. E la sua attenzione calava.

Il gioco di sguardi tra Pancev e Barbarella durò pochi secondi, ma mi bastarono per intuire che una bomba era appena stata innescata.

Il pallone gli sfuggì di mano. Il Monos sentì il rimbalzo sull’asfalto e abbandonò il bancone per accertarsi che nessuno infastidisse la figlia. Quando arrivò da lei Pancev era già tornato al campetto e il gioco era ricominciato.

Da quel giorno tenni d’occhio il campetto. La scena si ripeté svariate volte nel corso delle tre settimane successive, sempre identica: tiro sbilenco di Pancev, corsa per recuperare il pallone, occhiate furtive tra lui e Barbarella.

Gli errori calcistici di Pancev furono notati anche dagli altri che ridevano un sacco di quel bambino imbranato che non centrava mai la porta. Fu Natuzza a dargli quel soprannome. Faceva ancora discutere il caso di Darko Pancev all’Inter, attaccante macedone che qualche anno prima aveva fatto sfracelli nella Stella Rossa di Belgrado divenendo uno dei giocatori più ricercati sul mercato europeo. Era detto il Cobra, ma bastarono pochi, disastrosi mesi a Milano per essere ribattezzato il Ramarro.

Nessuno dei clienti del Bocc si era però accorto di che cosa ci fosse dietro quei tiri strampalati. Nessuno aveva notato che quando Barbarella non era al bar, Pancev giocava in maniera esemplare, segnando una rete dopo l’altra. Nessuno lo aveva mai visto allenarsi mezz’ora al giorno dopo la scuola quando piazzava la palla a dieci metri dalla porta e mirava al buco nella ramina. Nessuno aveva notato che, qualche mese dopo, quando un operaio del comune riparò il buco con del filo di ferro, Pancev smise di giocare rasoterra e iniziò a palleggiare in mezzo al campo per scavalcare meglio la rete in acciaio. Nessuno a parte me.

D’altro canto Pancev non aveva altro modo di vedere Barbarella. Fatta eccezione per qualche sporadico momento di libertà vicino al Bocc, la piccola era tenuta sotto stretta vigilanza dal Monos che la accompagnava tutti i giorni a una scuola privata distante pochi chilometri. Pancev non conosceva né il loro cognome, né dove abitassero. Non lo sapevamo nemmeno noi che passavamo metà della nostra esistenza in quel locale, figuriamoci lui.

La trama era quella di Romeo e Giulietta, ma in questo caso il signor Capuleti era molto più grosso e incazzoso di quanto suggerito dal testo originale.

“Quelli del bar Bocc” è disponibile in versione integrale su ebook (formato PDF, EPUB, MOBI,…) all’indirizzo www.mattiabertoldi.com

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