Grandi riflessi – William Golding: Il Signore delle Mosche

Titolo: Il Signore delle Mosche

Autore: William Golding

Anno: 1954

Edizione usata per la recensione: La Biblioteca di Repubblica

Il Signore delle Mosche è un libro unico nel suo genere, di cui si parla poco in Italia e che invece richiederebbe maggiore attenzione, considerate la ricchezza e la profondità delle tematiche affrontate. Scritto nel 1952 dal premio Nobel William Golding e pubblicato nel 1954, ottenne uno strepitoso successo in tutti i paesi di lingua inglese, con 14 milioni di copie vendute, e in particolare negli Stati Uniti, nel 1959, con un’edizione economica che lo fece conoscere al grande pubblico.

Ad una prima impressione può facilmente essere scambiato per un libro di avventura, moderna Isola del tesoro adatta ad un pubblico di ragazzi. In realtà questo breve romanzo tocca corde profondissime e ha la potenza evocativa e il respiro ampio dei grandi classici del ‘900.

La storia vede protagonisti un gruppo di bambini e di adolescenti sopravvissuti ad un disastro aereo: sull’isola deserta in cui sono capitati sono soli, nessun adulto si è salvato. Ad un primo moto di gioia e stupore per la bellezza incontaminata dell’isola che promette libertà illimitata e avventure, subentra immediatamente l’esigenza razionale dell’organizzazione. È la situazione ideale per rifondare la società, lontano dal mondo corrotto degli adulti, sulla base di decisioni democraticamente condivise: viene eletto un capo, il carismatico Ralph, detentore della conchiglia bianca, simbolo riconosciuto del potere e delle capacità razionali di decisione. I ragazzi si distribuiscono i compiti, costruiscono rifugi, accendono un fuoco sulla montagna con la speranza che il fumo attiri qualche nave. Ma il dominio della ragione è insidiato da una potenza oscura e inconoscibile che progressivamente si insinua tra i ragazzi contaminando innanzitutto i più piccoli, preda dell’irrazionalità più disarmante: dormono male, fanno brutti sogni, avvertono la presenza di una «bestia» che vive nelle tenebre.

«C’è qualcosa che non va. Non capisco perché. Avevamo cominciato bene, eravamo felici. E poi…» Mosse un po’ la conchiglia, con lo sguardo assente, ricordando la bestiaccia, il serpente, il fuoco, quel gran parlare di paura.«Poi la gente ha cominciato ad avere paura». (pag. 89) 

Insieme alla paura, altri terribili istinti prendono forma nel buio della foresta: il desiderio di cacciare, di distruggere, di sovvertire le regole, di uccidere. Il singolo non esiste più, ciò che conta è la tribù con i suoi riti, i suoi idoli, le sue danze, i volti dipinti col fango. Guidati da Jack, capo violento e dispotico, vero e proprio alter ego di Ralph, i ragazzi danno sfogo agli impulsi più bassi dando vita ad un gioco di caccia che, però, perde progressivamente ogni aspetto ludico. La conchiglia bianca è distrutta, il fuoco spento, le uniche voci sagge, quelle di Ralph, Piggy e Simone, vengono messe a tacere con una violenza che non conosce pietà. L’isola diviene lo scenario di un incubo e solo la soluzione offerta dal finale, che conclude ma non redime, giunge in extremis a disinnescare l’infernale meccanismo narrativo.

Con una scrittura avvincente che inchioda il lettore e che rende palpabile la dimensione ignota dell’irrazionale, Il Signore delle Mosche è un romanzo che lascia sbigottiti. Il male è intrinsecamente connaturato all’uomo e, affermazione ancora più sconcertante, non risparmia neanche i bambini che invece dovrebbero essere i puri di cuore, la risorsa per il futuro. «L’uomo produce il male come le api producono il miele»: questo il pensiero amaro sotteso alla favola nera di William Golding, vero e proprio rovesciamento di ogni utopia.

Per la prima volta da quando era sull’isola si abbandonò al pianto, a un grande spasimo di dolore che lo scuoteva tutto. Il suo pianto risuonava sotto il fumo nero, davanti all’incendio che distruggeva l’isola, e presi dalla stessa commozione anche gli altri bambini cominciarono a singhiozzare. In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l’amico saggio chiamato Piggy. (pag. 223)

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