Grandi riflessi – Publio Ovidio Nasone: Ars Amatoria

Titolo: L'arte di amare (originale: Ars Amatoria o Ars Amandi)
Autore: Publio Ovidio Nasone
Casa Editrice: Fabbri Editore

Secondo i luoghi comuni, la letteratura d’amore non sarebbe mai stata scritta se le fanciulle amate si fossero concesse (Dante avrebbe scritto di Beatrice se fosse stata sua moglie? E se Laura avesse ricambiato Francesco P.?). Secondo i luoghi comuni, la poesia è luogo di nobili e totalizzanti sentimenti. Secondo i luoghi comuni, i latini vivevano in modo strano e incomprensibile.

Leggere l’Ars amandi è un modo efficace di spazzare via questi ed altri pregiudizi gravemente nocivi alla reputazione dei classici. A dire il vero, molti di essi nascono da un romanticismo male inteso, ma è raro trovare un classico “alla rovescia” quanto la divertente opera di Ovidio, che pure rientra a pieno titolo nel canone.

L’assunto di base dell’opera è che, per riuscire a conquistare chi si ama (o anche solo chi si desidera: la profondità del sentimento non è richiesta né postulata), non servano magie, alchimie o il miracolo di una reciproca affinità: basta una buona tecnica, e “sii ben certo che non c’è donna al mondo che non possa/ divenir la tua” (I, 269-270). Ed ecco una gran serie di buoni consigli: Ovidio ci spiega dove trovare fanciulle (a teatro, ai giochi gladiatori – oggi, ahimé, soppressi – ai banchetti…); poi i piccoli trucchi per avvicinarle e lusingarle (con qualche malizia: “se la sua veste striscia troppo in terra/ chinati premuroso a sollevarla/ che npn debba sporcarsi. E tu, in compenso,/ potrai dare un’occhiata alle sue gambe”; I, 152-155); alcune utili indicazioni su come vestire, comportarsi, presentarsi (ci suggerisce, ad esempio, di “non putire/ come un caprone” I, 520-521, ma altri sono meno banali), e così via, fino a ricordare che chi si contenta di baci, è giusto che perda anche quelli. La galleria è spassosa e irresistibile perché parla con un livello stilisticamente altissimo di argomenti che potrebbero essere discussi e affrontati da un branco di adolescenti di oggi, con la sola omissione di come sfruttare al meglio i social network per cuccare. Non mancano nemmeno le raccomandazioni di non scegliere la donna nella penombra (verrebbe da dire, delle discoteche) e i consigli su come condurre l’amplesso.

Già m’immagino le lettrici più attente alla parità di genere: abbiamo parlato solo di conquistare donne? Di certo l’Ars amatoria non è politicamente corretta, in particolare nei confronti degli omosessuali, che sono sia pur bonariamente scherniti quando il nostro autore suggerisce ai suoi lettori maschi di non depilarsi, non arricciarsi i capelli o altre abitudini degne di chi “ululando/ alla maniera frigia, canta cori / alla madre Cibele” (I, 504-505). Però, quanto meno non gli si può rimproverare di discriminare (troppo) le donne: se il primo dei tre libri in cui è suddivisa l’opera è dedicato a come si possono conquistare le fanciulle e il secondo a come mantenerne l’amore, almeno il terzo vuole ammaestrare le donzelle, affinché scendano nella lotta “ad armi pari” (III,5).
A difesa di Ovidio, possiamo anche dire che, nei precetti per mantenere l’amore, è molto lontano dal famigerato “teorema” che suggerisce di prendere le donne e trattarle male: raccomanda anzi di essere sempre accondiscendenti, ridere se lei ride, darle ragione, non contrariarla mai; di prometterle doni ed elargirne addirittura (con moderazione però: la speranza di un bene futuro è più forte della memoria di quello passato); di non lasciarsi frenare da afa, pioggia o intemperie; di lodarne sempre gli abbigliamenti, la pettinatura, l’aspetto, anche con qualche piccolo artificio retorico, come dire snella chi non si regge in piedi per la magrezza o simile a Venere la strabica (la dea era nota per il lieve strabismo, infatti, vedi i vv. 655 sgg.). Ecco, forse Ovidio potrebbe in parte sottoscrivere l’idea del “lascia che ti aspetti per ore”, visto che consiglia ad entrambi gli amanti di farsi ogni tanto desiderare per rinfocolare il sentimento; non troppo, però, oppure la controparte avrà tempo e modo di trovare un sostituto. Nocivissima, invece, la gelosia: meglio ignorare un tradimento, o i due amanti scoperti vedranno il loro legame rinsaldato dalla colpa comune.

Forse, non piacerà moltissimo alle lettrici che il libro a loro dedicato verta essenzialmente su come rendersi belle (magari celando gli aspetti meno avvenenti: che una donna bassa stia seduta, una magra abbia abiti larghi…), oltre a qualche raccomandazione su come mantenere la segretezza, su come comportarsi nell’alcova e su come farsi desiderare; saranno però confortate da non dover più ricorrere agli escrementi di coccodrillo per sbiancare la pelle del volto o ad altri consimili rimedi estetici, evidentemente diffusi in epoca romana. E non possiamo nemmeno pensare che allora “almeno era tutto naturale”, visto che in realtà si usavano make up dannosissimi, anche a base di piombo.
Infine, però, Ovidio si mostra sommamente democratico, in quanto incita a dedicarsi a tutte le donne: giovani, mature, libere, ancelle, tutte hanno il loro fascino. Sebbene nei primi versi del poemetto affermi di voler cantare solo “furti leciti”, tale presa di posizione cozza con i suggerimenti dei tre libri seguenti.

L’amore, quindi, da sublime sentimento è ridotto ad “ars”, una tecnica come potrebbe essere quella dei confezionare scarpe o allevare i buoi, e il libello fa ironicamente il verso alla manualistica che fioriva in età imperiale su ogni argomento. Come ogni attività, anche il corteggiamento richiede le sue astuzie, ed è interessante come in un’opera dedicata all’amore, si parli solo di simulazione, perché non è importante ciò che si è o si prova, ma ciò che si dà ad intendere. Una delle citazioni più celebri del testo è fallite fallantes (“ingannate coloro che ingannano”, I, 643), come del resto invita a fare il sommo Giove che “dall’alto ride degli spergiuri degli amanti”, mentre in ogni altro ambito bisogna mantenere quanto promesso.
Il riferimento a Giove, grande amatore e inguaribile fedifrago, non è casuale ma nemmeno episodico: l’opera è intessuta di riferimenti mitologici che puntualmente fanno da contrappunto ai precetti dettati dall’autore. Insomma, come è proprio del mito, hanno il valore di archetipo, ma sardonicamente non per la moralità, ma per la frivolezza. Tutto viene triturato e ridotto agli scopi della precettistica amorosa.

Forse, alla fine della lettura non saremo diventati di colpo latin lovers o femmes fatales, ma senza dubbio avremo sorriso dell’ironia e nel riconoscere quanto simili fossero i desideri e gli usi di quella lontana epoca latina ai nostri.

 

Tweet: Tanti utili consigli per rimorchiare: l’Ars Amatoria di Ovidio, un classico che avvicina i classici.

 

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