Grandi riflessi – Fedor Dostoevskij: Le notti bianche

Titolo: Le notti bianche
Autore: Dostoevskij Fedor

«Era una notte stupenda, una di quelle notti come forse se ne possono vedere solo quando siamo giovani, mio caro lettore. Il cielo era così stellato, un così chiaro cielo, che, guardandolo, involontariamente veniva fatto di chiedersi: è mai possibile che sotto un simile cielo possa vivere gente inquieta e capricciosa?»

Con queste parole di incanto trasognato si apre il lungo racconto Le notti bianche, pubblicato da un giovane Dostoevskij nel 1848. Lo scrittore definisce la sua opera un «romanzo sentimentale» che trae la sua materia «dai ricordi di un sognatore»: protagonista e voce narrante è infatti un giovane di Pietroburgo, privo di legami affettivi significativi, che vive per sua stessa ammissione in un mondo di fantasticherie, lontano dalla realtà concreta delle cose del mondo. Proprio la definizione del personaggio del sognatore sembra essere interesse primario dello scrittore che già in altre opere coeve aveva dimostrato una forte inclinazione per il tema della rêverie, da lui intesa come forma di protesta contro la volgarità della vita. Il tema è affrontato però nel racconto in modo del tutto originale dal momento che è lo stesso protagonista, in un lungo monologo sollecitato dall’interlocutrice Nasten’ka, a delineare il profilo del sognatore: situazione quanto mai paradossale, giacché, dunque, il protagonista parla di se stesso ma con un lucido e talvolta ironico distacco, quasi stia descrivendo un personaggio fittizio, un «tipo» da romanzo.

«Il sognatore, se proprio occorre darne una definizione precisa, non è un uomo, ma, sapete, è piuttosto un certo strano essere di genere neutro. Il più delle volte egli nidifica in un qualche angolo di difficile accesso, come se volesse occultarsi persino alla luce diurna, e, una volta installato nella sua tana, finisce col radicarvisi, come una lumaca, o per lo meno, sotto questo rapporto egli rassomiglia assai a quell’interessante animale, che è animale e casa tutt’insieme e che si chiama tartaruga. Che ne pensate?» (p.678)
Il racconto nasce nel momento in cui il sognatore esce dalla sua condizione di solitudine e, durante una passeggiata notturna, in un’atmosfera che quasi per osmosi diviene essa stessa fantastica e rarefatta, conosce la giovane Nasten’ka sul lungofiume. La ragazza piange per un amore perduto, ma la compagnia dell’uomo sembra alleviare le sue sofferenze. In breve tempo nasce una eccezionale complicità tra i due che riescono ad aprirsi l’uno con l’altra confidandosi reciprocamente la propria storia. Per quattro notti si daranno appuntamento nello stesso luogo, desiderosi di ritrovare e riaccendere quell’intimo dialogo. Per il sognatore l’incontro con Nasten’ka è il primo assaggio di realtà: da sempre solo, perso in una dimensione di finzione, egli crede di scoprire nella ragazza una concreta possibilità di amare e di essere amato.

Nasten’ka, divertita e lusingata dalle parole appassionate del giovane, si lascia coinvolgere dal suo entusiasmo: in un crescendo di intensità il loro rapporto sembra trovare una possibile realizzazione. Ma poi, improvvisamente, ogni speranza è resa vana: l’amore perduto della ragazza, l’uomo che un anno prima le aveva promesso di sposarla, ricompare ora nella sua vita ponendo fine alla lunga attesa. Al sognatore non resta che assistere alla felicità altrui, impotente dinanzi ad una realtà che sembra prendersi gioco delle sue illusioni. E se la vita reale impone violentemente la sua logica frustrando le aspettative dell’uomo, i sogni d’altra parte perdono ogni potere consolatorio. Una volta tornato nella sua tana, le cose un tempo care alla sua fantasia appaiono sbiadite, invecchiate, prive di attrattiva. Ciò che rimane allora, nella prospettiva desolante di un avvenire senza luce, è la dimensione, seppur evanescente, del ricordo:
«Dio mio! Un attimo intero di beatitudine! È forse poco, foss’anche in tutta la vita di un uomo?...» (p. 720)

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