Grandi Riflessi – Erasmo da Rotterdam: L’Elogio della follia

Titolo italiano: Elogio della follia
Titolo originale: Stultitiæ Laus (latino) o Morias Enkomion (greco)
Autore: Erasmo da Rotterdam
Prima edizione: 1511
Edizione usata per la recensione: Mursia 1985 (1966), a cura di N. Petruzzellis

La gente, come cantava De Andrè, dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio: Erasmo da Rotterdam, intellettuale eminentissimo della sua epoca, preferisce dare cattivi consigli. Ascoltando predicare sulla vita perfetta e felice coloro che «si sono addentrati nello studio della filosofia» ma che sono «diventati vecchi ancor prima di essere stati veramente giovani e ciò perché le preoccupazioni e il continuo lavorio mentale logorano infine le capacità del loro intelletto e inaridiscono la loro linfa vitale» (XV, pag. 42), a ognuno di noi è capitato di pensare che l’esistenza raccomandata da costoro sarà pure serena (forse) e di completa consapevolezza, ma anche più noiosa. Per non parlare di quei savi pessimisti che elencano con dovizia motivi per cui dobbiamo preoccuparci e tormentarci: invero, non ne mancano mai. E allora come si potrebbe essere felici? Ma con un po’ di Follia, ovviamente, perché «la vita è più bella quando non si ragiona» (XII, pag. 39).

Certamente, sarebbe da folli prendere alla lettera le parole della Follia. Della Follia, scrivo, perché a pronunciarle così nette e satireggianti non è Erasmo, ma la Follia stessa che pronuncia un’orazione di stampo classico in difesa di se stessa, con una prosopopea che si protrae per l’intera operetta. Il gioco è palese: i suoi argomenti non sono da prendere sul serio, ma anche sì. Tutto il testo è sul filo sull’ambiguità, come ben si addice al soggetto.
Tanto per cominciare, possiamo leggere l’Elogio come una di quelle opere di origine sofistica in cui l’autore prendeva gusto a difendere, con piglio serioso, ciò che i più disprezzavano, come nel caso dell’Elogio della calvizie di Sinesio di Cirene, che rispondeva a un Elogio della capigliatura. Godremo allora del rovesciamento dei luoghi comuni della saggezza, degli artifici e degli equilibrismi retorici di Erasmo per mettere insieme una argomentazione serrata ed efficace. I continui richiami agli dei pagani da parte di un autore cristianissimo sono un chiaro indizio della natura artificiosa e leggera dell’opera, oltre che della sua matrice rinascimentale.

Tuttavia, se concluso l’Elogio della calvizie nessuno corre dal barbiere per una tosatura definitiva, alla fine dell’opera di Erasmo ci viene il dubbio che la Follia non abbia proprio tutti i torti nella sua autodifesa, quando porta come tesi cruciale «d’essere l’unica che con la sua potenza metta di buon umore gli dei e gli uomini» (I, pag. 29). Se, infatti, il tono della prima parte dell’opera è divertente e scorrevole, presentandosi come un lungo e spiritoso elenco dei preziosissimi doni che la Follia offre all’umanità, dall’amore (cos’ha di tanto eccezionale chi amiamo?) alla giovinezza (che coincide con la poco savia spensieratezza), dall’amicizia (come potremmo senza lei dimenticare i difetti degli amici?) alla vita stessa (chi mai vorrebbe un figlio, considerati i grattacapi che ne derivano?), farcito di esempi e prove “inconfutabili” di quanto la follia sia superiore alla saggezza e alla razionalità (del resto appare chiaro se si considera che quest’ultima è confinata in una porzione piccola e periferica del corpo, cioè il cervello), gli ultimi paragrafi sono più seri. Lo scopo di Erasmo, infatti, non è solo divertire e incuriosire, ma anche indurci a riflettere.

Se ci calassimo nella parte del pedante criticone, «misero, triste, d’umor floscio, insopportabile e di peso a se stesso non meno che altri altri, pallido, emaciato, debole, cisposo, vecchio e canuto anzitempo» (XXXV,pag. 75), avremmo buon gioco a notare incongruenze nello sviluppo dell’argomentazione della Follia, che a ben vedere è basata sull’ambiguità del termine. È vero che i “troppo savi” sono infelici, ma solo perché non sono veramente “savi”: il vero saggio è anche folle. Circa a metà opera, infatti, l’oratrice si rende conto che, sedotto oramai il lettore, può chiarire meglio il suo punto di vista: i suoi protetti non sono coloro che sono posseduti dalla “pazzia furiosa”, perché questa è «inviata sulla terra dalle Furie vendicatrici, ogni volta che scatenano i loro serpenti e fanno sorgere nel cuore degli uomini la follia omicida della guerra, o un’inestinguibile avidità, o il parricidio, l’incesto, il sacrilegio, o altri peccati simili»; come propria, l’oratrice rivendica unicamente quella forma di lieve follia che «libera l’uomo d’ogni cura e preoccupazione» (XXXVI, 75-76). In tal senso, la posizione di Erasmo è affine a quella di molti intellettuali rinascimentali e si inserisce profondamente nella sua morale cristiana, in quanto la religione in generale e cristiana in particolare è presentata come una forma di “follia”, la “follia della Croce”: con la razionalità non si può certo accettare il messaggio evangelico (idea, questa, che ironicamente è condivisa da molti atei!).

Con questo non si pensi che la lettura dell’Elogio sia di stampo religioso o interna al dibattito cinquecentesco: è godibilissima anche per un laico ed un contemporaneo, non per nulla rimane probabilmente la più celebre, e più tuttora tradotta, opera scritta in latino del XVI secolo. Il messaggio è fuori dal tempo: la saggezza non è da rifiutare, ma rimane sterile senza il germe della follia, che consiste in fondo nell’osare. Steve Jobs, quando esortava ad essere folli (lui che lo è stato, ma con grande, “vera” saggezza) non avrebbe potuto che sottoscrivere.

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