Grandi Riflessi – Buzzati: La boutique del mistero

 

Dino Buzzati

 

Titolo: La boutique del mistero

Autore: Dino Buzzati

Prima edizione: 1968

Edizione usata per la recensione: Mondadori, 1996

Dino Buzzati nasce nel 1906 a San Pellegrino, nella villa di famiglia. Qui trascorre le vacanze e impara ad amare le montagne, facendo escursioni nelle vicine Dolomiti. Vive a Milano, studia presso il liceo Parini e nella stessa città si laurea in giurisprudenza. Nel 1928 entra come praticante addetto alla cronaca al Corriere della Sera, di cui diventa in seguito redattore e inviato. Accanto all’attività di scrittore e giornalista, Buzzati affianca la passione per la pittura e il teatro. Muore a Milano nel 1972. La boutique del mistero viene pubblicato nel 1968; alle spalle aveva già Barnabò delle montagne (1933), Il segreto del bosco vecchio (1935), Il deserto dei Tartari (1940), La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945) e nel 1958 ha vinto il Premio Strega con Sessanta racconti.

La boutique del mistero si compone di 31 racconti brevi che secondo lo stesso Buzzati dovrebbero rappresentare il meglio del suo lavoro. Il termine “boutique” probabilmente allude proprio a un negozio raffinato dove trovare “articoli” di lusso. I temi prediletti da Buzzati sono l’angoscia, la paura della morte, del misterioso e di ciò che trascende l’uomo. Tutto ciò si avverte ad esempio nel racconto “Sette piani”, dove si narra la vicenda di Giuseppe Corte, che per una “leggerissima forma incipiente” si ricovera presso una nota casa di cura: “Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alberi” (pag. 25). Corte capisce che il sanatorio è strutturato in modo che le persone meno ammalate stiano ai piani più alti dell’edificio mentre quelli in condizioni peggiori stiano ai piani più bassi; lui viene messo “in una gaia camera del settimo ed ultimo piano” (pag. 25) dalla quale comincia una lenta discesa; all’inizio, a causa di alcune coincidenze, viene spostato per futili motivi non legati alla sua salute ma non riesce a risalire perché, parallelamente, anche la sua malattia si aggrava e così arriva al primo piano dove ci sono i moribondi. L’autore chiude il racconto con il protagonista che: “Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente chiudendo il passo alla luce” (pag. 42).

Ne “Il mantello” Buzzati parla di un soldato che torna a casa dopo essere stato in guerra due anni; ad accoglierlo ci sono la madre e i due fratelli minori, ma lui sembra avere fretta e non vuole sfilarsi il mantello che indossa perché fuori, ad attenderlo, c’è “una figura che camminava su e giù lentamente; era tutta intabarrata e dava sensazione di nero” (pag. 59). La madre, dopo la gioia iniziale, si preoccupa per il comportamento del figlio e non viene rassicurata dalla vista di quella strana persona che lo accompagna e che non vuole entrare in casa nemmeno per un bicchiere di vino. Gli angusti presagi della donna sono confermati dal figlio minore che, alzando un lembo del mantello di quella figura, vede del sangue. Il soldato dopo poco riparte: “Era già alla porta. Uscì come portato dal vento. Attraversò l’orto quasi di corsa, aprì il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo grigio, non già verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne” (pag. 63). Il lettore si trova quasi disorientato e non riesce bene a comprendere se questo figlio sia veramente tornato a casa della madre o se invece si tratti di un sogno, ma il messaggio è chiaro: l’amore e la fede sono in grado di andare oltre le leggi fisiche.

Ancora, in “Il tiranno malato” Buzzati racconta di un mastino, Tronk, che da anni domina sugli altri cani del quartiere, tra cui il volpino Leo o il cane lupo Panzer. Anche per Tronk giunge però il momento della fine: “Ma per il satrapo, il sire, il titano, il corazziere, il re, il mastodonte, il ciclope, il Sansone non esistono più le torri di alluminio e malachite, né il quadrimotore in partenza per Aiderabad che sorvola rombando il centro urbano, né esiste la musica trionfale del crepuscolo che si espande pur nei tetri cortili, nelle fosse ignominiose delle carceri, nei soffocanti cessi incrostati d’ammoniaca” (pag. 151). Leo e gli altri cani allora lo aggrediscono, ma prima di ucciderlo sono assaliti dalla paura e quindi scelgono di lasciarlo morire da solo. Ritorna così il tema del contrasto tra l’energia della natura e il suo stesso svilimento quando la vecchiaia e la malattia si fanno prossime. Buzzati indaga il mistero della vita, scavando oltre le apparenze per tentare di decifrare la vera natura dell’animo umano.

In “La giacca stregata” l’autore narra di un uomo che si fa confezionare un vestito da un vecchio e sgradevole sarto. La giacca del completo pettinato grigio ha la particolarità di produrre soldi facendoli spuntare dalla tasca come un bancomat impazzito e in una sola notte produce 58 milioni di vecchie lire. Ma ogni volta che l’uomo li spende succede qualcosa di atroce. Nonostante ciò, l’uomo continua ad abusarne fino a quando non decide di bruciare la giacca, ma è troppo tardi… L’autore sembra farci riflettere sul valore del denaro, soprattutto su quello guadagnato facilmente.

“La Torre Eiffel” è il racconto della conquista del cielo da parte di André, un bravo operaio meccanico: “Avremmo continuato a bullonare le travi di acciaio, sempre più in su, e dopo di noi avrebbero continuato i nostri figli, e nessuno dalla piatta città di Parigi avrebbe saputo, lo squallido mondo non avrebbe capito mai” (pag. 223).

“La ragazza che precipita” è la caduta dei sogni. La storia di Marta che si lancia da un grattacielo e nel suo volo, visto al rallentatore, incontra gli inquilini dei diversi piani. Prima la invitano per un drink, poi la esortano a fermarsi perché ha tutta la vita davanti, ma lei continua dicendo che qualcuno l’ aspetta. In ultimo, una coppia dei piani bassi la vede passare come una stella cometa ma non sente il tonfo a terra.

Buzzati utilizza un linguaggio semplice e immediato così come i suoi racconti sembrano caratterizzati da una serie di istantanee. La grande protagonista di questi racconti è la quotidianità vista in un gioco di chiaro scuro che ben si presta a rompere il piano dell’ordinario, nelle cui crepe si insinua lo straordinario che più ha a che fare con l’enigma esistenziale. In tale clima l’autore raggiuge l’assurdo e il non decifrabile attraverso la rottura delle logiche di causa – effetto e delle leggi naturali.

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