Giveaway – The look

GIVEAWAY


THE LOOK

COME SI VINCE?
Basta rispondere alla domanda sotto riportata entro lunedì 3 giugno alle ore 21 rispondendo sotto questo post.
La redazione sceglierà il vincitore tra i partecipanti, individuando chi ha formulato il post più originale e attinente alla richiesta (il giudizio è insindacabile). Dopo che avremo verificato l’iscrizione alla nostra newsletter, a questi sarà attribuita una copia del romanzo “The look” di Sophia Bennett– PIEMME Freeway.

* I libri in palio sono messi a disposizione dall’editore in forma di omaggio secondo la normativa prevista dal dpr 633 del 1972 che regolamenta i concorsi.

LASCIATEVI ISPIRARE DALLA FRASE:

“La gente di solito si ammutolisce a sentire parlare di cancro. Devo ricordarmelo. Non è male come sistema per chiudere una conversazione”.

QUALI PENSIERI E SENSAZIONI VI SUSCITA?

 

LA TRAMA DEL LIBRO

Ted è altissima e particolare, con sopracciglia assurde che sembrano un bruco piazzato in mezzo alla fronte. La bella di famiglia è invece sua sorella Ava, affascinante come una star del cinema.
Per questo, quando un’agenzia di modelle la nota, Ted non riesce a crederci. Nello stesso tempo, non riesce nemmeno a credere che Ava sia gravemente malata.
All’improvviso, in un mondo che non ha più nessuna certezza da offrire, Ted si troverà a scegliere tra fama e famiglia. Dalle passerelle della Londra Fashion Week ai casting a Manhattan…riuscirà Ted a essere una supermodella e una supersorella?

L’AUTORE
Sophia Bennet Vive a Londra. Il suo sogno era diventare scrittrice. È sempre stata affascinata dai ragazzi che uniscono talento e impegno nel raggiungere i propri obiettivi. Per Piemme ha pubblicato anche Un sogno su misura, Un sogno su misura. Sfilare o rinunciare? e The Look.

INFO:

http://www.edizpiemme.it/libri/the-look

E IL VINCITORE E’… 

MARIA  

(1 giugno 13:35)

Il vincitore è pregato di contattare la redazione all’indirizzo concorso@gliamantideilibri.it entro e non oltre giovedì 6 giugno.

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  • Chiara B.

    In effetti non è uno dei migliori argomenti di conversazione, questo perchè al giorno d’oggi, nel nostro mondo immerso nelle false apparenze dell’essere sempre perfetti e impeccabili, dove tutti sono di fretta, è difficile trovare delle parole “false” da spendere su un argomento così delicato, a meno di non essere direttamente coinvolti.
    Posti di fronte al probblema, alla malattia altrui, ci vengono i brividi: sia per l’orrore che i pregiudizi sulla malattia ci suscita, sia perchè, tantissime volte ci troviamo a pensare “e adesso come devo rispondere”?
    Non è un argomento che si può liquidare con le solite frasi fatte, perciò, onde evitare clamorose figure da perfetti ignoranti e maleducati, di fronte a queste crude realtà, la maggior parte delle persone preferisce scappare.

  • http://francescaghiribelli.blogspot.com/ Francesca Ghiribelli

    E’ un argomento che sempre più spesso purtroppo è all’ordine del giorno.
    Credo infatti che la maggior parte della gente diventi sempre più ipocondriaca, così appena sente nominare anche solo quella parola si sente indifesa, messa davanti alla morte,e prova un forte senso di disperazione e di senso d’abbandono della vita. Ma trovo molto coraggioso e ironico da parte della protagonista del libro cercare di sdrammatizzare affermando che quando vuoi evitare di parlare con qualcuno o magari interrompere una conversazione poco piacevole, questo argomento sia davvero efficace e ‘indolore’ per tagliare il dialogo.
    Credo fermamente che sia sempre meglio affrontare ogni difficile episodio della vita, anche il più tragico con quel sano coraggio e quell’ultimo respiro di voglia di vivere al meglio,anzi dovremmo riuscire a farlo tutti, godendoci ogni giorno come se fosse l’ultimo della nostra esistenza, senza dare peso a piccoli e inutili problemi che spesso ci sembrano insormontabili.Dovremmo semplicemente voltarci indietro e capire cosa è veramente importante.

  • maria

    quando avemmo la notizia che mio zio aveva il cancro, e anche in uno stato avanzato, nella mia casa cadde il silenzio più acuto che io abbia mai udito.Dal giorno successivo alla notizia, nessun silenzio ma solo un corricorri tra ospedali, analisi, preghiere fino alle ultime e strazianti urla di mia zia. oramai non c’era più mio zio: la sua anima benedetta era volata altrove. E di lui resteranno le risate, i momenti felici, le sue conversazioni amichevoli, gli abbracci. Tutto tranne il silenzio. Del cancro si deve parlare: si deve farlo per prevenire, per curare, per star meglio, per lottare, per sconfiggerlo. Ma si deve fare sopratutto per dar forza a tutte quelle persone che quando apprendono di averlo, si abbattono, si chiudono in se stesse. In un silenzio straziante fino all’ultimo respiro.

  • Stefania C.

    E’ vero, spesso alla parola cancro rimaniamo senza parole, non sappiamo nè cosa dire nè come comportarci. Questo perchè ne abbiamo paura e non nominandolo si pensa che lo si possa allontanare da noi, che a noi e alla nostra famiglia non riguardi.
    Il cancro fa paura e crea imbarazzo. Spesso non lo si nomina concretamente ma si allude al male incurabile, senza scendere in dettaglio. Forse così si pensa di esorcizzarlo e di non renderlo reale ed invece se ne dovrebbe parlare per fare prevenzione, per eliminare tutte quelle cause che spesso potrebbero portare al cancro e poi alla morte.

    Mio zio però non fumava, conduceva una vita serena e tranquilla, era in pensione da pochi mesi ma non è riuscito a godersela, nè a vedere crescere suo figlio. Non andrà al suo matrimonio, non vedrà i suoi figli nascere e allora ti chiedi perchè … era così giovane …

    E’ difficile parlarne come è difficile viverlo sulla propria pelle o vedere qualcuno che lo sta combattendo. Dobbiamo comunque evitare di dire che non esiste e raccoglierci intorno a chi lo sta combattendo… e lo dovrà vincere!!

  • http://Mr.Ink-Diariodiunadipendenza Mr. Ink

    Cancro. Una parola che ci fa ammutolire, che ci spezza la voce in gola e il cuore in petto. La malattia fa paura e fa paura parlare con una persona malata. Viene spontaneo voler condividere un po’ del suo dolore, ma il timore di risultare banali, stupidi o vuoti, talvolta è ancora più grande dell’altruismo stesso. Si ci sente semplicemente inadeguati, inermi. Soprattutto se il malato è un adolescente, fuggiamo via. Evitiamo il suo sguardo o le conversazioni più dolorose che, a un tratto, diventano imbarazzanti. La morte non dovrebbe colpire i più giovani. E’ un peccato mortale morire a 18 anni… impensabile.

  • Maria Antonietta

    Oh! ricordo bene il mattino in cui lo seppi.
    Una telefonata insolita per l’ora, per il tono, per l’interlocutore.
    “Ho bisogno di parlarti. Potresti uscire un momento? Sono qui, in portineria”
    Mio cognato chiedeva di parlarmi, alle undici di mattina…?
    “Vieni su in ufficio” risposi.
    E poi lo vidi.
    E cominciò a piangere.
    Il resto è storia comune a molti. Stupore, sofferenza, condivisione, pianto, ricordo.
    Sono passati tanti anni e il ricordo di quei giorni di sofferenza hanno segnato me, la mia famiglia, il mio modo di approcciare una malattia che, spesso, è una condanna a morte.
    Alcune volte, per fortuna adesso sempre di più, è un’esperienza di cui ci di ricorda e se ne parla.
    E se qualcuno cambia discorso? Sorrido e gli auguro di non doverne mai parlare….

  • Marosa61

    Anchio ammutolisco…anche leggere il vostro titolo mi ha fatta ammutolire,ho sentito subito il cuore in gola, l’ansia che sale,il pensiero che corre alle tante persone di cui ho sentito e sento ogni giorno le storie.
    Non posso fare a meno di pensare e tutte le persone più care,non posso smettere di pensare che potrebbe capitare anche a me,o appunto a qualcuno di loro: ma sarò in grado di affrontare la situazione?Sarò in grado di gestire le mie emozioni e le mie ansie per avere cura della persona ammalata?Come reagirò se dovesse toccare a me?
    E allora si è vero anche io non voglio parlarne,anche io sono angosciata da questa idea!
    Ma poi penso che se malauguratamente mi dovesse toccare,spero di riuscire a mettere in campo tutte le mie energie per superare la mia vulnerabilitá e poter essere vicina a chi ne dovesse avere bisogno!
    P

  • http://www.flickr.com/photos/rossellaman64 Rossella

    “Ha il cancro”.
    E solo in quel momento ti accorgi delle cose belle che non potrai più fare, delle persone che non potrai più vedere, di un’esistenza che non potrai più portare avanti e che tutto è in discesa. Quindi in quell’attimo in cui il medico ti parla, ti immobilizzi, non ci sono parole che riesci a tirar fuori nella confusione sconvolta dei pensieri e come prima reazione dopo il silenzio è la rabbia a venir fuori, il non è giusto che chiede di pareggiare i conti, poi l’abbandono, il lasciarsi andare, il cedere all’inevitabile che non dà soluzioni, “se è così allora non vale la pena di…” ma è sempre la vita a risollevarsi e quindi ti ritrovi a essere superattiva fino all’ultimo tanto da suscitare ammirazione negli altri. Forse lo fai perché non vuoi far soffrire gli altri, ma alla fine è per darti un senso ultimo. Allora tutti continuano a starti vicino, perché non vedono il problema nascosto dietro la tua apparente gioia di vivere.
    Però c’è anche l’attimo in cui tu hai bisogno di parlare, di essere confortata, supportata, e questo è subito dopo aver preso coscienza di quello che ti sta accadendo, perché devi metabolizzare il colpo, e così dici “Ho il cancro”. C’è il gelo, le reazioni sono diverse, però.
    “Ho il cancro”, lo dici al tuo capo, per il quale ti sei spesa fino a quel momento tralasciando la famiglia, per senso di dovere e lealtà, che dopo un “mi dispiace” inizia a pensare a un annuncio per la ricerca di nuovo personale e ti congeda perché subito dopo ha un altro impegno, un appuntamento di lavoro.
    “Ho il cancro” lo dici al marito che forse ti stringe o forse scappa lasciandoti con la scusa di un “è troppo doloroso per me vederti soffrire”.
    “Ho il cancro” lo dici all’amico del cuore, che sta zitto, mentre parli le sue lacrime cadono lente poi si alza e scaraventa tutto all’aria ma anche senza parole rimane lì, vicino a te, fino all’ultimo istante, presente, forte, confortante.
    “Ho il cancro”, stai per dire all’unica persona che sai che non ti abbandonerà mai: tua madre. Ma poi la guardi dietro il bianco dei capelli e i solchi che riempiono il suo viso e rispondi al suo “Come stai?”, con un semplice “Bene, sì, tutto bene grazie” stringendole la mano (ma sai che lei sa che non è così perché le mamme sanno prima delle parole ma sono capaci anche di aspettare).
    “Ho il cancro”, non lo riesci a dire nemmeno ai tuoi figli e quindi rimani in silenzio dietro uno splendido sorriso.
    Dentro di te questa parola la senti ripetuta una cento mille volte quando, nel silenzio solitario della notte, l’incubo si fa più rumoroso.
    Si sa, nella morte si è necessariamente soli.

  • Valentina Benvenuti

    Il silenzio è lo stigma più rumoroso.
    Quello che sfonda i timpani (e il cuore) senza produrre suono, nel quale si rischia di annegare pur essendo arido.
    Il silenzio è un paradosso letale. Ed il margine di probabilità di uccisione del malato contro il quale lo scagliamo è più alto di quello della malattia stessa.
    Se la persona che semina silenzio si rendesse conto del fatto che la propria condotta lo renda spaventosamente simile al germe, al batterio, al morbo, al cancro da cui rifugge.. Molto probabilmente seppellirebbe il suo silenzio sotto una coltre di parole d’amore.

  • Nicola

    Le parole “cancro” e “tumore” oggi terrotizzano ancora, nonostante ormai in ogni famiglia si possono contare casi più o meno vicini. A tal proposito sono rimasto un po’ interdetto, ma anche inconscientemente tranquillo, quando l’esame istologico ha rivelato un linfoma non Hogdkins. Questo suffisso (-oma) il più delle volte lascia intendere un tumore, una parola che i medici stessi usano sempre di meno. Con gli altri quando parlo di linfoma sembra essere recepito come un semplice mal di testa o malattie diffuse e ordinarie. Quando spiego che trattasi di tumore (anche se poco aggressivo, ma molto resistente) cambia il tono dell’interlocutore: diventa compassionevole, preoccupato, timoroso con senso di colpa per aver commesso una gaffe, lascia spazio alla drammaticità della malattia trascurando anche gli aspetti goliardici che fino ad un minuto prima si stavano trattando. E’ anche vero che proprio la maggiore conoscenza di tali malattie dovute alla casistica nelle famiglie porta anche ad una condivisione di esperienze spesso positive e ciò porta ad affrontare tutte le fasi dei vari protocolli con maggiore consapevolezza ma spesso con tranquillità d’animo e con fiducia nei medici, nella Ricerca e nelle tecnologie sempre più avanzate.
    Il cambio di tono, da discorsivo a preoccupato o compassionevole, se dapprima può dare fastidio, dopo impari ad apprezzarlo perchè significa vicinanza, amicizia, affetto e sostegno in un periodo molto delicato.

  • Gianluca D. T.

    La frase mi ha subito fatto pensare ad una grande opera letteraria e teatrale, “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello in cui il protagonista, malato appunto di cancro, riesce a trattare con arguzia e sarcasmo il tema tanto delicato, indagando al tempo stesso sul mistero della vita e sulla sua essenza.

    Un colloquio tra l’uomo, condannato a morire a breve proprio per questo “fiore in bocca” e un avventore del bar che, appunto, alla parola cancro ammutolisce tanto che il dialogo diventa monologo.

    Voglio condividere con voi un breve estratto dell’opera che sintetizza l’essenza del dramma stesso e ci fa capire quanto sia oggi attuale.

    “« Venga … le faccio vedere una cosa… Guardi, qua, sotto questo baffo … qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma …

    La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: – «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!» “

  • faby

    Io posso raccontare la mia esperienza personale: in effetti non è facile parlare con qualcuno di una malattia, qualsiasi essa sia. Quando purtroppo mia nonna non ha superato questo terribile cancro e dopo la sua morte mi sfogavo e raccontavo come ha lottato,come è andata avanti e come ci ha lasciato, tutti sono rimasti ammutoliti. Chiusi in un silenzio che non può colmare il vuoto terribile che ci ha sopraffatto, soprattutto perchè la sua morte è stata improvvisa. Ora però capendo che cosa si prova cerco sempre di dare conforto a quelle persone che vivono quello che ho passato io

  • Claudia

    A volte le parole non sono sufficienti. Non esiste una parola per esprimere insieme paura, dolore, tristezza, rassegnazione, coraggio, forza di volontà, morte e vita. E allora quando le parole non bastano o non esistono non si può far altro che rimanere in silenzio.

  • Roberta

    Quando parli di cancro, del tuo cancro, diventi un cittadino per il quale la vita pubblica e’ inaccessibile, rimosso dalla quotidianita’ lavorativa, politica, economica, culturale.
    Sei un uomo per il quale di colpo e’ tutto troppo veloce e troppo competitivo, escluso dal gioco in cui giocano i duri, destinato alle organizzazioni dell’assistenza e previdenza.
    Gli altri, quando vengono a saperlo, ti immagineranno esanime su un letto di ferro, con un logoro pigiama a righe, con minore mobilita’.
    E’ per questo che non lo dico a molti, ma solo alle persone piu’ care, per evitare quel silenzio e quell’aria di commiserazione negli occhi dell’altro.
    C.

  • Lu

    Magari per chiudere la conversazione con quelle persone che ammutoliscono solo perchè provano pietà e pensano: meglio a lei che a me. Rare invece sono le persone che comprendono e sdrammatizzano, non per sminuire ma per colorare la coltre nera che ricopre la vita quando si presenta la malattia.

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