Fiumi – Martin Michael Driessen

Titolo: Fiumi
Autore: Martin Michael Driessen
Data di pubbl.: 2020
Casa Editrice: Del Vecchio editore
Genere: narrativa contemporanea, Racconti
Traduttore: Stefano Musilli
Pagine: 170
Prezzo: € 15,00

Un attore schiavo dell’alcol decide di risalire in canoa, da solo, il fiume Aisne, affluente di sinistra dell’Oise. Nella valle solcata dall’Aisne furono combattute tre famose battaglie della prima guerra mondiale (settembre 1914, aprile-maggio 1917, maggio-giugno 1918). Anche l’attempato attore sta conducendo la sua personale battaglia, per la precisione contro una bottiglia di whisky.

Può darsi che la bottiglia nello zaino sia l’ultima in assoluto. Metti che ti decida sul serio. Matrimonio salvo, rispetto filiale ripristinato, carriera alla Monnaie stabilizzata. Per i prossimi dieci anni dimostreresti dieci anni di meno; chissà che non ti capiti pure l’occasione di interpretare Amleto.

Ripulirsi, disintossicarsi, cambiare vita. La trasformazione è possibile. Tuttavia, la corrente gioca brutti scherzi e restituisce il Famous Grouse intatto, qualche chilometro dopo, quando l’attore si è accampato su una sponda fangosa per passare la notte sotto una tenda. Il cielo su di lui promette pioggia. È una vecchia storia. Il destino ridicolizza le umane speranze. Il filo spinato sulla riva, una ventina di vacche al pascolo impertinenti e curiose, i fari di un’auto ad illuminare il terreno, la voce magnetica di un fattore che intima di allontanarsi dalla sua proprietà, una giovenca bianca con la testa nera più cocciuta delle altre, la contesa con Tétine a colpi di bottiglia (quella bottiglia), lo scivolamento dell’animale lungo l’argine limaccioso, l’irruzione inaspettata della figlia del fattore, il fianco squarciato, la testa sott’acqua, la fuga precipitosa.

La corrente accelerò. Lui capì che non c’era più niente da fare e mise la pagaia in orizzontale. La punta della canoa penetrò nella massa di schiuma bianca; vi fu un urto, l’imbarcazione ruotò su se stessa come per mano degli spiriti e si capovolse. Il fiume non era freddo, e sott’acqua regnava la quiete. Questa è la mia fine, pensò lui, ma non devo vergognarmene; non c’è nessuno che mi veda, sono solo. Solo per sempre, ancor più che in scena.

Fleuve Sauvage è il primo dei tre racconti che compongono Fiumi di Martin Michael Driessen, pubblicati in Italia dalla casa editrice Del Vecchio. Come scrive nella nota finale il traduttore Stefano Musilli, “la voce dell’autore somiglia all’Aisne di Flueve Savage: un fiume sinuoso e pacifico che conduce chi lo solca tra paesaggi mutevolissimi e verso esiti imprevisti; ora crudi, ora luminosi, ora dolceamari”. Il lettore di Driessen è invitato a lasciarsi cullare dal ritmo della scrittura. È infatti nella cura del ritmo, nel naturale fluire di eventi tessuti con attenzione e saggezza creativa, nella perfetta resa di personaggi ironicamente incastrati nell’ineluttabilità delle proprie stesse azioni, che la scrittura dell’autore olandese si fa grande, trascinante, evocativa. Il sostrato metaforico e simbolico delle storie di Driessen è espressione di un florilegio inventivo potente. Le vicende narrate trascendono il privato per toccare istanze universali, la fragilità delle maschere sociali, la provvisorietà delle convinzioni, la stoltezza dei rapporti umani, l’imperscrutabilità del caso.

Nel secondo racconto, Il viaggio per la Luna, ambientato in Franconia, incontriamo Julius e Konrad, due ragazzi di differente condizione sociale, uniti da un legame invisibile. Julius è il figlio del possidente locale, Durlacher, proprietario di boschi fitti di alberi dal legno prezioso. Konrad, bravissimo nel governare con l’asta la fluitazione dei tronchi, aspira mettere i piedi un giorno su una zattera e risalire così il Rodack, il Meno, il Reno, alla volta dell’Olanda.

Konrad voleva essere uno di loro. Voleva salire anche lui su quelle immense isole galleggianti che discendevano il Reno, più grandi di qualsiasi nave, assemblate in maniera tale da poter seguire i meandri del fiume come enormi serpenti di legno primordiali. Voleva vedere le ricche città olandesi, che di fatto erano costruite sui loro boschi, perché quelle fiere facciate a volta e a scalini e quelle torri di mattoni poggiavano su una foresta sotterranea di alberi giunti lì dalla Franconia. Ma Durlacher non glielo permetteva.

Driessen traccia le vite parallele del liceale favorito dalla sorte e del povero, volenteroso aiutante incantato dai romanzi di Jules Verne (gli unici che possiede), esistenze incompatibili, a tratti vicine, sempre separate dalla differenza di classe e da un’impercettibile iato di inviolabile intimità. Lo sguardo si allarga agli eventi storici. Il ristretto orizzonte di Wallreuth, il minuscolo borgo natio, crolla sotto il peso di una modernità ferina. Julius va in guerra, i fiumi cari a Konrad sono invasi da imbarcazioni a motore con cui le zattere tentano di competere, invano. Il ricco Julius tiene stretto a sé Konrad, lo assume nella ditta ereditata dal padre. L’età corre celando muti segreti. I ragazzi diventano uomini, si separano. La Germania intanto cambia pelle e anima. Julius si sposa con una nobile ereditiera, divorzia e si scopre ebreo. Konrad, esiliato dai fiumi, è costretto a lavorare in segheria. I due, quarantenni sradicati dal tempo che fu, si ritrovano un’ultima volta, inseguiti dalla marea nera dell’intolleranza. La risalita del Reno in zattera verso l’Olanda è l’avventura comune che Julius, mosso da un impronunciabile desiderio di prossimità fisica all’amico, sognava fin da ragazzino. La rivelazione si nasconde sotto il pelo dell’acqua e non emerge mai.

Arrivò l’ultimo giorno di viaggio. Le nuvole a est dietro di loro sembravano pennoni infiammati dal sol levante. La zattera ruotò lentamente sul suo asse mentre si avvicinava al mare aperto, trascinata dalla corrente regolare. Konrad e Julius, seduti sulla cassa schiena contro schiena, con l’asta in verticale come un albero senza vele, videro scorrere in sequenza l’aurora, l’occidente buio e tutti i punti cardinali: campi di rape già colte, strade, banchine, fabbriche e gru: un vortice di terra senza amore.

Riferimenti al mito classico, immagini dal respiro epico, arcaismi e anacronismi… Driessen è un autore inattuale che non concede nulla alle mode. Nelle sue opere lo scrittore olandese estrae motivi eterni da un tempo sospeso. Il terzo racconto, Pierre e Adèle, è la lirica esposizione della secolare disamistade tra due famiglie divise da un innocuo torrente, il cui corso, sensibile alle piogge, altera capricciosamente la linea di confine. Nella faida tra i Corbé, ugonotti, e i Chrétien, cattolici, è trasfigurata la regola malata di ogni inimicizia, odio, rivalità. La sfera privata riflette quella pubblica, l’ostilità mondiale tra popoli e nazioni. L’operato del notaio ebreo Eduard Salomon, ansioso di pacificare il conflitto con strumenti “illuministici”, esemplifica i limiti del diritto e, più radicalmente, della ragione umana a fronte della ruvida concretezza delle situazioni. Inguaribili solitudini e silenziose sofferenze marchiano a fuoco i protagonisti, intrappolati in una rete di ripicche meschine. Finché la casuale scoperta di una cappella di epoca altomedievale di inestimabile valore scombussola gli equilibri basati sul reciproco terrore. Poco prima, le astrazioni di Salomon avevano prodotto una soluzione all’apparenza inscalfibile: Pierre Corbé, triste scapolo di provincia, e Adèle Chrétien, maritata al violento Corentin Berthou, avevano scambiato le proprie terre. Il protestante assapora la ricchezza, i cattolici masticano l’amara radice della beffa.

Uno strato di petrolio fetido attraversò la valle, snodandosi tra le colline buie alla maniera di un nastro iridescente. Il Relais de Routier era lì vicino al ponte, ottuso e senza vita come sempre. Ora bisogna che mi concentri, si disse Berthou. Per quanto tempo brucia il petrolio? Non è il momento di commettere errori. Non gli darò fuoco subito. A che velocità scorre questo diavolo di torrente? Accese la sua ultima sigaretta, gettò il pacchetto vuoto nell’acqua e lo seguì con gli occhi. Diciamo tre chilometri all’ora o giù di lì.

Un cigno chiamato a testimoniare un’impresa impossibile, un ingorgo imprevisto di tronchi, il volo dei calabroni o quello a bassa quota di aerei militari: nei racconti di Driessen sono disseminati dettagli che si impongono come segni da decifrare. L’increspatura diviene onda, la scrittura esplode, ogni certezza è travolta.

1

Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?