Dei nostri fratelli feriti – Joseph Andras

Titolo: Dei nostri fratelli feriti
Autore: Joseph Andras
Data di pubbl.: 2017
Casa Editrice: Fazi editore
Genere: Romanzo, romanzo -biografia
Traduttore: Antonella Conti
Pagine: 140
Prezzo: € 16,00

“L’operaio comunista francese da poco ghigliottinato in Algeria per aver posto una bomba (scoperta prima che esplodesse) nello spogliatoio di una fabbrica, è stato condannato sia per il suo gesto, sia per l’aria che tira di questi tempi. Nell’attuale clima algerino si è voluto dimostrare all’opinione araba che la ghigliottina è fatta anche per i francesi, e al tempo stesso dare soddisfazione all’opinione francese indignata dai crimini terroristici”. È una citazione tratta dal pamphlet Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus. L’esecuzione avviene l’11 Febbraio 1957 presso la prigione di Barberousse. L’operaio giustiziato è Fernand Iveton. Dei nostri fratelli feriti del trentatrenne scrittore francese Joseph Andras, tradotto in Italia da Fazi Editore, è un romanzo che ne ripercorre la storia: l’arresto, il processo, i momenti finali della sua vita. L’autore, residente a Le Havre, ha vinto nel 2016 il prix Goncourt come migliore esordio dell’anno, salvo, poi, rifiutare il premio. L’essenziale natura competitiva del concorso, ha dichiarato Andras, non sarebbe compatibile con la creazione letteraria e con la rivendicazione disinteressata di valori di impegno civile.

Fernand è un militante semplice, un figlio del popolo, un proletario. A differenza degli alti funzionari del Partito non ha letto Marx, eppure “non dubita un solo istante che prima o poi arriverà il momento – prima è meglio è – di buttare all’aria tutto questo, riccastri, milord, redditieri, nababbi e canaglie – quelli che possiedono i mezzi di produzione, come dicono loro, i capi”. È cresciuto a Clos-Salembier, una cittadina della provincia di Algeri dove francesi e arabi, cristiani e musulmani vivono a stretto contatto e sperimentano quella che, un tempo, si definiva solidarietà di classe. Colonialismo e capitalismo sono per Fernand due facce della stessa medaglia: la madrepatria stringe un cappio attorno alla gola degli sfruttati, senza fare distinzioni di religione, razza o etnia. Algeria indipendente significa, per i comunisti istintivi come Fernand, dare alla massa dei lavoratori il potere di governo per ricostruire la nazione dal basso.

Il Partito e l’FLN hanno stabilito un accordo: i militanti comunisti potevano aderire all’FLN, quindi alla lotta, ma a titolo personale, individuale. Ed è quello che ho fatto con alcuni compagni”. Fernand non ha mai ucciso nessuno, benché il Fronte di Liberazione Nazionale, organizzazione indipendentista, non si faccia scrupoli nel ribattere colpo su colpo agli eccidi perpetrati dai francesi. Il suo amico fraterno Henri Maillot, militante sacrificato alla Causa, raccontava di aver visto “un capitano paracadutista” infilare “un revolver nella bocca di un bambino algerino, dopo aver asciugato la canna con un fazzoletto”. Poi aveva premuto il grilletto. Gli orrori si accumulano e la situazione degenera giorno dopo giorno. Iveton rifiuta di mettere a repentaglio la vita dei civili: il nemico è l’esercito, non l’uomo disarmato. Il suo atto dimostrativo consiste nel piazzare una bomba in un locale non frequentato, nello stabilimento del gas dove lavora. Un attentato contro la produzione, senza la volontà di assassinare innocenti. L’ingenuo tentativo, oltretutto fallito, segna per Fernand l’inizio del calvario.

La grandeur universalistica della Francia, “la Francia repubblicana, quella di Voltaire, Hugo, Clemenceau, la Francia dei diritti dell’Uomo” esce malconcia dal romanzo di Joseph Andras. La polizia arresta Fernand. Nelle sue tasche vi sono gli indizi di un secondo ordigno pronto a scoppiare. Paul Teitgen, segretario generale della Polizia di Algeri, deportato e torturato in guerra dai tedeschi, ordina inutilmente ai suoi sottoposti di non torcergli un capello durante gli interrogatori. I poliziotti agiscono invece nel modo più crudele, a forza di scosse elettriche sul collo e pinze strette sui genitali. Nel corso del processo, una relazione medica attesta l’impossibilità di accertare le cause esatte delle cicatrici. La Quarta Repubblica, seguendo una logica di potenza, ha deciso che quell’operaio, passato al nemico, deve essere condannato a morte. È lo stato di eccezione di schmittiana memoria. I tre avvocati di Fernand Iveton si appellano, senza risultati, al Presidente della Repubblica René Coty e al guardasigilli François Mitterand. Nessuna grazia è possibile.

Nel romanzo si addensano ombre anche sul Partito Comunista Francese. Il PCF non invia alcun avvocato a sostegno di Iveton. Il sindacato CGT gli fornisce i servizi di Joë Nordmann, ma, si intuisce, solo perché l’operaio era stato un suo delegato. La mobilitazione per salvarlo dalla pena capitale è accolta con freddezza dalle alte sfere del Partito. “E i nostri giornali?, s’informa Fernand. L’avvocato ha un sorriso di resa: niente… Anzi, sì, l’Humanité continua a parlare di te. Esigono la tua liberazione, ma nelle pagine interne. La cosa non decolla come dovrebbe”. Agendo da bombarolo, Fernand viene considerato alla stregua di un anarchico individualista, infedele alla linea e pericoloso per l’ortodossia.

Joseph Andras racconta, in parallelo, la vita privata di Fernand. Hélène è sua moglie. Si conoscono in Francia, nella regione attorno a Lagny, dove scorre la Marna, mentre lui è in cura per una tosse tignosa. Di origini polacche, Hélène, innamorata, lo segue in Algeria. “Le piacquero le stradine sbilenche e malconce della Casba e i suoi peperoni, i pesci, gli agrumi e le teste di agnello; le piacquero i portici del centro di Algeri e la bianca imponenza della Grande Poste; le piacque il suo porto irto di alberi maestri e le sue banchine”. Hélène percepisce l’arroganza dei francesi verso gli algerini ed il maschilismo patriarcale dei musulmani. Qui, comprende le ragioni di giustizia sociale invocate dal marito: alla radice, alberga il sogno di una rivoluzione del popolo, la palingenesi del mondo, il trionfo dell’eguaglianza. Ma quando Fernand è arrestato, un cambiamento le viene rivelato: lei, donna mai impegnata direttamente in politica, agli occhi degli arabi è diventata la moglie di un eroe e, presto, sarà la futura vedova di un martire.

L’autore inframmezza il testo francese con parole arabe, mantenute nella grafia originaria, ad attestare lo sgretolarsi della dominazione linguistica. La narrazione in terza persona, l’inserimento di stralci di lettere e l’uso del tempo presente forniscono alla prosa vivacità impressionistica e restituiscono il divenire drammatico degli avvenimenti. Fernand Iveton, nel braccio della morte, si abbandona alla lettura di classici, lui che, nella vita ordinaria, non era riuscito a leggere fino in fondo Delitto e castigo. Del capolavoro di Dostoevskij una sola frase gli è rimasta in mente: Ti abbraccio mille e mille volte, tua fino alla tomba. Andras ha scritto un romanzo politico per dirci che l’amore, se nutrito di idealità, è più forte della morte. La Ragione di Stato può vincere, ma è la Verità, infine, a seppellire i colpevoli.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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