Da madre a madre – Sindiwe Magona

Titolo: Da madre a madre
Autore: Magona Sindiwe
Casa Editrice: Baldini, Gorée editore
Genere: Narrativa
Pagine: 264
Prezzo: 16,50

Da madre a madre è una discesa negli abissi della disperazione che regna nei ghetti di Città del Capo e, al tempo stesso, una ricerca di luce e di senso, al di là della logica perversa della violenza.
Per questo romanzo, Sindiwe Magona, scrittrice sudafricana, eletta nel 1976 membro del Tribunale internazionale di Bruxelles per i crimini contro le donne, si è ispirata a un fatto di cronaca avvenuto nel 1996 nella township du Guguletu.

A narrare l’intera vicenda è la madre di Mxolisi, il ragazzo di colore che, allora, uccise una giovane americana bianca, bloccando l’auto su cui si trovava insieme con alcune amiche di colore, aiutato dal ‘branco’. Rivolgendosi, idealmente, alla madre della vittima, la donna le chiede perdono per il delitto del figlio e, contemporaneamente, cerca di spiegarle cosa ha condotto il suo ragazzo a questo gesto brutale.
Recuperando la storia di sofferenze ed emarginazione che ha segnato la storia della sua famiglia e di molte altre, la donna narra alla madre della ragazza uccisa del modo in cui Mxolisi è cresciuto: dell’inferno di Guguletu, che significa “il nostro orgoglio” ma è un ghetto in cui, alla fine degli anni Sessanta, i neri sono stati forzatamente condotti, le loro precedenti abitazioni distrutte dalle ruspe dei bianchi insieme con tutti i ricordi che contenevano.
Non le nasconde il fatto che Mxolisi sia sempre stato un ribelle, che le abbia sempre dato da pensare, sin da quando lo portava nel ventre e sperava ancora in un’altra vita.
Le svela i passatempi più atroci cui le bande di ragazzi di Gugu, come lo chiamano alcuni, si dedicano, immersi come sono nella totale mancanza di senso delle loro vite: dare fuoco a una gomma e, insieme a questa, a innocenti malcapitati.
Immagina anche come doveva essere la figlia della sua invisibile interlocutrice: generosa, sinceramente disponibile verso il prossimo, dotata di una profonda fiducia negli esseri umani. Così, ripercorre i passi che – dall’Università di Città del Capo – proprio il giorno prima di partire e tornare negli Stati Uniti dai suoi genitori, quel giorno in cui il suo destino si sarebbe fatalmente intrecciato con quello di suo figlio, l’avevano spinta fino a Guguletu. Si era offerta di riaccompagnare le sue compagne di corso nere in quel posto sperduto dove vivevano. Voleva che conservassero un buon ricordo di lei, prima della partenza, e il fatto che insistessero per andare da sole non l’aveva messa in allerta.

Per le persone come tua figlia”, dice a un certo punto la narratrice, “fare del bene in questo mondo è una pulsione irresistibile, violenta e innata. Mi domando se addirittura non offuschi i loro sensi”. Sono i concetti di male e di bene stessi a venir messi in discussione, attraverso parole che esprimono le emozioni dirompenti nell’animo della madre dell’uccisore: senso di impotenza, di vergogna, ma anche di grande rabbia. Perché, come chiede quasi ossessivamente alla madre della ragazza uccisa: “Tua figlia non ha visto che questo è un posto dove vivono solo i neri?”. E aggiunge: “Doveva stare alla larga. Non era sicuro, per quelle come lei”. Anche la narratrice sente, in un certo senso, di essere vittima degli eventi e di avere, come la donna oltreoceano rimasta invano ad attendere un ritorno mai avvenuto, perso ciò che aveva di più caro.
“Credi”, domanda ancora, “che ci sarebbe stato tutto questo scandalo se mio figlio, invece, avesse ucciso un’altra delle donne che erano con lei?”.
È l’irrisolto odio fra bianchi e neri a regnare sulle singole esistenze narrate in questo libro, che è un’accorata richiesta di perdono da parte di una madre che riconosce il figlio come colpevole ma, allo stesso tempo, rivendica una lettura dei fatti che tenga conto della realtà in cui il delitto è avvenuto. Il figlio e la figlia perduti diventano, così, due inconsapevoli pedine della storia, due destini che fatalmente si incontrano, innescando eventi di cui sono responsabili e, contemporaneamente, vittime.
Da madre a madre è soprattutto, infine, un duro processo di rielaborazione del lutto, che Sindiwe Magona, cresciuta proprio in un ghetto di Città del Capo, dove anima una ong che insegna alle donne che hanno subito violenza a usare la scrittura come strumento per uscire dal trauma, rappresenta magistralmente attraverso una voce femminile forte e coraggiosamente lucida.

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Elisa è docente in un liceo, dottore di ricerca in Anglistica e giornalista pubblicista

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