Ciò che scompare – di Francesca Battistella

Non ho scelto a caso come tema centrale del mio ultimo libro La bellezza non ti salverà (Scrittura&Scritture, 2016) l’indagine su tre ragazzi scomparsi. Si tratti di un oggetto, di un animale o di un essere umano, ciò che scompare senza lasciare tracce suscita, nell’ordine, sconcerto, sgomento e profonda angoscia.

Nel corso della vita, a ciascuno di noi è accaduto di veder sparire persone, animali, oggetti, che amavamo, ai quali eravamo legati da lacci resistenti e tenaci. Esseri umani dei quali all’improvviso più nulla si è saputo; animali che ci hanno accompagnato per lunghi tratti della nostra esistenza e poi sono svaniti senza un motivo apparente; oggetti spariti per distrazione, incuria o furto.

Da bambina ascoltavo intrigata i racconti dei nonni. Avevano vissuto due Guerre Mondiali. Sotto i bombardamenti avevano perso familiari, amici e conoscenti. In una circostanza persino la casa. Nel tempo lontano della mia infanzia gli adulti non si preoccupavano dell’età di chi udiva le loro storie. Rievocavano il passato e si dimenticavano di me, lì accanto, le orecchie dritte, pronte a carpire ogni sillaba. Ecco allora la vicenda di un prozio materno, scomparso nelle acque dell’Adriatico, a soli diciannove anni. La nave su cui viaggiava aveva urtato una mina e si era inabissata con il suo carico umano. La bisnonna, disperata, continuò a lungo ad attenderne il ritorno, a sperare che un’altra nave di passaggio o una barca di pescatori lo avessero raccolto, forse aggrappato a un salvagente o a un relitto galleggiante dopo l’affondamento.

Più avanti nel tempo ricordo il racconto di un’amica sulla morte del nonno. L’auto finita in un canale per una manovra errata. Il cadavere mai più ritrovato. E poi ancora la vicenda di un giovane toscano figlio di conoscenti. L’auto chiusa, parcheggiata sotto casa. Lui svanito. Anni di ricerche, di indagini sulla sua vita: le persone che frequentava, i possibili nemici, una vendetta o una punizione per la sua omosessualità. L’intervento di una veggente che lo vedeva sott’acqua, chissà dove. Rammento di aver pensato allora: come si può continuare a vivere con questo peso sul cuore? Senza sapere. Proseguire la propria esistenza di genitori, di familiari, di amici, compiere i gesti quotidiani che gli altri si aspettano da noi, che siamo costretti a eseguire pena la follia, custodendo nel cuore questo angolo di oscurità, un’assenza senza spiegazioni plausibili, senza giustificazioni che ci permettano di accettarla, di accogliere il dolore e metabolizzarlo.

Ancora una volta, non a caso le trame di molti romanzi e novelle ruotano intorno a persone scomparse facendo sì che l’intera narrazione verta sulla ricerca di indizi, prove e cause nel tentativo di spiegare e risolvere il rebus della sparizione. Emblematico, fra tanti, il libro di Leonardo Sciascia La scomparsa di Majorana sul caso del fisico Ettore Majorana del quale, ancora oggi, ci si chiede se abbia finito la propria esistenza in un eremo o sia morto gettandosi in mare dal traghetto che da Napoli lo portava a Palermo. Sciascia esprime in modo superbo lo stato d’animo di chi resta e si dibatte nell’enigma della scomparsa: “E i familiari, come sempre nei casi in cui non si trova il cadavere,…, ecco che entrano nella follia di crederlo ancora vivo” e aggiunge che tale follia si esaurirebbe se non fosse per quegli altri folli “che vengono fuori a dire di avere incontrato lo scomparso, di averlo riconosciuto…”. A queste parole possiamo associare quelle pronunciate dal protagonista e voce narrante de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, quando pensa ai parenti del povero morto da tutti creduto lui stesso: “…il morto ero io e non lui, ed essi potevano crederlo scomparso e sperare ancora, sperare di vederlo un giorno o l’altro ricomparire.”

Più sconvolgente e recente è il caso di Emanuela Orlandi, svanita nel nulla a Roma nel 1983 a soli quindici anni. Figlia di un commesso della Prefettura della casa Pontificia, abitava con la famiglia nello stato del Vaticano. Il pomeriggio del 22 giugno si recò come di consueto a lezione di musica, finita la quale incontrò due amiche alla fermata dell’autobus. Autobus che non prese perché troppo affollato. Da quel momento, Emanuela sparisce come, poco prima di lei, sempre a Roma, era sparita un’altra adolescente, Mirella Gregori. Il caso Orlandi, mai risolto, nel corso degli anni è tornato sovente agli onori della cronaca. Emanuela è ancora viva? O è morta poco dopo la sua sparizione? Chi e perché l’ha fatta sparire? Quali trame oscure si muovono dietro la sua scomparsa? Al di là delle mille domande senza risposta che il caso ha sollevato e tuttora  solleva, resta il dolore straziante della famiglia, la disperazione senza nome di genitori e fratelli di fronte all’interrogativo della scomparsa.

Ed è forse bene ricordare come il verbo “scomparire” indichi di solito la morte di una persona. Dice ancora Sciascia: “Già lo scomparire ha di per sé, e in ogni caso, un che di mitico. Il corpo che non si trova e la cui morte, non potendo essere celebrata, non è VERA morte.”

Questi morti mai morti, perché privi di un corpo da rivestire per l’ultimo viaggio, di un corpo sul quale pregare e disperarsi, da sempre mi hanno tormentata e intrigata. Ne La bellezza non ti salverà ho scritto che “..la morte puoi affrontarla quando la vedi, quando hai un corpo da piangere, un lutto da elaborare. E’ il nulla che non puoi combattere, il non sapere dov’è sparito chi ami..”.

Eppure gli obitori – secondo recenti statistiche – pare siano pieni di cadaveri a cui non si riesce a dare un nome e dunque un’identità. Possibile che questi poveri resti umani siano appartenuti a individui soli al mondo? Che dagli anni ’70 in poi, siano più di trentamila le persone scomparse in Italia e solo una minima parte di esse sia stata ritrovata?

Oggi abitiamo un universo dove sparire sembra impossibile. La presenza sui social, il possesso di un telefonino con geolocalizzatore e i molti mezzi di comunicazione a nostra disposizione, dovrebbero rendere lo scomparire un’opera degna del mago Oudinì. Invece mi capita quasi ogni sera di ascoltare, alla fine del telegiornale svizzero della RSI1, appelli legati alla scomparsa di qualcuno. Giovani e giovanissimi, anziani e non, persone sane o malate di mente, svaniti nel nulla. Ciò che più disturba è rendersi conto come non esista una specifica tipologia di scomparso. Questi volti sorridenti o seri, freschi o rugosi, maschili e femminili, che trascorrono sullo schermo televisivo, non hanno nulla in comune fra loro. Sarebbe interessante conoscerne le storie, apprendere qualcosa di più al di là del modo in cui erano vestiti o dell’ultimo luogo in cui sono stati visti. Andarsene é stata una loro scelta? O qualcuno ha deciso per loro portandoli via? E’ stata la malattia mentale a spingerli fuori casa alla ricerca di un luogo o di una persona che esiste soltanto nella loro mente ma non nella realtà? Erano così stanchi della terribile, costante visibilità che c’impone il mondo in cui viviamo da voler sprofondare nel silenzio e nell’oblio? Se interpellati, offrirebbero ciascuno risposte diverse o si limiterebbero a un silenzio incosciente e smemorato.

Soffre e si dispera chi resta e li cerca. Chi non può smettere di chiedersi come e perché siano spariti, se mai verranno ritrovati e, in questo caso, se potranno riabbracciare una persona viva o morta. Chi è costretto, dunque, a convivere con le domande generate dall’assenza senza riuscire a darsi risposte. Credo sia come sforzarsi di guardare l’universo nella sua ampiezza ed estensione. La mente si perde nel buio profondo e in una tetra angoscia. Forse chi rimane sopravvive con l’inganno delle bugie che, da esseri umani adattabili ai molti e terribili casi che l’esistenza ci impone di affrontare, riusciamo a raccontarci. Lo scomparso prima o poi ritornerà perché ci è impossibile, sempre e comunque, non dare un senso a ciò che accade. Così ci consumiamo nell’attesa, come nel bellissimo racconto di Joseph Conrad Domani dove il capitano Hagberd non smette di sperare nel ritorno del figlio, ma quando finalmente costui riappare, si rifiuta di riconoscerlo e lo scaccia come un impostore e un intruso. Nei lunghi anni trascorsi ad aspettarlo, il capitano ha creato e nutrito un’immagine falsa e consolatoria di quel figlio ingrato e litigioso al solo scopo di dare un senso logico all’attesa e alla speranza.

Talvolta, invece, chi aspetta soccombe al dolore, il corpo cede alla malattia che si fa messaggio e concrezione di un male più profondo e senza nome.

Ciò che amiamo e si dissolve in una oscurità priva di segni che ci permettano di recuperare almeno una briciola di quel che è stato, lascia nel nostro universo un vuoto incolmabile, ci riempie di un senso d’impotenza difficile da tollerare. A volte, nel caso di genitori che cerchino il figlio scomparso, di un terribile senso di colpa per non aver capito, per non aver ascoltato e compreso. Di sicuro ci dà la misura della nostra fragilità, dell’inconsistenza che avvolge  le nostre vite. Ritengo sia, per chi resta, un destino peggiore della morte pensare, senza averne certezza o prova concreta, cosa può aver vissuto o sentito chi non c’è più, poiché é più spaventoso immaginare che sapere.

Prima di concludere vorrei spendere una parola su un altro aspetto dello ‘scomparire’, tanto impervio e minaccioso quanto quelli fin qui descritti. Malattie come il morbo di Alzheimer e forme simili di demenza distruggono così in profondità la psiche dei malati da far sì che ci troviamo di fronte a perfetti sconosciuti. Questa volta, se pure a morte avvenuta abbiamo un corpo da piangere, la perdita reale, la ‘scomparsa’, ci ha già colpiti in grande anticipo con lo svanire della coscienza di sé di chi conoscevamo e amavamo, ricambiati. Di fronte all’involucro vuoto da accudire e nutrire, ci domandiamo dove sia fuggita la persona che abbiamo conosciuto, quel patrimonio unico e meraviglioso di parole, pensieri, affetti, emozioni, espressioni del corpo e del volto. Anche questi sono morti ‘non morti’, o ‘morti anzitempo’, la cui presenza corporea è forse più dolorosa, priva di speranza e misteriosa di una reale sparizione.

 

 

 

Tomorrow, in Joseph Conrad, Typhoon and other stories, ed. Penguin Modern Classics, 1985

Leonardo Sciascia, Il fu Mattia Pascal, ed. FdB

Luigi Pirandello, La scomparsa di Majorana, ed. Gli Adelphi

 

 

Francesca Battistella (Napoli, 1955) è stata attrice di cinema e teatro negli anni ’70. Tra il 1980 e il 1983 ha vissuto in Nuova Zelanda dove ha conseguito un Master in Antropologia Culturale e ha insegnato lingua italiana e storia contemporanea all’Università di Auckland. Di ritorno a Napoli, ha lavorato come traduttrice per l’Istituto di Studi Filosofici, bibliotecaria e infine, dal 1986 al 1996, come segretaria di alta direzione e editor per la società INNOVARE del gruppo Banco di Napoli.

Per la casa editrice napoletana Scrittura&Scritture ha pubblicato il noir Re di bastoni, in piedi (2011), selezionato per un adattamento in sceneggiatura cinematografica, e la trilogia gialla La stretta del lupo (2012), Il messaggero dell’alba (2014), La bellezza non ti salverà (2016), ambientati sul lago d’Orta e nel paese di Massa Lubrense.

 

 

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