Canna di bambù – Saud Al Sanousi

Titolo: Canna di bambù
Autore: Saud Al Sanousi
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Atmosphere libri
Traduttore: Amira Kelany
Pagine: 318
Prezzo: € 18,00

Kuwait, e l’immaginazione corre alla prima guerra vissuta in diretta televisiva dall’umanità, alle maestose foto di Sebastião Salgado dei pozzi in fiamme e agli infernali panorami immortalati da Werner Herzog in Apocalisse nel deserto. Terminato il conflitto, i riflettori si sono spenti e poco sappiamo, ad esempio, delle evoluzioni del sistema sociale kuwaitiano. Di recente, la stampa internazionale ha dedicato molte inchieste alle drammatiche condizioni di vita dei migranti nelle nazioni del Golfo, uomini e donne attirati dal miraggio di buoni stipendi, costretti a sottostare a un durissimo meccanismo produttivo basato sullo sfruttamento selvaggio dei lavoratori. L’attenzione di Amnesty International e di altre associazioni si è soffermata sul Qatar, ricchissimo paese della penisola araba che ospiterà i Campionati del mondo di calcio nel 2022. Il quadro è spaventoso: un altissimo tasso di incidenti, manodopera in regime di pseudo-schiavitù, dati relativi ai morti sul lavoro non divulgati. La norma principale del capitalismo del XXI secolo è rispettata: le mansioni peggiori sono destinate agli immigrati, soggetti senza diritti, relegati al rango di servitori. Non è molta la letteratura consacrata alla denuncia di tali argomenti.

Saud Al Sanousi, scrittore e giornalista kuwaitiano, con Canna di bambù ha vinto il Premio internazionale di letteratura araba nel 2013, ad appena trentun anni. Saq Al-Bamboo, tradotto in italiano da Amira Kelany per la casa editrice Atmosphere, è un romanzo denso e ammaliante, che si dipana con rigore narrativo pagina dopo pagina, affidandosi alla potenza della storia. Al Sanousi avvince il lettore grazie a una scrittura limpida, partecipe, mai forzata.

Lo scrittore ambienta il romanzo nel suo Kuwait, all’interno di un arco temporale che copre circa un ventennio, a partire dal periodo immediatamente precedente l’invasione irachena. Da qui, ha inizio la vicenda di José/Isa, bambino mezzo kuwaitiano e mezzo filippino, frutto dell’amore ‘scandaloso’ tra un esponente della classe dominante, Rasheed al Tarouf, rampollo di un’influente e facoltosa famiglia locale, e un’umile immigrata, Josephine Mendoza, cameriera in servizio presso gli al Tarouf. Il romanzo misura un mondo segnato da classismo razzista, segregazione etnica, rigide regole di appartenenza, cieco moralismo. “José”, così chiamato, cristianamente, in onore dell’eroe nazionale filippino Rizal, per i kuwaitiani è appunto “Isa”, un nome che viceversa, per i filippini si traduce con  “Uno”. Uno, ovvero due, oppure nessuno, o forse centomila? Nell’ambiguità è incisa la cicatrice, la maledizione, lo stigma. Al contempo, il nome cela in sé il fiorire di una possibilità lontana, il bagliore della speranza, un alito di futuro.

Rasheed, uomo colto e idealista, è un aspirante scrittore, un intellettuale fuori dagli schemi, un combattente atteso da una fine tragica e prematura. Josephine è una donna innamorata, ingenua, desiderosa di consegnare al figlio José/Isa le chiavi del benessere e della felicità. La permanenza in Kuwait, però, è una chimera, un sogno che naufraga sugli scogli del “decoro”. L’ostilità di Ghanima, la matriarca della famiglia al Tarouf, ossessionata dalle profezie e convinta della cattiva stella rappresentata dalla nascita del nipote ‘bastardo’, costituisce per la coppia la premessa della separazione. Rasheed cede alle pressioni sociali, alla dittatura del perbenismo esemplificato dal volgare chiacchiericcio della ‘gente che conta’. Ritornata nelle Filippine, Josephine rientra nei ranghi dei Mendoza, nel contesto di una faticosa povertà, complicata dalla  presenza di un padre gretto, malato di scommesse, portando con sé il figlio dal sangue misto. Le trecento pagine di  Canna di bambù sono il romanzo di formazione di José/Isa, io narrante, sguardo inquieto e indagatore, bambino, poi adolescente ostaggio di ostracismi incrociati, battezzato cristiano, promesso musulmano, accarezzato dal buddismo, incapace di risolvere la sua fede spontanea in un dogma assoluto. Troppo filippino per gli arabi, troppo arabo per sentirsi compiutamente filippino.

Perché il mio sedermi sotto l’albero faceva arrabbiare mia madre? Forse la preoccupava che finissi nel groviglio delle radici senza poter ritornare alla terra di mio padre? Forse… Ma anche le radici talvolta non significano nulla se si è più simili alla pianta del bambù, che non appartiene a niente. Si può tagliarne un tralcio e piantarlo in qualunque terreno, dopo non molto il ramo produrrà nuove radici e ricomincerà a crescere. Senza passato. Senza memoria. E non si accorge se le persone attorno a lei usano chiamarla in maniere differenti: kawayan nelle Filippine, khaizuran in Kuwait, bambù in altri posti.

José/Isa, cresciuto, conosce varie odissee nel vasto oceano del lavoro, nelle Filippine prima (venditore di banane, barcaiolo in un resort, massaggiatore autodidatta), in Kuwait poi (cuoco in un fast-food), dove approda, diciottenne, con un passaporto regolare, timoroso di ciò che troverà, inseguendo l’ombra del padre defunto. Centra l’obiettivo del riavvicinamento a Ghanima, ma non la riconciliazione, tanto da incappare in un surreale incarceramento dorato, nella dépendance della famiglia di origine. Ghanima è incantata dalla voce del nipote, somigliante a quella, perduta, di suo figlio Rasheed. Isa, il quasi-parente-non-arabo, il fantasma nato dal peccato, per una parte degli al Tarouf rimarrà un elemento spurio, una calamita di sventure. Sul suo cammino, Isa incontra persone contraffatte dal conformismo, integralisti islamici pronti a fornirgli un senso di comunità, giovani cosmopoliti scanzonati, menti aperte eppure non abbastanza forti da sovvertire le gerarchie di valore e il predominio della morale tradizionale. Il Kuwait, investito dalla febbre delle elezioni, pare sul punto di cambiare ma il conservatorismo politico e il crudo nazionalismo soffocano nella culla gli esili vagiti del rinnovamento.

Attorno al protagonista ruotano molti personaggi, che Al Sanousi caratterizza con tocchi precisi e delicati: nelle Filippine, una zia fragile, sedotta e abbandonata da un europeo, una cugina bellissima e tormentata, di cui presto José si innamorerà, una megera misteriosa e incartapecorita, il capofamiglia Mendoza, urticante e insostenibile… in Kuwait, un amico del padre proveniente, per sua stessa ammissione, da un nonluogo, una sorellastra empatica, complice di ricordi e guida tra i meandri del passato, e nuove zie, oscillanti tra il rifiuto ostinato e un’accettazione moderata. E una tartaruga di terra, discreta compagna di solitudini, golosa di lattuga, richiamo simbolico alla stabilità e alla sicurezza, condizioni mai sperimentate da José/Isa.

Io, nonostante le mie differenze con voi, e forse sono differente in molte cose paragonato a voi, nonostante abbia un aspetto strano fra voi, nonostante il mio dialetto e il mio modo di pronunciare le parole e le lettere, nonostante tutte queste cose, io ho gli stessi documenti che avete voi e i vostri stessi diritti come gli stessi doveri, così come io, nonostante tutto, non provo per questo null’altro che amore, ma voi, per una qualche ragione che ignoro, mi impedite di dimostrare il mio amore al paese nel quale sono nato e per il quale mio padre è morto […] Ho fatto del mio meglio per essere uno di voi, ma voi non avete fatto nessuno sforzo. Vi perdono, malgrado non ve ne importi nulla.

Canna di bambù è un romanzo sui pregiudizi e sugli stereotipi, una riflessione sul concetto scivoloso di identità e sul significato giuridico-culturale dello status di “cittadinanza”. Argomenti spinosi ed urgenti, di rilevanza politica, ormai, in qualunque angolo del pianeta.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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