Breve ritratto della Marcos y Marcos

L’avventura della Marcos y Marcos inizia nel 1981 in una soffitta di Milano, quando due ventenni decidono di trasformare la passione per i libri che li accomuna in un progetto editoriale. Una storia che non nasce con grandi ambizioni, ma piuttosto come un’operazione di difesa del bello, delle opere che vale la pena leggere e diffondere, dell’importanza dei libri anche come oggetti.

Marco Franza e Marco Zapparoli frequentano personalmente librerie, tipografie e fiere del libro. Dieci anni dopo diventano un editore con una distribuzione nazionale.

È un percorso lungo, animato dal desiderio che tutto sia autentico e rispecchi la genuinità del loro amore per la letteratura. Non cedono a giochi di favore, non prendono scorciatoie. Hanno pazienza e passione.

Alla Marcos y Marcos i libri non vengono considerati oggetti da tenere su un piedistallo ma qualcosa da vivere in modo diretto e spontaneo, qualcosa con cui creare un rapporto confidenziale.  E se per ogni editore la scelta dei lavori da pubblicare è uno degli aspetti più rilevanti, nel caso di un progetto indipendente è cruciale.

Riguardo questo complesso e sempre attuale argomento ha avuto qualcosa da dire Claudia Tarolo, editor e coeditor della casa editrice, nell’ambito dell’ultimo Salone del libro di Torino. “Ci sono parole che restano attaccate alla pagina come una materia vischiosa, altre invece si sollevano e diventano storie.” ha spiegato di fronte a un pubblico di appassionati lettori. “La cosa più bella, per un editore, è imbattersi in queste ultime. Scovare una voce che non rimanga lettera morta, ma si stacchi e prenda il volo”.

Una di queste è senza dubbio la voce di Cristiano Cavina, anche lui lì a raccontare il suo ruolo in quest’avventura. Cristiano pubblica con la Marcos y Marcos dal 2003 e non l’ha più abbandonata, nemmeno quando dopo i primi successi ha iniziato a ricevere offerte – anche molto generose – da gruppi editoriali più grandi. Preferisce restare fedele ad un progetto in cui crede e di cui si sente parte. Una scelta che, come ha raccontato, gli permette di guardare in faccia l’adolescente che era con orgoglio, sicuro di non averlo mai tradito.

Da ragazzino ha cominciato a leggere prestissimo, già verso i cinque anni. Attorno ai dodici viene ricoverato in ospedale per un’operazione e chiede a sua mamma di comprargli un romanzo. Lei gli porta “i Ragazzi della via Pal”, che divora in due ore e mezza mentre il nonno – analfabeta – ci prova con le infermiere del reparto. In quel momento, capisce che non smetterà più di leggere.

La sua carriera da scrittore invece inizia con la pubblicazione di un racconto all’interno di un’antologia sul Natale. Ridendo Cristiano ha raccontato che il giorno della telefonata, quando gli è stato comunicato che per quel racconto scritto in venti minuti l’avrebbero anche pagato centosessanta euro, per un attimo si è sentito Briatore. All’epoca lavorava come pizzaiolo, e quelli erano i soldi che guadagnava in una settimana.

Poco tempo dopo un’altra telefonata: avrebbero pubblicato anche il suo romanzo. Era talmente emozionato all’idea che quasi smise di uscire di casa fino alla pubblicazione per il timore di morire prima, magari colpito da un meteorite. Seguono altre fortunate pubblicazioni, e il nome di Cavina inizia ad essere notato da case editrici maggiori. Quando una delle più note in Italia lo chiama per offrirgli un contratto lui all’incontro ci va, ma solo per vedere se le carpe del famoso laghetto sono più grandi di quelle del fiume di Casola Valsenio, il paese nell’Appennino faentino dove vive ed è cresciuto.

Sono proprio le storie legate al suo paese, i racconti che altrimenti andrebbero persi e che sente la necessità di mettere nero su bianco, che lo hanno fanno diventare uno scrittore.

Anche se lui al massimo si definisce uno che racconta storie. Storie che senza il lavoro della sua editor Claudia Tarolo, “capace di sistemarle come una direttrice d’orchestra”, resterebbero a suo dire solo un tema di italiano in brutta copia. Dice così l’autore che dopo numerosi premi e una serie di successi letterari risponde ancora “il pizzaiolo” quando gli chiedono cosa fa per vivere. E a chi di fronte alla sua modestia sottolinea un innegabile talento, risponde che “il talento vale come una scatola di fiammiferi: serve ad accendere qualcosa, ma è la fatica che hai fatto ad accumulare tutta la legna quella che conta davvero”.

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