“Azul y no tan rosa” e la letteratura amorosa latina

Il film di apertura del 29° TGLFF, proiettato in anteprima nazionale è stato “Azul y no tan rosa (Blue and Not So Pink)” un film strepitoso, diretto da Miguel Ferrari realizzato tra il Venezuela e la Spagna nel 2012, durata 112’.

La trama ci fa immediatamente pensare ad un film del più celebre regista Ferzan Ozpetek: la scelta di andare a vivere insieme, per Diego e Fabrizio, non poteva capitare in un momento più sbagliato: l’arrivo improvviso dalla Spagna di Armando, figlio adolescente di Diego, che non vede da anni e che si mostra da subito insofferente e rancoroso. E poi la brutale aggressione omofoba che riduce Fabrizio in coma. Che fare? Si piange e si ride in questo riuscito ritratto del Venezuela dei giorni nostri, in cui la trans Delirio del Rio canta, in spagnolo, Non sono una signora di Loredana Bertè.

È una storia che parla d’amore, ma anche delle famiglie e delle difficoltà dei singoli.

C’è l’omosessualità di una coppia che si ama, con rispetto e costanza, ma che deve fronteggiare l’omofobia che irrompe e distrugge la loro vita. C’è la difficoltà di un padre di spiegare al proprio figlio il suo amore, nonostante le sue scelte a livello sessuale. Un figlio che vive i drammi dell’adolescenza e la difficoltà di accettare il proprio corpo.

Poi ci sono le donne che con la loro forza fronteggiano le difficoltà della vita: Delirio del Rio, artista strepitosa e bellissima ma che fatica a trovare la sua dimensione lavorativa e c’è Perla Marina picchiata da un uomo che non riesce a lasciare.

Nonostante tutte queste difficoltà emerge un amore grandissimo, che crea una famiglia allargata, che si scontra con le idee maciste degli anziani e delle rispettive famiglie.

Tutto questo ci riporta alla Roma antica, a Lesbo, a Catullo, a quel poeta che si struggeva per amore nel celebre

Odi et amo: quare id faciam fortasse requiris, 
Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; 
non so, ma è proprio così, e mi tormento.)

Catullo che nel Carmina V diceva a Lesbia:

Tu dammi mille baci, e quindi cento, 
poi dammene altri mille, e quindi cento, 
quindi mille continui, e quindi cento.

E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.”

Ma che poi nel Carme 48 dice:

Se quei tuoi occhi di miele,Giovenzio,

fosse dato baciarli sempre sempre

trecentomila volte,neanche allora

penserei di saziarmene in futuro,

fosse messe di baci fitta fitta

come mai fu messe di spighe asciutte.” 

Poco importava all’epoca che si amasse un uomo o una donna, quello che contava era l’amore e la passione, per questo per comprendere meglio questo film, guardandolo con il cuore, come ci ha consigliato il regista, vi proponiamo un libro del 1979: Cupido le più belle poesie d’amore della latinità,di Catullo, Lucrezio ,Orazio, Ovidio, Tibullo, Virgilio. Traduzione e cura di Roberto Gagliardi, Savelli editori, il pane e le rose.

“Il libro consiste in poesie di autori latini del primo secolo avanti Cristo, dall’età di Cesare  a quella di Augusto, scelte fra quelle che hanno come loro oggetto il sentimento d’amore. Non sono tutte, ma costituiscono una buona parte del totale: penso di aver messo insieme i testi più significativi” (Introduzione, pag. 14).

Fin da ora dichiariamo che tiferemo per questo film, sperando che possa vincere il festival ed essere proiettato ovunque, in quanto lascia nello spettatore un messaggio d’amore e speranza, senza però ignorare le difficoltà della vita.

In questo momento sociale di crisi e negatività l’arte, che sia cinema o letteratura, deve mostrarci una via d’uscita e questo film lo fa con maestria e poeticità. 

 

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