Acque strette – Julien Gracq

Titolo: Acque strette
Autore: Julien Gracq
Data di pubbl.: 2018
Casa Editrice: L'Orma editore
Genere: Memorie, saggio letterario
Traduttore: Lorenzo Flabbi
Pagine: 73
Prezzo: € 13,00

Les Eaux étroites è un libro scritto da Julien Gracq nel 1975 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2018 dalla casa editrice L’Orma, con la traduzione di Lorenzo Flabbi. Acque strette non è né un romanzo né un semplice diario di viaggio. Lo scrittore francese assume un’esperienza, reiterata negli anni d’infanzia e di gioventù, come pietra angolare del proprio essere nel mondo: l’escursione di pochi chilometri, a bordo di un’esile imbarcazione, lungo il fiume Èvre, affluente della Loira. Julien Gracq innalza questo corso d’acqua, navigabile per un breve tratto e amputato da dighe sia a monte che a valle, a personale, insostituibile luogo dell’anima. In questo caso, l’espressione “luogo dell’anima” non è il precipitato di illusioni romantiche. Con le sue sponde erbose, i suoi argini franosi, i boschi, i canneti, le rocce, con le testimonianze di civiltà che sorgono a poca distanza dalle rive, il timido Èvre diviene il catalizzatore di smisurati universi letterari, artistici e musicali emersi dai recessi di coscienza dell’autore. Presente e memoria, sensibilità e immaginazione si fondono in un racconto intimamente lirico, stratificato, denso di conoscenze e di impressioni intersecate a ricordi. 

Mi è bastato accennare a Edgar Poe, e già so che non mi abbandonerà più in questa mia scampagnata, che pur fatta e rifatta tante volte – spesso in allegra e rumorosa compagnia – ha sempre conservato, non soltanto nel mio ricordo ma nella presa diretta dell’esperienza, l’andamento di un sogno, in quello sfilare muto, incomprensibilmente maestoso delle due rive, che mi si fanno incontro per poi allargarsi come le labbra di un socchiuso Mar Rosso. In quella sensazione d’irreale lentezza ma al contempo di velocità senza intoppi che ho talvolta creduto di ritrovare nei più belli, nei più vasti sogni oppiacei di De Quincey.

La prosa avvolgente di Julien Gracq è un sortilegio da cui il lettore esce trasformato. È necessario immergersi nella corrente della sua scrittura, cangiante e sinuosa come il fiume Èvre, per cavarne il seme di bellezza riposto sotto la superficie. In Acque strette la parola scolpisce il tempo. Ogni singolo termine è convocato sulla pagina da un’esigenza profonda, frutto di mediazione tra il vissuto e l’appreso. Risulta impossibile situare Gracq in una dimensione altra rispetto alla letteratura. Lo scrittore francese si cimenta nella faticosa ricerca di un riflesso di verità evocato da reminiscenze di vita e di lettura. Le opere di Gracq, autore non facile, richiedono dedizione ed escludono qualsiasi distrazione, deviazione, scorciatoia dal loro orizzonte. Sono testi elevati, selettivi, nella misura in cui tracciano attorno a sé un limite dato da una precisa, rigorosa poetica. L’ambizione, volontaria o meno, è l’eterno, la sospensione dell’istante, il riscatto dell’effimero nelle regole di un gioco dialogico. Il Castello della Guérinière è così associato ai versi di Gérard de Nerval contenuti in Chimere; il punto più profondo del fiume, stipato sotto la cosiddetta Roccia che Beve, fa affiorare nella mente di Gracq la trama di Les Chouans di Honoré de Balzac; un’ansa nuda, glabra, inquietante, riporta l’autore alla scena finale del racconto di Jules Verne intitolato La casa a vapore. L’immaginazione sfila il tessuto della realtà e ne ridisegna i confini.

I legami tra gli elementi del discorso sono assicurati da una forma di rêverie dal sapore proustiano. Una scintilla accende le braci e agita il rimosso, un sentimento sepolto si scuote e illumina le immagini, un fulmine scatta e perlustra le crepe di un mosaico ricomposto. Il fiume è metafora delle strade della vita, ogni tappa è innestata in un prima e in un dopo, a segnare svolte, ritorni, cadute e sovrapposizioni. Cieli rimandano ad altri cieli, ombre preludono a future ombre. L’Èvre è un frammento di mondo che si stempera in un panorama più esteso, il paesaggio delle lande dell’Ovest della Francia, sconfinate e martellanti nel ripetersi monocorde, monotematico, di “boschi cedui di castagni”, querce, betulle, ginestroni che “chiazzano le lastre di pietra”.

La gita inizia all’altezza di Notre Dame du Marillais, altrimenti ribattezzata, dallo scrittore, la Cappella delle Paludi, “di natura materna, inesauribilmente marginale”, prosegue lungo il Chemin Vert, “un regno di pioppi, il cui odore di foglie morte sui prati d’ottobre, amaro, astringente, che talvolta ricorda quello della vernice appensa stesa, è per me l’odore stesso dell’autunno della vallata”. Superato un battello lavatoio, ecco ergersi la sagoma del Castello della Guérinière, fortezza incastonata, in “un verde alveolo frondoso e poco profondo”, posta a poca distanza dalla Roccia che Beve, “lisca scaglia di scisto che si staglia in avanti nella scogliera boschiva”, finché il Mulino di Coulènes, dove “il fiume salta per gettarsi in un trionfo di trambusto e freschezza insieme all’arco vivo e argentato della trota”, tronca il percorso.

Ci si abbandona a occhi chiusi alla corrente che solca instancabile il terreno e apre le strade; non c’è alcuna escursione più incantevole di quella in cui il benessere caratteristico di qualsiasi viaggio a pelo d’acqua viene moltiplicato dal magico senso di sicurezza conferito da un filo d’Arianna. Così, per lunghi minuti, la barca avanza in un silenzio lugubre; le alte falesie bloccano al contempo la luce del sole e il minimo soffio di vento. È questo, nella mia memoria, il prolungato culmine dell’escursione sull’Èvre; a imporre il silenzio, un dito sulle labbra, ritto e immobile, e fattosi quasi materiale nel cuore di queste strette popolate da una folla di presenze pagane, è davvero il genio del luogo.

Acque strette è una lezione di poetica, un invito ad affinare l’arte dello sguardo e a recepire la ricchezza delle acquisizioni emotive e intellettuali depositate in noi, a non cedere allo sconforto di fronte alla morte della bellezza. La letteratura, l’arte, la musica possono modificare, perfino orientare, la percezione della realtà e costituire, esse stesse, una terra materna, un grembo cui ritornare. La creazione letteraria nasce da oscure percezioni, minime agitazioni dell’animo che si allargano a cerchi concentrici da un centro pulsante. Appartenere ad un luogo equivale a scriverlo. Vi è sempre qualcosa che attraversa, inaspettato, inatteso, ciò che pensiamo di possedere già. L’ispirazione, in molte occasioni, è un passato che svela la sua presenza. Forse solo la scrittura, il verso, la poesia e in generale la fantasticheria, possono concedere all’uomo di bagnarsi per due volte nello stesso fiume.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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