Abigail – Magda Szabò

Titolo: Abigail
Data di pubbl.: 2017
Casa Editrice: Edizioni Anfora
Traduttore: Vera Gheno
Pagine: 424
Prezzo: 18,00 euro

Con Magda Szabó avete pescato un pesce d’oro. Comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà”: è Herman Hesse a definire in tutta la sua grandezza la scrittura della maggiore scrittrice ungherese, i cui lavori più significativi sono ora  riproposti dalle edizioni Anfora.

Hesse si riferiva in particolare ad Affresco, che poi insistette per tradurre, ma tutta la produzione letteraria di Szabó (tra le maggiori autrici ungheresi, premiatissima: la proposta di sua candidatura al Nobel venne appoggiata da numerosi scrittori) porta una cifra alta e personale.

Anche Abigail, uno dei libri più amati di tutti i tempi in Ungheria: inserito troppo frettolosamente nella categoria dei romanzi per giovani adulti, narra le vicende di Gina Vitay, figlia quindicenne di un generale dell’esercito, orfana di madre, che viene strappata all’improvviso, senza possibilità di minimo doveroso congedo dai pochi affetti conosciuti e una vita agiata, e portata in un severo istituto “per l’Educazione Femminile”.  Siamo nel 1943 e lo strappo inatteso è motivato dai cambiamenti storici che incombono sul suo Paese: c’è una guerra che avanza veloce, che si espande virulenta e in forma di contagio si allarga irrefrenabile. Questo però lo capisce con chiarezza totale solo il lettore: percepisce ma non comprende i termini della questione, la piccola protagonista, che si troverà ad affrontare in scarsa compagnia avventure e disavventure.

Nel terribile istituto Matula – una presenza fisica incombente -, privata di ogni segno identitario e costretta in una brutta uniforme, per un malinteso Gina si ritroverà ad attirare antipatie che sfiorano l’odio e diventerà oggetto dell’attenzione delle compagne che si coalizzano nel vessarla in una serie di cattiverie inanellate una nell’altra. Non saranno facili nemmeno i rapporti con le figure adulte che la circondano: tutrici e insegnanti portano con sé dei segreti, talora in positivo; si fanno prove da superare, nel solco del tradizionale romanzo di formazione.

Perse ogni coordinate rassicuranti, Gina trova pace solo nella presenza di una misteriosa statua accolta nel giardino della scuola, che leggenda vuole dispensi a chi ne ha bisogno consigli di comportamento: una piccola, sola, apparente concessione al soprannaturale nel quotidiano, a rassicurare in verità ogni studentessa non più bambina, non ancora ragazza. E che si fa chiave interpretativa di ogni episodio, di ogni avventura della seconda parte del libro, dove la narrazione prende a svolgersi in episodi – anche divertenti –  in successione rapida, cedendo dopo la parte introspettiva e chiaramente autobiografica al romanzo per ragazzi tout court con schermaglie, ripicche, avvicinamenti tra i giovani personaggi, a cui dona voce precisa e scelta, modellata differente su ciascuno.

Ed è scientemente ampio il panorama di Szabó, in Abigail c’è ben altro oltre alle avventure di un’adolescente: la sua scrittura si apre a raggiungere il punto nevralgico della crisi di una nazione, dell’impatto di una tragedia enorme su chi strumenti interpretativi ancora non ha (per età). La percepiamo nelle pagine, la Storia, che non rimane sullo sfondo, si innesta inevitabile nelle vicende dei più piccoli. È, quella di Szabó, Storia che non pesa il giusto, non si limita a fa da quinta, in questo romanzo: incombe, piuttosto, come un temporale all’orizzonte di cui non è dato sapere il percorso e i suoi imprevedibili, eventuali scarti. E definisce, contorna un momento di passaggio, di rottura di equilibri non necessariamente sostituiti da altri: si allontana il padre ma si avvicina la guerra, si allontanano le certezze e si apre una voragine sull’ignoto per Gina che non sa della reale intenzione del padre nel segregarla nelle mura spesse del Matula e che è invece tentativo estremo di protezione, pur esplicitato con parole di durezza insostenibile: “Da questo momento finisce la tua infanzia, Gina.

la costruzione del Sé il nucleo fondante del romanzo, del rafforzarsi pagina dopo pagina della protagonista, compressa dalla vicinanza forzata di altre anime in formazione, una tematica alla quale Szabó dona una leggerezza saggia e bilanciata: non c’è pagina in cui non traspaiano la sua maestria e il controllo del dettato.

Ricerca di identità del singolo e di un’intera nazione ferita dal conflitto, cui l’autrice sovrappone un tardivo personale tentativo di riparazione: “Durante la seconda guerra mondiale io sbagliai quasi tutto – spiega in postfazione Magda Szabó e non ho nemmeno la giustificazione di non aver saputo quale fosse la verità, perché ne sapevo considerevolmente di più delle persone comuni. Abigail – sia come romanzo sia come film per la televisione – avrebbe voluto mostrare che non esiste comunità che non viene toccata dalla guerra, e solo secondariamente la raffigurazione di una scuola confessionale femminile al tempo di Hitler. […] In Abigail ho scritto tutto quello che io, che ero stata testimone e coeva, avrei dovuto fare, e invece ero rimasta solo un’osservatrice con senso di colpa.”

Un porre rimedio riuscito e tradotto in questo romanzo che resiste a ogni tipo di riduzione a uno specifico genere letterario e si fa ottimo veicolo per  addentrarsi nella scrittura limpida e sicura di Magda Szabó, una delle voci europee più grandi del secolo scorso, le cui opere sono ora reperibili grazie all’intelligente operazione editoriale delle edizioni Anfora di Monika Szilágyi nell’accurata traduzione di Vera Gheno.

 

 

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