A tu per tu con… Widad Tamimi

Il caffè delle donne, edito da Mondadori, è il suo primo romanzo. Widad Tamimi è una giovane scrittrice, incrocio di molti mondi. Figlia di un’ebrea italiana di origine viennese e di un palestinese arrivato in Italia dopo la guerra dei Sei giorni, sposata a uno sloveno incontrato a Utrecht, è nata a Milano, ha abitato a Londra ed ora si è trasferita a Lubiana. La mixité si riassume in una sola donna di neanche trent’anni che ha già molte cose da raccontare.

 Si dice che un autore tende sempre a lasciare qualche tratto di sé all’ interno dei suoi libri. Oltre al fatto di essere accomunata alla protagonista da una famiglia di origine “mista”, cos’altro c’è di lei nella storia del “Caffè delle donne”?

Mi accomuna alla protagonista soprattutto la determinazione a voler andare avanti, la voglia di sperare, il coraggio di affrontare la realtà e guardarla in faccia, sfidarla, ma poi anche l’umiltà che permette di fare un passo indietro e decidere di accettare. In me, come nella protagonista, ci sono la voglia di vivere, la voglia di amare e accettare le contraddizioni della vita e dell’essere umani. E poi c’è la poca pazienza, di cui sia Qamar che Widad avrebbero voglia di appropriarsi.

Amman – Milano: luoghi del romanzo. I luoghi della sua vita: Milano – Londra. C’è un posto ideale dove vivrebbe per sempre?

Ora abito a Lubiana e in questo momento trovo che questa città sia il luogo ideale. E’ un posto in cui i bambini hanno spazio per correre, un luogo in cui si incontrano la cultura austro ungarica, quella ex iugoslava e la nuova unione europea. E’ una capitale, ma una piccola capitale, che ha conosciuto il socialismo e ne ha conservato alcune importanti ricchezze, come il valore della protezione della famiglia e una maggior uguaglianza sociale. Ma un luogo ideale non esiste davvero. Le radici le ho piantate nell’amore per la mia famiglia e le persone a me care. Quello è il vero terreno ideale, indipendentemente da quello di residenza.

Alla fine la protagonista Qamar sceglie una persona che rappresenta l’Occidente. Cosa l’ha spinta a farle prendere questa decisione?

Qamar decide di amare e non scappare. Non è importante l’origine dell’uomo che ama, ciò che conta veramente è il fatto che in una coppia ci sia un percorso di crescita, il desiderio di sfidare le difficoltà che ogni rapporto incontra e l’aspirazione a maturare insieme, come persone e come coppia.

A chi ha fatto leggere per primo il suo libro?

Ho consultato due donne, mia sorella, a cui sono molto legata, e Zilù, che per me è un po’ mamma e per i miei figli è nonna Lucia. Sono state due lettrici importanti.

Lei è una giovane scrittrice.,questo è il suo primo romanzo. Quale libro non deve mai mancare sulla scrivania di chi intende iniziare la professione?

Non sono ancora entrata nell’ottica della scrittura come professione, perciò non ritengo di sapere cosa significhi essere uno scrittore professionista quindi non mi sento di dare consigli “dall’alto”. I libri che mi hanno fatto compagnia nella vita sono molti, ma alcuni in particolare mi rimangono nel cuore, come ad esempio “Una storia di amore e di tenebra” di Amos Oz. D’altra parte ognuno è toccato da note diverse, per ragioni personali.

Tornando all’affascinante binomio Amman – Milano e, considerato che il primo romanzo ruota attorno al rito del caffè, ha idea di utilizzare il binomio Milano – Londra per un’opera incentrata sul rito del té? Quali progetti editoriali ha per il futuro?

Ho progetti futuri, certamente, ma questa volta le bevande non saranno il mio fil rouge. Da tempo penso alle vicissitudini della mia famiglia e all’incredibile cerchio che si è chiuso tra la fine dell’esilio di mio nonno e l’inizio di quello di mio padre.

Quale saluto o augurio intende dare agli “Amanti dei libri”?

Auguro loro di trovare la compagnia di libri importanti, ma anche di libri che introducano la lievità, perché c’è bisogno di entrambi gli ingredienti per vivere bene.

Leggi anche la nostra recensione de “Il caffè delle donne” di Widad Tamimi

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