A tu per tu con … Stefano Piedimonte

Dopo il successo dei precedenti “Nel nome dello zio” e “Voglio solo ammazzarti” Stefano Piedimonte è tornato in libreria con un nuovo romanzo che è un noir e un fantasy insieme. S’intitola “L’assassino non sa scrivere” ed è ambientato in un piccolo paesino di provincia non diverso da tanti, se non fosse per quel nome singolare, Fancuno, che è già di per sé tutto un programma e per quell’atmosfera di mistero  che lo avvolge fin dalla fondazione. Tra il terrore e l’imbarazzo degli abitanti, il paesino sale alla ribalta delle cronache nazionali e internazionali per gli omicidi efferati di un  assassino che sembra agire senza un preciso movente e che, a giudicare dai messaggi sgrammaticati che lascia sui cadaveri delle proprie vittime, non sa neppure scrivere. Abbiamo chiesto a  Stefano Piedimonte di parlarci del suo ultimo libro.

Hai scelto di ambientare il tuo romanzo in un luogo della fantasia “Fancuno” e non in un luogo reale, come mai questa scelta?

Volevo che l’intenzione fosse chiara: allontanarmi da tutto ciò che conosco, le città, le persone, ricreando un microcosmo modellato su alcuni paesini della provincia italiana dove le chiacchiere rimbalzano da una casa all’altra, da una bocca all’altra, e crescono, si gonfiano, si amplificano, fino al punto che non si riesce più a distinguere la leggenda dalla realtà. Ora, dov’è che mandi qualcuno quando vuoi che vada lontano, così lontano da non vederlo mai più? Ecco. Da lì è nato il nome di Fancuno.

Quanto ha in comune Fancuno con il mondo delle favole? Ospita un bosco misterioso dove accadono fatti inspiegabili. E quanto ha in comune invece con la realtà della provincia italiana?

Spesso le due cose si confondono. I piccoli paesini della provincia, quelli veramente piccoli, sono capaci di far rivivere certe atmosfere tipicamente fiabesche. C’è un’aria di sospensione, è come se il tempo scorresse più lentamente, proprio come accade nelle favole. Se vuoi scrivere una favola, come ho cercato di fare io, è lì che devi andare. E magari perderti nel bosco….

Oltre al misterioso Bosco dei Tre Faggi c’è a Fancuno un luogo che è un punto di riferimento per tutti gli abitanti del paese,  un luogo forse più della realtà che della fantasia, il bar di Siusy. Ce ne vuoi parlare?

Leggo dal romanzo: “Il Bar di Siusy è grande al massimo cinquanta metri quadri. Sta rannicchiato proprio al centro di un palazzo vecchio e sfinito, il cui cemento è diventato così secco che adesso le crepe ne solcano la facciata come uno sciame di fulmini imbalsamati. Ma il Bar di Siusy, Dio mio, il Bar di Siusy è la nostra salvezza. Il Bar di Siusy è come quei pochi centimetri di formaggio fresco che trovi all’interno di una forma troppo stagionata, arida e spaccata. Resiste a tutto: al sole, alle tempeste, ai cedimenti strutturali. E soprattutto resiste a noi.
Chiedetelo a chiunque. Vi risponderanno che Fancuno, senza il Bar di Siusy, semplicemente non esisterebbe. Dubitarne è un po’ come essere atei.”
Va da sé che questo posto rivesta un ruolo particolare all’interno del paesino: è un archivio. Ogni fatto viene memorizzato, conservato, e trasmesso nel tempo. E’ come una biblioteca di paese, con la storia dei luoghi e dei suoi abitanti.

Come procedi con la scrittura di un romanzo e per quest’ultimo in particolare avevi già in mente trama e personaggi prima ancora di iniziarne la stesura?

Di solito penso prima ai personaggi, ma stavolta ho pensato prima al posto, all’ambientazione. E’ come se avessi visualizzato il luogo, con tutte le sue particolarità, e da lì, come sollevandosi dalla sua stessa terra, sono venuti fuori i suoi abitanti. Per la trama avevo un’idea molto generica: sono i personaggi, una volta creati, che decidono come dovranno andare le cose. Sono loro che ti srotolano la trama davanti agli occhi come se fosse un tappeto ricamato.

Alla stranezza del suo serial killer cercano di trovare un senso un razionalissimo comandante dei carabinieri, appassionato del gioco degli scacchi e un cronista di nera – che è anche l’io narrante – sicuro di sé e scettico nei confronti delle nuove leve. Quanto c’è di autobiografico in questi personaggi?l'assassino non sa scrivere

Ho giocato a scacchi a buoni livelli agonistici per diversi anni, quand’ero ragazzino. Allo stesso modo, ho fatto il cronista di nera per diversi anni. L’autobiografismo non sta quasi mai nei singoli personaggi, ma è un concetto che si sparge su tutto il romanzo. Dividi te stesso in più parti, ti frantumi in mille pezzi, e così vai a finire nel cemento di cui sono fatte le strade, negli occhi di un personaggio, in una particolare vicenda umana, nell’aria stessa che si respira.

Fai dire ad uno dei tuoi personaggi “La cronaca nera mi ha reso un uomo peggiore”. Cosa pensi della spettacolarizzazione e della ricerca del sensazionalismo a tutti costi di tanto giornalismo specie in tv?

Non è neanche tanto quello che mi disturba: di questi tempi è così che va. Il mio narratore, la voce narrante, ricalca per certi aspetti un “personaggio tipo” che più volte mi sono trovato davanti: alcuni vecchi giornalisti agiscono con arroganza, protervia, se non addirittura con cattiveria nei confronti delle nuove leve. Basterebbe far notare loro che se oggi i giornali non si vendono più, sarà pur colpa di qualcuno, e non certo di chi ci ha messo piede adesso.

Se Fancuno fosse una nuova meta turistica  che consigli daresti a chi volesse scoprirla e perché secondo te ne varrebbe almeno un viaggio?

Un giro ce lo si potrebbe fare semplicemente per la voglia di fermarsi. Al giorno d’oggi, fermarsi un attimo, prendersi il tempo per ascoltare una favola, con tutto il mondo che ti vortica intorno e le lancette degli orologi che corrono, è già di per sé un grosso atto di ribellione. Dovremmo prenderci gioco della nostra finitezza: fregarcene. La vita non è una corsa, e cercare di renderne “produttivo” ogni secondo vuol dire annullarla, privarla di un senso, lasciarsi annientare.

0
Giovanna Capone

Non dirò di me che ho sempre amato leggere, che ho imparato a leggere prima del tempo e che ho trascorso la mia infanzia leggendo libri e neppure che ho amato molto le favole. Per apprezzare la lettura occorre che arrivi il momento giusto e che si abbia la mente sgombra da altri pensieri.Quando capisci che il momento giusto è arrivato? Quando incontri qualcuno che ti spiega che, a volte, non è importante quello che c'è scritto in un libro ma il modo in cui è stato scritto, quando sullo scaffale di una libreria la copertina di un libro attira la tua attenzione e capisci che quello sarà il tuo libro, quando sei curioso di sapere se un titolo accattivante nasconde una storia altrettanto brillante. Cosa significa leggere? Riscoprire qualcosa di te, qualcosa che hai sempre saputo ma che nessuno se non un grande scrittore è riuscito ad esprimere con le parole.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?