A tu per tu con… Stefano Benni

Da poco tornato in libreria con “Di tutte le ricchezze”, Stefano Benni è riuscito anche questa volta a scalare da subito le classifiche di vendita. Lo scrittore  (ma anche giornalista, sceneggiatore, drammaturgo e umorista) nel corso di questi anni ci ha abituati a diverse forme narrative, si pensi a “Bar  Sport” o al più recente “Le Beatrici”, ma per il suo ultimo libro è tornato al romanzo. L’abbiamo raggiunto e gli abbiamo posto qualche domanda sul suo ultimo lavoro.

Nel libro il professor Martin è giudicato “un bizzarro e silenzioso alieno” a causa della sua scelta di solitudine, lei che ne è il creatore come lo definirebbe? Qual è il fine ultimo e più veritiero dell’isolamento del protagonista?

Non è un fine e forse neanche una scelta, è un esito. E’ rimasto solo, anzi vive da solo ma non è solo, ha tanti amori e tante passioni . La sua vita ogni tanto è solitaria, ogni tanto lo riporta insieme agli altri.

E lei, come vede la solitudine? Spesso viene dato un significato negativo a questa condizione, cosa ne pensa?

C’è una solitudine fertile, che è quella della creatività e della meditazione. E ce n’è una dolorosa, da cui non si impara nulla. Molto spesso i vecchi devono affrontare una solitudine desolante. Specialmente nel nostro paese, dove un vecchio o è potente o non conta nulla.

Nella narrazione è qualcosa di imprevisto che innesca il cambiamento nel vissuto di Martin, qual è il valore di questi accadimenti inaspettati nelle nostre vite? Lei personalmente che rapporto ha con gli imprevisti? C’è qualche episodio non atteso che ricorda con particolare piacere?

Le sorprese non sono sempre belle. Ma la possibilità dell’imprevisto è una delle cose che rende sopportabile la vita, guai se sapessimo in anticipo tutto quello che accadrà. Nella vita me ne sono capitate di tutti i colori, faccio fatica a scegliere un episodio. Ne ricordo uno che riguarda gli inizi del mio lavoro, quando mandai un racconto alla rivista Il Mago, e i direttori Fruttero e Lucentini mi mandarono una lettera in cui dicevano che avevo talento, e che avrebbero pubblicato il mio pezzo. Rimasi senza fiato per la gioia. La mia storia letteraria forse è cominciata lì.

Un elemento fondamentale per Martin è il suo cane Ombra, come mai proprio questo nome (sembra tratteggiare quasi il contrario)? Quanto è importante il rapporto uomo-animale? C’è un insegnamento che l’autore vuole impartire attraverso queste descrizioni?

Ombra ti accompagna anche quando non te ne accorgi, è proprio un’ombra.
Non voglio insegnare niente. Voglio ricordare quanto è bello parlare anche con un amico inventato.

Come consuetudine a tutti gli ospiti del nostro giornale online chiediamo di lasciare un messaggio-saluto per i lettori, cosa vorrebbe dire a tutti coloro che leggeranno questa intervista?

Leggete il libro ma ascoltate anche l’audiolibro, soprattutto la musica di Umberto Petrin e Niclas Benni. E non state al computer più di dieci ore al giorno.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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