A tu per tu con…Paolo Di Paolo

Qualche battuta insieme allo scrittore romano Paolo di Paolo, per la presentazione del suo ultimo libro, Mandami tanta vita, edito da Feltrinelli.

Il romanzo è ispirato al personaggio storico di inizio ‘900 Pietro Gobetti. Abbiamo scelto una sua celebre frase “Lo Stato non professa un’etica, ma esercita un’azione politica” (La Rivoluzione Liberale). Può commentare questa frase? È vera anche oggi?

Credo che lo Stato debba professare un’etica attraverso un’azione politica con l’obiettivo di migliorare la condizione di vita generale del cittadino. Dovrebbe essere vera anche oggi, ma molto spesso vengono dimenticati i perché del fare politica, portando sconforto tra la popolazione.

Per essere italiani si è costretti ad andare all’estero. È d’accordo con questa affermazione?

No, lasciare l’Italia non deve essere una via di fuga dai problemi. Il protagonista del mio romanzo è costretto a lasciare l’italia e, quando è sottomesso ad una forza coercitiva, aumenta il suo sentimento patriottico. Non giudico chi sceglie di andare all’estero (anche per la vita), ma questa non deve diventare una scelta obbligatoria per la sopravvivenza.

Abbiamo bisogno di modelli per crescere e a cui ispirarci. Cosa si aspetta dalla sua generazione visto gli esempi politici e mediatici di oggi?

Mi aspetto di tutto tranne essere sopraffatti dalla sfiducia di non farcela. La ripartenza dell’Italia deve arrivare da uno slancio di entusiasmo. Capisco però che le condizioni attuali non aiutino.

Persone come Pietro Gobetti hanno lottato anche fino alla morte per quello in cui credevano. Può farmi un solo nome italiano degli ultimi 10 anni di una persona che ha avuto gli stessi valori e gli stessi ideali?

Mi vengono in mente solo molte persone anonime, che restano nell’ombra e che, giorno dopo giorno, lottano per quello in cui credono: parlo di persone semplici ed umili.

Frase tratta dal suo libro: “Il lucido, Moraldo, portalo sempre appresso, mi raccomando, lucidarsi le scarpe è come lucidarsi la faccia”. Non crede che questo sia vero ieri come oggi? È dunque più importante lo status dello stato?

Dobbiamo sicuramente distinguere il contesto in cui questa frase è stata espressa. Negli anni ’30 c’era davvero vergogna per avere scarpe sporche o bucate. Erano un simbolo, un indicatore dello stato sociale della persona che avevi davanti. Se invece metaforizziamo le scarpe con l’aspetto e l’apparire, allora sì, sono d’accordo che la frase è più contemporanea di quanto pensiamo.

Attraverso l’intervista può dare un messaggio ai suoi lettori. Cosa vorrebbe dire loro?

Questo Paese ha bisogno di una riscossa e questa può arrivare solo mettendoci più energia e slancio da parte dei giovani e delle loro idee. Dobbiamo agire non avendo paura di rischiare e di sprecare le nostre risorse, ma senza guardare al risultato; saremmo troppo condizionati e tutti gli sforzi sarebbero vani.

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