A tu per tu con…Nina George

“Delizioso” è l’aggettivo che descrive al meglio Una piccola libreria a Parigi, il romanzo di Nina George: lettura piacevole, scorrevole e mai noiosa, da leggere tutta d’un fiato o da centellinare, che regala delle frasi che arrivano dritte al cuore. L’autrice stessa, nell’intervista che ci ha concesso, lascia trasparire nelle sue parole tutta la poesia e la sensibilità che ritroviamo nelle pagine di questo libro.

 Da dove nasce l’idea di questo romanzo?

C’è una risposta breve e una risposta vera.
La breve: sul divano, perché spesso mi ci sdraio e penso ad un personaggio, ad una storia.

La risposta vera:
Da 40 anni di vita.
Una piccola libreria a Parigi racconta della Francia e del mio affetto per questo paese. Tutto in quel paese mi ha colpito: l’orgoglio, la capacità di godere dei piaceri, l’invecchiare con dignità, la naturalezza, la caparbietà, la fiducia in se stesse delle donne, il fascino degli uomini, l’impatto del paesaggio – e il fatto che si lavora per vivere, e non viceversa.

Una Piccola libreria a Parigi l’ho pensato per due anni, ma l’ho scritto in due settimane.
Scrivere per me è come trovare la luce in lungo un corridoio con molte porte.
La strada è al buio. Apro tutte le porte, e dietro una di queste Jean Perdu è un accordatore di pianoforte, vissuto dietro una diversa Manon, mentre in un’altra scopro che è il libraio protagonista del romanzo.
Una svolta importante è stata la morte di mio padre Joachim Albert Wolfgang George, Jo il Grande: quando è morto, tutto è cambiato nella mia vita, tutto si è rovesciato.
Anche la mia spina dorsale: indosso da poco dopo la morte di mio padre un pezzo di titanio nel mio collo, perché in un certo senso si è anche rotto il mio collo, mentre lui veniva così sorprendente buttato fuori della vita.

Nei romanzi, io lavoro sempre a partire soggetto, che è il cuore, tutto il resto si schiude poi come un fiore.  In questo romanzo affronto il tema del lutto, del sopravvivere alla persona amata.  Intorno ad esso ho raggruppato altri argomenti,  cose che sono importanti per me: amicizia, conforto, speranza, viaggio, partenza.
Queste idee e la voglia di raccontare qualcosa provengono direttamente dalla vita, dal fatto di guardare, ascoltare, pensare; dai libri, dai dipinti, da me, da te, dai ricordi, dai miei sentimenti e da quelli di altri, dal quotidiano, da Facebook, dalla mia vita, dai momenti folli, dai piccoli eventi, dai grandi problemi del mondo, dal dolore, dall’amore e dalla paura, dai miei sogni più strani.

Leggere come terapia dell’anima, leggere per superare il dolore: è questo uno dei poteri della lettura?

Ho spesso incontrato libri che avevano il potere di guarire le persone – dal crepacuore, dal fatto di dimenticare ciò che è veramente importante nella vita, o dalla codardia. E anche le persone che indossavano i “libri della vita”, ovvero persone che avevano letto libri che le avevano influenzate, cambiate o motivate​​.
Le parole, le storie, la melodia, il ritmo, il suono interno del linguaggio nei poemi, nei romanzi, nelle conversazioni hanno il potere di guarire il dolore dell’anima, di motivare nelle scelte difficili, di rilassare il corpo.
Lo psicologo Mihaly Czikszentmihalyi, autore che ha introdotto il concetto di flusso, vede la lettura come l’unica occupazione nel mondo in cui tutti i sette fattori che causano euforia possano facilmente convivere.
Tra i sette fattori troviamo il rilassamento, la devozione, la concentrazione e l’immaginazione e chiunque legga molto conosce il fenomeno: l’intero sé, tutto l’essere, corpo, mente, anima, risuona come un’unica emozione, come un violino che suona se stesso.
Ricordi, associazioni, sentimenti, risate, pianto, immagini della realtà: quando si legge, tutto questo ha un effetto indimenticabile su di noi. La lettura è una cura dalla realtà e un amplificatore del senso della stessa.
Conclusione: portiamo più libri negli ospedali!

Qual è la sua personale “farmacia letteraria” per superare i momenti difficili?

Ho letto circa 5.000 libri nella mia vita, e ho circa una dozzina di “amici” che sono le mie medicine per l’anima- ma possono cambiare all’incirca ogni cinque o dieci anni. Noi cresciamo con la nostra lettura e, a volte ci vuole un decennio perché un libro venga assimilato nel profondo. Le mie scelte includono i libri di Jon Kalman Stefansson. Mi piace Anna Gavalda, mi dà fiducia nell’amicizia. Mi è piaciuto Garp di John Irving, mi ha confortato della resistenza della stupidità. Amo Il libro della giungla di  Rudyard Kipling quasi come fosse di famiglia e poi Hemingway, Bukowski, Silvia Plath, e Susan Sontag, capaci di darmi libertà interiore.

Ci parli un po’ del protagonista Jean Perdu: dalla scelta del cognome al percorso di crescita di questo personaggio…

Jean Perdu è un mito: un mix di persone in combinazione con l’infinita conoscenza dei libri e dei loro poteri nascosti, più empatia e saggezza anima ideale.  In lui c’è un po’ di come avevo immaginato con il bibliotecario perfetto.
All’inizio del romanzo era ancora solo un accordatore di pianoforte. Lo presentai a me stessa come una persona che sa ascoltare con attenzione, cogliere l’impercettibile, che può sentire nella voce la melodia di una persona, una cosa, una città.
Io stesso sono una persona molto “fonetica”, adoro le voci, i suoni della natura, la musica, lo scrocchiare della crosta di pane, il rumore delle nocche che bussano la superficie di un melone …
Il suo nome, “Perdu”, l’ ho scelto all’inizio, perché il suo suono era armonioso. Per me il suono, l’emozione dei nomi sono molto importanti ma, naturalmente, lo sono anche il loro significato culturale e il pregiudizio ad esso associati. Perdu – perso – è un nome che ha a che vedere con il tema trattato…ma in questo caso era più grande il desiderio di sentire il suono di questo nome.
Ho scelto di farne un libraio fatto perché volevo parlarvi di qualcosa che amo e di ciò che è l’asse del mio essere. I libri.
Da lì è sviluppata a poco a poco l’idea della libreria mobile. Ho voluto mandare Perdu in un viaggio che porterà un movimento, un cambiamento – e quindi la sua libreria alla fine l’ho messa sulla Senna.

Che ruolo ha l’amore in questa storia?una piccola libreria a parigi

L’amore ha molte facce. E l’amore tra uomo e donna, ma anche l’amore per la vita, per la libertà, per i figli o i bambini adottati. L’amore per me spesso significa tenerezza, rispetto, stima, protezione e tolleranza, poter osare qualsiasi cosa perché sei amato.
Penso che le persone che si sentono amate, veramente amate, sono consapevoli della propria personalità e sicure nel proprio agire. Esse custodiscono la conoscenza di una profonda essenza della vita.

Come mai ha scelto di ambientare la sua storia in Francia e, in particolare, in Provenza?

La Provenza mi ha guarito quando mio padre morì. Nel primo anno dopo la sua morte ero congelata interiormente: mio padre era il mio migliore amico e il mio specchio dell’anima.
In Provenza ho provato un grande desiderio per il calore, la luce, per un paesaggio in cui ho potuto finalmente “scongelare” me stessa.
Mi piace la zona del Luberon e amo molto la Vaucluse, ed a Sanary sur mer ho trovato molta pace; a Mazan è ambientato a Le commissaire Mazan, il noir poliziesco che ho scritto insieme a mio marito. Mi piace più di tutto la Provenza al di fuori della grande vacanza estiva: l’odore, il calore, la luce così speciale e che è meglio gustare con poca gente …
La mia casa è però altrove – vale a dire, in Bretagna, nel Finistère. Viviamo ora a Concarneau, e anche una parte del prossimo romanzo sarà ambientata qui.

Ci lasci un messaggio per i nostri lettori, gli Amanti dei libri.

Leggere è bello.
Si impara a sentire, ad amare, a ribellarsi, a conoscere se stessi in tutte le proprie sfumature. Un lettore è un uomo che sa cosa significa vivere.

Ogni volta che apro un libro è come aprire una porta verso un mondo in cui si trovano segreti infinitamente importanti e preziosi.
Non mi fido delle persone che non leggono. Mi preoccupa che il fatto che essi abbiano troppa poca pazienza con altre persone, e che possano simpatizzare con gli altri troppo poco. Ma forse questa è solo una storia che noi scrittori usiamo per indurre il lettore a comprare i nostri libri …

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Chiara Barra

Se dovessi partire per un’isola deserta, e potessi portare con me soltanto un libro...sarebbe un’ardua impresa! Come immaginare la vita senza il mistero di Agatha Christie, la complessità di Milan Kundera, la passione di Irène Nemirovsky, l’amarezza di Gianrico Carofiglio, il calore di Gabriel Garcia Marquez, la leggerezza di Sophie Kinsella (eh sì, leggo proprio di tutto, io!). Ho iniziato con “Mi racconti una storia?” e così ho conosciuto le fiabe, sono cresciuta con i romanzi per ragazzi che mi tenevano compagnia, mi sono perdutamente innamorata dei classici...che ho tradito per i contemporanei (ma il primo amore non si scorda mai)!

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